Nuovo disgusto contro l’imperatore nacque da ciò, che essendosi un uffiziale tedesco chiamato offeso dal doge di Genova, Vienna domandò riparazione, e tardando spedì armati, obbligando la repubblica a pagare trecentomila scudi per le spese, ed altre soddisfazioni. Anche il conte di Martinitz, ambasciadore austriaco al papa, puntiglioso e accattabrighe, rinnovò le arroganze di quel di Luigi XIV per ragioni ancor più frivole; voler precedere al governatore di Roma nelle comparse, non dar la pace al connestabile Colonna nella cappella papale; al Corpus Domini poi (1699) si collocò fra i cardinali, talchè quattr’ore dovette la processione arrestarsi in piazza, mentre si cercava persuadere quel caparbio. Il quale per vendetta incalorì l’imperatore a risuscitare le antiche preminenze feudali, obbligando i detentori di feudi a giustificarne il possesso fra tre mesi, pena la caducità. Era un soqquadrare tutta Italia, e peggio il Piemonte, il quale per ischermirsene si getterebbe colla Francia nelle prevedute contingenze di vicina guerra: Spagna disapprovava questo turbare nel possesso i suoi nobili di Milano, Sicilia, Sardegna: Innocenzo XII si pose campione dell’italica indipendenza, e con risolute ammonizioni ridusse Cesare a rivocare l’editto. I Francesi, secondo il solito, vantarono d’aver difeso la libertà d’Italia coll’infondere coraggio al papa e promettere di sostenerlo.
Queste pretendenze dell’Impero ingelosivano papa Innocenzo; onde insinuava ai principi d’Italia di collegarsi allo scopo di rimuovere la guerra e le usurpazioni[31]. Clemente XI succedutogli maneggiò al medesimo intento: ma vedendo inconciliabile questa lega e non bastevole all’uopo, collocossi mediatore tra Austria e Francia, sicchè congiunte snidassero il Turco d’Europa. Futili consigli quando esse di tutto facevano arme per disputarsi la successione spagnuola; e Italia vi si trovò trascinata in una guerra che tutta la capovolse, abbattè e restituì a vicenda tutti i principi suoi, alfine le diede un nuovo assetto, e sempre per arbitrio dei forti.
Carlo II, re di Spagna a quattro anni sotto la tutela di Marianna d’Austria, tutta la vita restò malescio di corpo e di spirito; lasciò minorare i possessi esterni, sfasciarsi l’interna amministrazione; e da Luigia di Francia non avendo figli, terminava con lui (1700) la dinastia primogenita austriaca, che da Carlo V in poi dominava la Spagna. Allora e politici e ambiziosi ad anfanarsi per toccare almeno alcuna porzione del pingue retaggio, di cui erano appendici la Lombardia, le Due Sicilie, mezza America e tante Indie. L’imperatore Leopoldo, asserendosi erede universale della Casa d’Austria come rappresentante del ramo sopravvivente, chiedeva quella corona per Carlo suo secondogenito, natogli da una sorella del re di Spagna; Ferdinando Giuseppe di Baviera facevasi avanti come figlio d’Anna d’Austria; Luigi XIV come sposo di Maria Teresa, sorella di Carlo II, presentava a quel trono Filippo, secondogenito del Delfino; il duca di Savoja dalla bisavola Caterina, figliuola di Filippo II, traeva ragioni lontane, ma alle quali, a differenza delle altre donne, essa non avea fatto rinunzia. E adducevano argomenti e cavilli come in una successione privata, ma sentivano tutti che la sentenza non potrebbero proferirla che le armi, prorompendo quell’odio tra i re di Francia e la Casa d’Austria, che fu il movente di tutta la politica dal 1490 al 1748. Durante le guerre di religione, gli Austriaci aveano aspirato fin al trono di Francia; ora ecco i re di Francia accinti a privarli fin del trono di Spagna, a nome dell’equilibrio.
Luigi XIV, in cinquant’anni di regno fortunato, avea diretto tutte le negoziazioni e gl’intrighi ad assicurarsi quella successione; e per quanto l’ambizione illimitata e il farnetico di gloria e di possessi avessero ingelosito tutti i potentati, strappò a Carlo un testamento in favore di suo nipote. Se alla volontà di Carlo non erasi badato finchè vivo, ancor meno dopo morto, e poichè accordi e proposte spartizioni non valsero, si ricorse all’ultima ragione dei re, le armi. — Non v’è più Pirenei», disse il gran Luigi; e gridato re di Spagna il nipote Filippo V (1701), ve lo fece convogliare da un esercito, e col lanciare la già esausta Francia in nuovi rischi, gravi amarezze preparò agli ultimi anni suoi, fino a vedersi ridotto miserabilissimo di finanze, maledetto dal popolo che l’avea divinizzato, depresso dai principi ch’egli aveva conculcati.
