Mentre dunque alloppiava i Genovesi con trattative e condiscendenze, una squadra di quattordici vascelli, tre fregate e venti galere, oltre navi da bombe e da incendio (1684), capitanata dal Seignelay e dal terribile Duquesne, schieratasi avanti alla città che non sapeva se amica fosse o avversa, pose fuori un misto d’accuse, di pretensioni, di minaccie, domandando si consegnassero le galee e si spedisse a fare scuse al gran re; se no, le bombe. Dalle umiliazioni aborrì la repubblica; con buone ragioni snodò i cavilli regj, e s’armò quanto potè; ma ecco incominciano a fracassarla le bombe, in quel brutale abuso della forza non dando avviso tampoco ai negozianti francesi, i quali si trovarono esposti e alle palle de’ loro nazionali e al furor della plebe.

La città, stupenda di edifizj e di chiese, la cattedrale resa sacra anche dalle reliquie del Battista, i monasteri, gli ospedali, la dogana, il portofranco erano colpiti da que’ fulmini, fra le grida, le fughe, le morti, le bestemmie contro il re cristianissimo, che nè alla religione nè all’umanità avea riguardo, e fra i rubamenti de’ malandrini che profittavano del comune sgomento. Continuato il venerdì e il sabbato, neppur la domenica si sospese l’infernale attacco (1684 16 mag.); al lunedì il Seignelay mandava a dire: — Me ne sa male; ho gettato seimila bombe, ne tengo pronte diecimila se non date soddisfazione». Al senato parve codardia il piegare alla brutale prepotenza, e negò prendere veruna risoluzione sotto lo scoppio micidiale; onde Seignelay ricominciò alla peggio, aggiungendo le palle: ma dopo gittate tredicimila trecento bombe dal 18 al 28 maggio, la flotta regia si ritirò, vedendo non far frutto contro tanta costanza[22].

Genova nominò una giunta del doge e di quattro senatori, che con pieno potere provvedessero alla difesa; fece giurare ai cittadini di non proporre verun accomodamento; spedì a sollecitare la flotta di Spagna: ma questa arrivando fece mostra di riguardar la città come sua dipendente, rispose con minori colpi ai cannoni della città, pose guarnigione napoletana e milanese nei forti. Intanto Luigi, ostinato a riparar l’onore, preparava guerra regolare; onde la città sdruscita, arsa, danneggiata in cento milioni ed affamata, non poté che sottomettersi, dopo salvato l’onore. Luigi volle la repubblica sconnettesse ogni legame con Spagna, disarmasse le sospette galee, rifacesse con centomila scudi i Fieschi; il doge, a cui lo statuto vietava d’uscir di città, si conducesse con quattro senatori ad invocare la regia clemenza a Versailles. Francesco Imperiali Lercari (1685 maggio) v’andò in effetto, accolto con insultante magnificenza; e interrogato dal re qual gli paresse la cosa più straordinaria nella sua reggia, rispose: — Il trovarmivi io»[23].

Somiglianti prepotenze vedemmo rinnovare poco dopo Luigi con Roma (tom. XII, pag. 24); sicchè mal arrivava all’Italia dai Francesi, cupidi di possederla, come dice il Ripamonti, inquieti e vogliosi d’inquietare altrui. Ragione era dunque che gl’Italiani li guardassero sinistramente; il duca di Savoja impazientivasi che tenesser Pinerolo e Casale, e a lor voglia regolassero i passaggi e gli alloggi, sfilando fin sotto le mura della capitale; Spagna non sapeva perdonare a Luigi d’averlo trovato co’ suoi nemici in Fiandra, in Catalogna, a Messina, a Napoli; i principi tedeschi erano da lui o istigati contro l’Impero o spogliati di qualche territorio o diritto; degli Olandesi colle restrizioni danneggiava il commercio; in Inghilterra sosteneva il pretendente contro il re chiamato dalla nazione; in Oriente sollecitava il Turco a non lasciar pace all’Austria: donde un gruppo di malcontenti, che la gloria del suo regno offuscò colle disgrazie degli ultimi anni. Nelle quali più fu involto il paese che, per la vicinanza, più risentiva delle ingerenze del gran Luigi.

Obbedivano allora al duca di Savoja il ducato originario, la contea di Nizza, il principato d’Oneglia, il Piemonte proprio, composto delle provincie di Susa, Torino, Asti, Biella, Ivrea, Cuneo, Mondovì, Vercelli; il ducato d’Aosta, settantaquattro terre del Monferrato, tra cui Alba e Trino: alla Francia restavano Pinerolo, val di Perosa, Fenestrelle pel trattato di Cherasco, e Casale per cessione di Carlo Gonzaga; dominio di un milione ducentomila abitanti, di cui quarantamila in Torino; colla rendita di otto milioni. Emanuele Filiberto, dimenticando gli Stati generali e abolendo i diritti e privilegi, che le diverse città, sottomettendosi ai principi di Savoja, aveano stipulato, rese assoluta la potestà.

Il consiglio di Stato, composto a volontà del duca, l’assisteva nel governo: i tre senati di Torino, Nizza, Ciamberì poteano interinare gli atti sovrani, esaminarli cioè prima di procacciarne l’esecuzione. Giudici di provincia rendeano giustizia nelle città, non stipendiati dal governo, ma esigendo sportule dai litiganti, che doveano pure alla finanza un diritto proporzionale sugli oggetti in controversia. I baili delle terre venivano nominati dai signori feudali, che aveano Corte, carceri, patiboli, armi. Aggiungete giurisdizioni privilegiate pei militari, per le contenzioni d’oro e d’argento, per la salute pubblica, pei diritti d’acqua, per gli studenti, pei preti, per gli eretici.

