Le gravi tasse imposte dal Trucchi e gli arbitrj concessi agli appaltatori disgustavano i popoli. Fondamento principale dell’imposta era il sale, ed erasi prescritto che per ogni bocca se ne comprassero otto libbre, donde vessazioni e codardi scandagli. Più ne risentivano quelli confinanti col Genovesato, attesa la facilità di frodarlo; e Mondovì, ricordando anche i patti riservatisi quando si diede al Piemonte, ruppe a sollevazione. Eserciti e corti marziali non bastarono a reprimerla; finchè Vittorio (1684), prese le redini, tornò in quiete, almen per allora, que’ riottosi.
Vittorio regnò senza volere contraddizioni o limiti, e aspirando ad un ampliamento, di cui davangli lusinga la buona reputazione guerresca e politica lasciatagli dal padre e dalla madre. Perciò indispettivasi del vassallaggio in cui lo teneano i Francesi, i quali assediandolo nella propria capitale per mezzo di Casale e Pinerolo, voleano far da padroni in Corte: per condiscendere al ministro Louvois si dovette far ritirare a Bologna il principe di Carignano; gli ambasciadori spiavano il duca, tenevansegli superbamente al fianco nelle udienze; i soldati per andar e venire da Pinerolo a Casale molestavano i quieti abitatori; i corrieri esercitavano sfacciatamente il contrabbando; i ministri voleano istituire a Torino un uffizio di posta proprio; si cessò di pagare la dogana di Pinerolo e di retribuire al Piemonte trecentomila annue lire convenute nel 1652; e se il duca ne sporgesse querele, Louvois rispondeva non averle volute por sott’occhio al re per non annojarlo. Allorchè Luigi, per ridur la Francia all’unità amministrativa, revocò l’editto di Nantes, col quale Enrico IV avea conceduto tolleranza ai Protestanti, molti di essi rifuggirono nelle valli dei Valdesi; e Luigi intimò fossero cacciati, non volendo quel fomite di ribellione sul confine del Delfinato, costrinse il duca (1686) a negare ai Protestanti quella libertà di riti che aveano patteggiata, e mandò i proprj marescialli a combattere que’ montanari, acquistando anche al duca il titolo di persecutore, ripetuto dappertutto e tramandato ai posteri (tom. IX, pag. 561).
Ma quando le smoderatezze del gran Luigi resero gelosa tutta Europa, Vittorio trattò segretamente coi nemici di esso, i quali erano il duca di Baviera, l’Olanda e l’Inghilterra, che, annerbate in mare, costringeano le minori potenze a secondarli, e l’imperatore che trovava necessario all’equilibrio europeo riconsolidarsi in Italia, dacchè la Francia era poderosa e minace. Il duca pertanto, fingendo darsi spasso a Venezia, tra i balli e le maschere (1690 3 giugno) concertò una lega coll’imperatore, la Spagna, l’Inghilterra e l’Olanda, chiedendo trattamento da re in grazia di Cipro, per un milione di lire riscattando le ragioni sopra i feudi imperiali posti fra la Savoja e il Genovesato[26]; per propiziarsi gl’Inglesi ritirava i severi editti contro i Valdesi, permettendo ritornassero nelle valli natìe. Egli sperava che l’accordo rimanesse occultissimo; ma Luigi, avutone sentore, venne a stocco corto, e ordinò a Catinat che movesse truppe.
