Leopoldo s’avvide qual tristo ajuto siano i cospiratori e gli arruffapopolo, nè potersi prometter bene che dalle armi; onde rinforzatosi d’alleati, mandò l’esercito col famoso principe Eugenio, glorioso delle vittorie contro i Turchi, e che dall’Austria era messo da banda appena gliene cessasse il bisogno. Desideroso di vendicare gli antichi torti ricevuti dalla Francia, non dubitava di mettersi, egli principe di Savoja, contro un esercito capitanato da un altro principe di Savoja. Il duca di Mantova è dichiarato fellone all’impero e decaduto, e circondata d’assedio la sua città.
Il maresciallo Catinat, attraversato il Piemonte (1701), ove ben s’avvide della duplicità del duca, menò l’esercito francese in Lombardia, e si postò sull’Adige per abbarrare ai Tedeschi la calata dal Tirolo: ma ben presto le brighe prevalgono contro lui che le sprezzava, e gli è mandato in iscambio il presuntuoso Villeroi, notevole soltanto per intrighi ed orgoglio. Il principe Eugenio col mirabile passaggio del monte della Pergola, conducendo l’esercito suo di veterani a Schio e Malo sopra Vicenza, scende all’Adige, favorito copertamente da Venezia e dall’oscillante Vittorio; a Chiari batte Villeroi, anzi lo sorprende in Cremona e il manda prigioniero (1702 1 febb.); ma la notte stessa se ne trova respinto dai Francesi.
Quella guerra parve un ritorno verso la barbarie, e il diritto delle genti perdere quanto aveva fino allora guadagnato, calpestandosi l’indipendenza de’ principi e la religione delle neutralità; i territorj veneto, estense, papale erano violati prepotentemente, prendendovi anche e foraggi e quartieri d’inverno. Invano papa Clemente andava gettando consigli di pace e offrendosi arbitro; ciascuno riguardava come offese proprie le onoranze consuete ch’egli usava all’avversario: l’ambasciadore di Modena nell’anticamera dell’imperatrice fece un inchino all’arciduca Carlo pretendente di Spagna, e bastò perchè i Francesi confiscassero le rendite e i mobili del duca Rinaldo d’Este.
Più imperversava la guerra sul Reno e nei mari: Vienna stessa parve in pericolo: il Tirolo fu invaso dal duca di Baviera alleato di Francia, ma gli abitanti insorti colle carabine il volsero in fuga.
Qui capitanava i Francesi il duca di Vendôme, uomo caparbio, superbo, infingardo, che durava a letto fino alle quattr’ore, e negligeva la disciplina dell’esercito; ma supplendo con fortunati ardimenti, prosperò le armi francesi e liberò Mantova. Vittorio Emanuele avea aderito a Francia unicamente per isfuggirne i primi colpi; ma attendendo di voltarsi all’imperatore non appena lo trovasse gagliardo abbastanza. Qualche riguardo mancatogli dai Francesi, e il non aver re Filippo voluto riceverlo come pari nella propria carrozza (15 agosto) quando in persona venne qui a combattere, e vinse nella gran giornata di Luzzara, gli diede pretesto d’allontanarsene. L’Italia, e il ben della nazione, e il divenire inevitabile la servitù se Francia sola vi dominasse, erano le ragioni ostentate; ma la verace era che l’imperatore, bene in forze e alleato coll’Olanda e l’Inghilterra, potrebbe dargli denari, appoggio, concessioni. In conseguenza, non badando se Filippo fosse marito di sua figlia, interpose presso l’imperatore il principe Eugenio, il quale diceva che i duchi di Savoja erano infedeli per colpa di geografia. E l’imperatore gli mandò un messo, che incognito rimanea sulla collina di Torino, ove il duca andava a parlargli travestito. Pure Luigi lo seppe, forse dalla contessa di Verrua amante del re, che per disgusti con questo e per avidità il tradiva: onde il duca di Vendôme tolse le armi ai soldati di Savoja accampati co’ suoi. Il duca grida all’affronto, se n’inferocisce, arresta quanti Francesi coglie ne’ suoi Stati, e le armi e munizioni dirette all’esercito, e si prepara a tener testa al nembo provocato. Allora conchiude il trattato di Torino (1703 8 8bre) coll’imperatore, il quale prometteva mantenere in Piemonte quattordicimila pedoni e seimila cavalli, dando al duca la capitananza suprema dell’esercito di Lombardia con ottantamila scudi il mese, oltre cedergli il Monferrato tolto al duca di Mantova, e staccare dal Milanese Alessandria, Valenza, la Lomellina, la Valsesia, e una via per tenere in comunicazione queste provincie.