In feudi era ripartito tutto il paese, contandosene quattromila quattrocensessantacinque, dove gli agricoltori erano servi, finchè Emanuele Filiberto gli emancipò, ma con poco effetto in Savoja; e al feudatario competeano pedaggi, diritti di pesca, di caccia, di derivar acque, banalità di forni e mulini, multe, confische. Alla sola nobiltà le cariche di Corte, i gradi nella milizia, nel governo, nell’alta amministrazione, nella diplomazia; gente altera dei titoli, fastosa più che ricca, disdegnosa verso i cittadini, prode in armi, scarsa di coltura. Numeroso il clero e provveduto bene, non esuberantemente. Grandissima l’autorità della Corte romana, tanto più in grazia dei ricchi feudi di Masserano, Crevacuore, Montafia, Cisterna, Lombardore ed altri che teneva nel Canavese, nel Vercellese, nell’Astigiano, e nei quali, immuni dalla giurisdizione ducale, ricoveravano i malandrini del contorno.

Il commercio restava impacciato dalla vicinanza del Milanese, del Mantovano, della Francia; non avevasi tampoco una fabbrica di panno, sebbene si lavorasse di fil d’oro e d’argento; la seta vendevasi greggia; e l’abbondanza di granaglie non procacciava denaro. Mancavano dunque modi d’ingrandire all’ordine cittadino; e quelli di esso che acquistassero denaro colla medicina o la giurisprudenza, subito cercavano la nobiltà: ma l’acquisto di terreni era difficoltato dai vincoli di manomorta e di fedecommesso. Fra’ campagnuoli principalmente si cernivano i soldati, che vedemmo resi stabili da Emanuele Filiberto, e indipendenti dai signori feudali; da cui soltanto erano formati lo squadrone di Savoja e il corpo della nobiltà piemontese. Giusta gli ordinamenti di Carlo Emanuele I, la milizia era divisa in generale e scelta. Nella prima iscriveasi ogni uomo dai diciotto ai sessant’anni, nè doveano uscir di provincia od essere adoperati che in caso d’invasione nemica; da questa ne cernì diciottomila privilegiati, istrutti, disciplinati, coi quali e colle truppe che soldava in Isvizzera, in Francia, in Lorena potè condurre quelle incessanti guerre. Fortificate erano non solo le primarie città di Torino, Cuneo, Vercelli, Verrua, Monmelliano, Nizza, ma moltissime borgate, che costringevano a innumerevoli assedj l’esercito nemico, quando non si riponeva l’importanza nelle giornate campali.

Carlo Emanuele II, accortosi che i popoli non si nutrono d’allori, aveva adoprato per restaurare il Piemonte da una guerra trentenne; le finanze, nelle quali si commetteano gli stessi errori come nel Lombardo e nel Napoletano[24], diede a sistemare a Giambattista Trucchi di Savigliano, fatto poi conte di Levaldigi, spertissimo nella scienza economica d’allora, che consisteva in trovare denari per qualsifosse via; e che fece rivomitar quello ingojato dai favoriti della reggente, e procurò che tutti i cittadini concorressero a pagare i tributi. Carlo Emanuele non attese personalmente alla guerra, ma l’amministrazione militare riordinò: il palazzo regio e quel di Carignano, la Venaria, il collegio de’ Nobili, la cappella del santo Sudario ed altre chiese di Torino, le ville del Valentino, di Rivoli, di Mirafiori attestano la sua magnificenza, per cui spese più che non comportassero le triste condizioni del tempo. Colla grotta d’Echelles rese pervia se non comoda la strada per Lione. Carezzò anche l’opinione fondando una società letteraria e un’accademia di pittura; e fece scrivere la storia della sua Casa dal Guichenon, il quale, oltre sottomettersi alle ispirazioni del ministro marchese di Pianezza, uffiziava Mézeray e Duchesne storici francesi, acciocchè si mostrassero condiscendenti a’ suoi principi. Anche Gualdo Priorato mandava le sue storie a vedere a Carlo Emanuele, che corrette gliele restituiva con una pensione[25]. Morendo diceva: — Aprite le porte e lasciate entrare il popolo; morrò come il padre in mezzo ai figli».

Di Vittorio Amedeo II, succeduto a nove anni (1675), fu reggente Maria Giovanna Battista di Savoja, di trentun anno, bella, ingegnosa, altera. Sua sorella, moglie di don Pedro re di Portogallo, non avea partorito che una fanciulla; onde fu proposto di darla sposa a Vittorio, con quel piccolo regno e gl’immensurabili possedimenti in Asia e in America. I Portoghesi, ad onta della legge costituzionale di Lamego, assentivano ch’e’ conserverebbe pure la Savoja finchè nascesse un erede; ma i Piemontesi, prevedendo che il loro duca diverrebbe straniero, ed essi perderebbero l’autonomia, congiurarono a impedirlo, e dal popolo facevano fare chiassose disapprovazioni. Luigi XIV, che avea proposto quel matrimonio, fomentava il malcontento, sperando ad un re piccolo e lontano preferirebbero lui vicino e poderoso. Ma Giovanna Battista cansò i pericoli rompendo quella pratica, all’acquisto sperato anteponendo la conservazione del goduto. Re Luigi si chiamava offeso da chi si era difeso, stile dei forti; sicchè la reggente dovette dargli soddisfazione coll’imprigionare coloro che aveano voluto salva la patria piemontese.