Catinat, il primo plebeo che diventasse maresciallo di Francia e senza brighe, colla difficile e oscura guerra di montagna occupò la Savoja, e intimò al duca unisse le sue truppe alle francesi, e gli consegnasse le fortezze di Verrua e Torino. Tanto valeva rinunziare alla sovranità: onde Vittorio ricusò; sicchè rotta la pace che da sessant’anni vegliava colla Francia, prima che i nuovi suoi alleati l’ajutassero, e intanto che i disgustati da re Luigi applaudivano[27], il Piemonte si trovò involto in guerra condotta da barbari. Così voleva il ministro Louvois; e se Catinat suggeriva — Bisognerebbe aver compassione a popoli infelicissimi», quegli rispondeva: — Bruciare, poi bruciare». E sì fece; dappertutto città prese e riprese[28], sistematiche devastazioni d’intere provincie, estesissimi incendj, violazioni, rapine: i Piemontesi ripagavano con altrettanta ferocia e con secrete trame; e la rabbia francese, e la non meno nocevole amicizia spagnuola, e il valore di Catinat fecero miserabilissimo quel tempo, che altri glorierà per ben campeggiate imprese. L’imperatore non aveva ancora mandato truppe, bensì il principe Eugenio a sostenere il parente: gli Spagnuoli non pensavano che a riparare la Lombardia: Vittorio Amedeo moveva cerne inesperte, nè egli aveva mai visto battaglia, pure osò attaccare Catinat presso la badia di Staffarda. Mentre i due eserciti ben si osteggiavano di fronte, Catinat per un padule creduto impraticabile menò un corpo, che inatteso ferendo il fianco sinistro, ruppe i nostri, i quali perdettero cinquemila uomini, undici cannoni e trentasei bandiere. Catinat proseguì vincendo, e prese fin Monmelliano. Vittorio vedendo in fiamme la sua diletta villa di Rivoli, esclamò: — Andassero pure in cenere i miei palazzi tutti, ma il nemico risparmiasse le capanne de’ contadini». Sdruscito l’esercito, il popolo ansiato malediva il duca d’essersi esposto a così gravi rotte; intanto che la nobiltà gli volea male d’aver represso gli abusi feudali. Vuolsi che Giangiacomo Trucchi, referendario del duca, tramasse colla guarnigione di Pinerolo di sollevare il Mondovì, e scoperto, fu messo a orribile tortura, benchè di cinquantaquattro anni, e benchè scongiurasse non gli facessero perdere l’anima col denunziare qualche innocente; ed ebbe forza di perire senza denunziare altri.
Anche tra i disastri del paese, e dopo la nuova sconfitta (1693) di Orbassano e della Marsaglia, Vittorio sentiva quanto peso aggiungerebbe alla parte cui s’accostasse; laonde negoziava cogli uni e cogli altri; e intanto la guerra prolungavasi e in Piemonte e in Savoja e fin sul territorio francese, con devastazioni gravissime e senza venire a capo di nulla. Quando il marchese di Leganes cogli Spagnuoli, lord Galway cogl’Inglesi, Eugenio cogl’Imperiali posero assedio (1695) a Casale, Vittorio, che quell’importante fortezza non amava in man degli alleati più che dei Francesi, con questi ultimi prese accordo di demolirla; e dopo un gran cannoneggiare, credesi senza palle, gli assediati, secondo l’intesa, distrussero le opere interne, le esterne gli assedianti, e senza pure aprirvi una breccia scomparve la fortezza più rinomata d’Italia; e la città aperta fu restituita al duca di Mantova.
Ciò levava una spina anche alla Lombardia, onde festa non minore a Milano che a Torino: la Francia meno doleasi di perdere quella posizione, giacchè non la vedeva cadere a Spagna. Nè però l’Italia riposava; e se i nostri si lamentavano de’ Francesi, neppure dei Tedeschi aveano a lodarsi.
Leopoldo d’Austria era imperatore di Germania fin dal 1658, sempre contrariato dagl’intrighi della Francia, che si ergeva tutrice de’ principi dell’Impero. Uomo religioso e caritatevole, ma rozzo, intollerante nella religione, puntiglioso nel cerimoniale, fu dagli accidenti portato a rappresentare personaggio principale nelle vicende europee, e star rivale del gran Luigi. Sottopose gli Ungheresi, che appoggiati ai Turchi reluttavano dalla tirannide austriaca, e li privò del diritto d’eleggersi il re; e il maresciallo italiano Antonio Caraffa, mandato a governarli (1687), uom crudele e borioso, vi piantò terribili tribunali, e diceva: — Della costituzione ungherese e de’ suoi giudizj fo conto quanto d’un uovo fradicio».