Italia, come sempre al rompere d’una guerra generale, calcolava le probabilità della propria indipendenza, e la sperava da questo o da quello dei potenti; nel loro conflitto certamente Milano e Napoli resterebbero sciolte dalla servitù forestiera, formando due staterelli, in equilibrio cogli altri. Luigi e Leopoldo gareggiarono per ottenere da Clemente XI l’investitura del regno di Napoli: ma benchè gli offrissero due provincie dell’Abruzzo, egli, come padre comune della cristianità, risolse non parteggiare con nessuno; e solo trattò con gl’Italiani per rendere meno trista una guerra non più evitabile. Venezia, ch’egli invitava a opporsi all’invasione, benchè si vedesse circondata dagli Austriaci se questi occupavano Milano, protestò volere tenersi di mezzo, sperando che la neutralità le gioverebbe come avea fatto tra Francesco e Carlo V, quando ottenne la conferma de’ proprj acquisti; bramava vedere in Lombardia un principe debole, ed aspirava ad acquistare Lodi, Cremona, la Geradadda, e forse Trieste. Eppure essa era la sola potenza che, unendosi dichiaratamente a Francia, avrebbe potuto escludere i Tedeschi dalla penisola; mentre al contrario dovette soffrire che questi invadessero le sue provincie di Brescia, Bergamo, Crema, Verona, mentre i Francesi, in aspetto di vendicarla, depredavano il Padovano e il Polesine. I duchi di Modena e Guastalla, i principi di Bózolo e della Mirandola, ligi all’Impero, furono subita preda dei Francesi: quelli di Toscana e Parma, il papa, Genova, ed altri principotti vassalli dell’Impero inclinavano a Francia; ma contro di questa spargevansi astutamente grandi paure, e quelle parolone a cui si lascia accalappiare il vulgo, di equilibrio scomposto, d’impero universale: oltrecchè il gran numero di profughi dopo la revoca dell’editto di Nantes, sollecitavano contro Francia, ed esibivano merci di buon patto, declamazioni e progetti.
A Mantova regnava Ferdinando Gonzaga, tutto allegrie, passeggiate, comparse, viaggetti voluttuosi; mai non mancava ai carnevali di Venezia; da ogni paese del mondo cerniva donne pel suo palazzo, dove cantassero, sonassero, facessero vita gaja, a spasso suo e loro. Intanto che professavasi pronto a versare il sangue per la causa italiana, praticava coi Francesi, e ricevendo centomila luigi, e ventimila i suoi ministri, si finse violentato, e lasciò che quindicimila Gallo-Ispani comandati da Tessé occupassero la sua città, donde essi poterono dettar leggi ai duchi di Modena e di Parma. I Francesi pagavano a puntino, sicchè i paesani, nonchè scapitare, arricchirono coi fornimenti: ma come salvar le mogli e le figliuole, dacchè ogni casa era piena di soldati?
Il dare il tratto alla bilancia spettava ancora al guardiano dell’Alpi; e Vittorio Amedeo, oculatissimo nei proprj interessi e instancabile a promoverli, prefisse di cacciare innanzi la sua nave bordeggiando nella tempesta. Non è ch’egli non vedesse come, impadronendosi di Milano i Francesi, e’ si sarebbe trovato chiuso da essi; ma l’inimicarseli esponeva i suoi Stati pei primi all’invasione di Luigi, che già stava terribilmente armato, mentre Leopoldo facea lenti e deboli preparativi. Pertanto col Francese patteggiò che la sua secondogenita si sposerebbe al nuovo re di Spagna, ed egli sarebbe generalissimo delle armi gallo-ispane in Italia, somministrando soldati e ricevendo grossi sussidj[32].
Ma le sorti nostre, al solito, pendevano dalle armi e dai trattati forestieri, e Inghilterra, Francia, Prussia, l’Impero, combinavano leghe e accordi, dove incidentemente si deliberava pure dell’Italia. L’Inghilterra, allora sotto al regno di Anna e al ministero del generale Marlborough, prese interesse particolare per Vittorio Amedeo, al quale assegnò un annuo sussidio e promesse molte, ch’egli si fece consolidare dall’Impero, dalla Prussia, dall’Olanda.
Milano senza ostacoli prestò obbedienza a Filippo V. Il Napoletano vedemmo a che trista condizione si trovasse sotto i vicerè spagnuoli. Qualche ristoro vi avea recato l’amministrazione di don Gaspare de Haro (1683) marchese del Carpio, il quale pensò non a leggi nuove, ma a far eseguire le vecchie, togliendo l’abuso delle licenze e delle dispense; vietò il portare le armi, il tenere eccessivo numero di servi; riordinò i tribunali, sbrattò le città dalla folla di ozianti; fece osservare gli ordini intorno alla garanzia de’ metalli fini, e al non usarne in arredi domestici e in ricami; rifuse la moneta, a tal fine gravando il sale; opera compita dal suo successore conte di Santo Stefano, il quale però ben presto ricominciò ad alterarla, credendo con ciò vantaggiare i pubblici banchi.
Luigi della Cerda duca di Medinaceli (1696), regalmente fastoso, abbellì il teatro, ridusse la magnifica strada a Chiaja. Appena morto Carlo II, ricevette il testamento di questo e l’ordine di prestare obbedienza all’erede Filippo e alla giunta di governo. Egli vi si uniformò; ma ecco da Leopoldo imperatore una protesta, ed esortamenti ai Siciliani di tenersi fedeli alla Casa austriaca, assicurando i posti, gli onori, i privilegi; intanto con subdoli incentivi e colle brighe d’un barone di Chassinet residente a Roma, e col largheggiare titoli e promesse, Leopoldo guadagnossi alcuni signori, che fecero opera di rivoltare il popolo (1700 23 7bre): ma questo ricordandosi come nella sollevazione di Masaniello l’avessero abbandonato i grandi, abbandonò loro: sicchè parte furono fugati, parte presi e mandati al carcere o al supplizio, fra cui don Carlo di Sangro; e il popolo a gridar viva, e decretare una statua a Filippo V. Il vecchio principe di Chiusano, udendo che Tiberio Caraffa suo figlio era uno de’ capi ribelli, fa erigere un trono davanti al suo castello presso Benevento, e collocarvi l’effigie di Filippo V fra torce ardenti; e avanzandosi con due altri figliuoli, getta in un rogo il ritratto di Tiberio, dichiarando non riconoscerlo più per figlio, ma per crudele nemico[33].