Doveano parere un gran che tali acquisti; pure Vittorio sentendosi necessario, seguitò a giocar d’industria, e gridare alto i gravi sagrifizj che gliene costavano e massime quello del suo onore, e domandare altro, e soprattutto il Vigevanasco, del quale pure gli fu data lusinga, com’anche del Delfinato e della Provenza se si conquistassero. L’esorbitanza delle promesse palesava e il bisogno che di lui s’aveva e la poca intenzione di attenerle. Ma l’imperatore, fortemente occupato sul Reno e in casa propria, lasciava scarseggiare i mezzi a’ generali suoi: Luigi invece li profondeva, e spediva truppe per terra e per mare. Assalito improvviso da queste, Vittorio perde la Savoja, il Nizzardo, porzione del Piemonte; Vendôme con trentaseimila combattenti varca il Po a Trino, in faccia agli alleati nemici prende Vercelli (1704), la cui guarnigione si dà fiaccamente prigioniera. Perdute con poca resistenza anche Ivrea, Aosta, il forte di Bard, Nizza stessa, demolite dai Francesi tutte le fortezze che ne impedivano la calata in Italia, al duca restarono preclusi i sussidj della Svizzera e della Germania; nè di tante piazze forti rimanevangli ormai che Cuneo e Torino. Pertanto, spiegato sommo valore nel difendere Verrua, antemurale di questo, e che ai Francesi era parso una bicocca eppure costò infiniti soldati, dodici milioni di lire e sei mesi di tempo, mandò la famiglia a Genova mentr’egli ricoverava a Cuneo (1705), poi tra que’ Valdesi che aveva perseguitati, e che gli si mostrarono devotissimi, e risoluti nel rincacciare i Francesi.
A riparo di tanto abbattimento il nuovo imperatore Giuseppe I spedì in Italia Eugenio, fidando che al suo valore aggiungerebbero sproni le necessità del parente e della patria. Per la riviera di Salò calatosi in Lombardia, a Cassano sull’Adda diede battaglia sanguinosissima (15 agosto), ma infelice, come quella di Calcinate. Ne crebbero i vanti del Vendôme, il quale però, sebbene con forze molto superiori, non ispiegò verun grandioso disegno o combinazione ardita, nè quell’attività che raddoppia le forze e profitta de’ piccoli avvantaggi; e i maestri di guerra sentenziano che fu mero accidente se queste sue vittorie non riuscirono piene sconfitte. Dappoi egli fu chiamato oltr’Alpi per opporlo al terribile Marlborough, generale dell’Inghilterra, la quale aveva sposato gl’interessi dell’Austria e della Savoja; e vi riportò la segnalata vittoria di Hochstädt, dopo la quale fu eclissata la stella del gran Luigi.
In Italia gli sforzi si concentrarono contro Vittorio Amedeo, causa del prolungarsi di quella guerra, e La Feuillade cinse Torino d’un assedio (1706), memorabile per coraggio de’ cittadini e sfoggio di artiglierie. Vittorio, non abbattuto da tanti colpi, chiedeva dai popoli denaro e uomini; offerte e orazioni dal clero, che stava seco in mala disposizione per un lungo suo litigio con Roma; ripudiava ogni timido consiglio, nè risparmiava fatica o spesa. Il superbo Luigi, indignatissimo di vedersi deluso dal parente, metteva impegno personale a strappargli anche quest’ultimo ricovero; mandò cenquaranta cannoni, ognuno de’ quali bell’e montato valutavasi circa duemila scudi, cento diecimila palle, quattrocentoseimila cartuccie, ventunmila bombe, ventisettemila settecento granate, quindicimila sacchi di terra, trentamila stromenti da guastatori, un milione e ducentomila libbre di polvere; inoltre piombo, ferro, latta, corde e altri occorrenti pei minatori, solfo, nitro, ogni specie d’arnesi[34]. Dirigeva l’esercito il duca d’Orléans, e le operazioni il marchese La Feuillade, troppo inetti capitani.
Valendosi delle anteriori scoperte degl’Italiani, il famoso Vauban aveva allora perfezionato i metodi delle fortificazioni coll’associarvi la strategia e l’amministrazione. Pertanto dappertutto eransi rinnovate le fortezze, alle torri surrogando i bastioni, e la difesa fiancheggiante alla diretta. Anche in Torino, alle antiche del Paciotto, l’ingegnere Bertóla aveva sostituito fortificazioni più acconcie, con opere esterne sì basse che le artiglierie e la moschetteria potessero spazzare la campagna rasa. Agli ottomila cinquecento Piemontesi e millecinquecento Austriaci si unirono otto battaglioni di borghesi, comandati in capo dal conte Daun austriaco; e uomini e donne, trovatelli e preti a gara provvedeano alla difesa, sopra terra e nelle spaventevoli mine che squarciavano tutto il suolo.
Molti sarebbero a dire esempj di costanza nel soffrire, molti di coraggio nell’attaccare; e soprattutto vantarono Pietro Micca biellese, che da una notturna sorpresa salvò Torino col dar fuoco a una mina (29 agosto), sotto cui se stesso e gli assalitori sepellì. La devozione era pari allo spavento; nè giorno nè notte cessavano invocazioni a Cristo in sacramento, ai santi patroni Solutore, Avventore e Ottavio; credeasi la Madonna della Consolata rimbalzasse contro gli assalitori le bombe; che san Secondo fosse veduto in aria minaccioso: fatti non istrani quando Catinat a capo dello statomaggiore andava a domandare al vescovo di Torino dispensa dalle astinenze quaresimali; e che realmente infervoravano la carità verso il prossimo e verso la patria, più che le canzoni e i proclami d’altri tempi.