Leopoldo non dissimulava di voler restaurare in Italia l’Impero qual era allorchè esigeva dai principi foraggio, tavola, alloggio (foderum, parata, mansionaticum); e trovando esausto il Piemonte, domandò che i feudi imperiali si tenessero obbligati a mantenere le sue truppe, e deputò esso Caraffa ad esigerlo (1691). Costui impose enormi contribuzioni al duca di Savoja, alla Toscana, a Genova, a Lucca, a Mantova, a Modena ed ai minori vassalli, e fin al duca di Parma benchè rilevasse da santa Chiesa; sicchè i popoli ne gemettero, i principi strillarono, e imprecarono a quell’imperatore, cui dianzi aveano inneggiato per le vittorie contro i Turchi.
Gli emissarj di Luigi buttavano faville contro il tedesco oppressore d’Italia, ed esortavano ad armarsi contro di lui: — Francia non mancherà mai agl’Italiani qualora aspirino a libertà», diceva come tutti gli antecessori e successori suoi. Il duca di Savoja era esoso come causa d’una guerra, colla quale avea tratto in Italia i Tedeschi, che sì scarso servizio gli rendevano, mentre orrido guasto faceano del paese: ma egli trovava conto nella fluttuante politica insegnatagli da’ suoi maggiori; e dopo che vide sfasciato Casale e perciò meno pericolosa la Francia, a questa chinò; e come in maschera a Venezia erasi inteso cogli alleati, così in un finto pellegrinaggio a Loreto s’abboccò con un finto frate, per disertare a Luigi XIV. Costui era stanco di mantenere un esercito in Italia, ove dovea mandare ogni cosa come in paese nemico e traverso a difficili montagne, e non vedeva modo d’uscirne con gloria; sicchè, professandosi mosso dai gemiti de’ principi italiani smunti dall’imperatore, e dalle pacifiche insinuazioni di Venezia e d’Innocenzo XII, accordò a Vigevano un trattato vantaggiosissimo con Vittorio (1696 30 maggio), che ricupererebbe tutti gli Stati toltigli, oltre Pinerolo smantellato; e dava la propria figlia al primogenito del Delfino. Tutto ciò segreto, e mentre si faceano le più brave dimostrazioni, e pareva che Catinat volesse mandare a fuoco e fiamme Torino; e il duca vi rispondeva fulminanti proclami, e promessa d’uno scudo per ogni Francese ucciso. «Li poveri paesani (racconta un cronista) che si trovavano disperati, raminghi, senza vittovaglia, quanti soldati francesi trovavano fuori del campo uccidevano, portando poi la testa a Torino al luogo designato per avere il premio; e taluno ne portava sin quattro al giorno per guadagnare di che sostentare le loro desolate famiglie»[29]. Pensate se i Francesi ripagavano a misura colma.
Vittorio, chiaritosi che migliori condizioni non poteva estorcere dagli alleati, palesò l’accordo, e checchè se ne gridasse, egli, testè generalissimo delle armi collegate italiane, come generalissimo delle francesi e colla sopravvesta tempestata di gigli assalì il Milanese[30] e costrinse i principi italiani alla neutralità. Secondo la quale, Francesi e Tedeschi doveano sgombrar l’Italia; ma questi ricusavano col pretesto delle ritardate paghe, e fu duopo che i principi si tassassero per mettere insieme trecentomila doppie, da aggiungere al tanto che quelli aveano rubato. La pace di Ryswick (1697 20 7bre) chetò le ire, e confermò il trattato di Vigevano, del quale può dirsi conseguenza.