Il duca di Savoja con settemila uomini batteva la Campagna, finchè a Carmagnola si congiunse col principe Eugenio, incaricato dall’imperatore di soccorrere Torino a qualsifosse costo[35]; e insieme marciarono sopra la città omai ridotta agli estremi, e presentarono battaglia agli assedianti. Il duca d’Orléans, suocero di Vittorio, era persuaso dagli esperti a tenersi ne’ suoi insuperabili trinceramenti affinchè facesse costar cara ad Eugenio l’imprudente sua marcia di fianco attorno a quelli; ma egli vuole uscirne, e subito Eugenio dato l’assalto a quelle trincee (1706 7 7bre), v’apre un varco per la cavalleria, alla quale il nemico in tanta furia non può opporsi. Che monta se il luogotenente di Eugenio è disfatto? la battaglia di Torino è vinta: cinquantamila assedianti vanno sconfitti da trentamila Tedeschi; tre mila Francesi, fra cui il maresciallo Marsin, e duemila alleati vi lasciano la vita; e oltre quel che essi incendiarono, al vincitore rimangono duecento bocche di fuoco, cinquantacinque mortaj, cinquemila bombe, quindicimila granate, quarantottomila palle, quattromila casse di cartocci, ottantamila barili di polvere, tutti gli equipaggi, ori e argenti a josa, duemila cavalli, altrettanti bovi, cinquemila muli, bandiere senza fine e sei mila prigionieri. Eugenio entrò in Torino il giorno stesso della battaglia. La devozione era stata ispiratrice di coraggio, la vittoria le prestò omaggio; e i Piemontesi festeggiano annualmente quel fatto alla Madonna di Superga, chiesa eretta allora per voto con regia suntuosità sul colle che domina la città, la quale non vorrà dimenticarsi della pietà salvatrice degli avi.

La battaglia di Torino non era decisiva: e se i Francesi si fossero raccolti verso Casale col corpo che osteggiava nel Bresciano, poteano riparare lo sdruscito, e forse rendere la pariglia al Savojardo; ma essi rifollarono verso Pinerolo e la Francia. Subito Vittorio, accolto a trionfo nella redenta capitale, ricupera le terre perdute, e piglia possesso del Monferrato e della parte cedutagli di Milanese, entra in Milano stessa, facendo dappertutto gridare Carlo III. Pizzighettone si rende; Tortona è presa e mandata pel fil delle spade, Modena cede, così Valenza e Casale; frutti d’una sola vittoria. Ad Alessandria, che premeva viepiù a Vittorio perchè predestinatagli, scoppia il magazzino delle polveri, con immensa jattura d’uomini e di case; il conte Colmenero che la comandava, capitola, e perchè fu nominato perpetuo governatore del castello di Milano, venne sospettato d’intelligenza.

A Francia allora più nulla rimase a sperare in Lombardia; e poichè più di settanta milioni di luigi d’oro, se dice vero il Muratori, essa qui avea versato, risolse di lasciare quanto ancor vi teneva, cioè il Castel di Milano, Cremona, Mantova, Sabbioneta, la Mirandola, Valenza, il Finale. Di tante cessioni non rifinivano di meravigliarsi gli spoliticanti, i quali non si avvedeano quanto alla Francia importasse di poter aggomitolare le truppe, disperse per quelle; anzi all’imperatore fu apposta grave taccia dell’avere, per assicurarsi la Lombardia, lasciato che ventiduemila nemici andassero a ingrossare l’esercito contro i suoi alleati. Ma ciascuno non badava che ai proprj interessi e momentanei. Rinnovando le slealtà del Cinquecento, i duchi di Modena e di Mirandola restarono abbandonati alla vendetta dell’imperatore: il duca di Mantova, quasi non avesse potuto operare indipendente siccome principe, fu messo al bando dell’Impero, e i suoi possessi confiscati a pro dell’Austria; e la Francia, cui tanto avea giovato col consegnare quella fortezza, e che ad ogni modo la tenea soltanto in deposito, la aperse agli Imperiali senza tampoco consultarlo; poi lasciando ch’e’ protestasse contro la strana iniquità di tutte due le parti, gli assegnò quattrocentomila lire di pensione, colle quali trascinò i suoi vizj fra Padova e Verona. Con esso finì turpemente una linea della casa Gonzaga[36]; e la costui depravazione fece dimenticare la lautezza che si era goduta sotto quei principi, e perfino la dolcezza dell’indipendenza. Anche Ferdinando Gonzaga principe di Castiglione, e Francesco Maria Pico duca della Mirandola e marchese della Concordia, videro occupati dall’imperatore i loro paesi, e si ridussero a vivere da nobili in Venezia. Rinaldo di Modena, spodestato dai Francesi, fu ripristinato dall’imperatore, che gli vendette anche la Mirandola per ducentomila doppie.

Papa Clemente XI avea dovuto soffrire gl’insulti e i guasti recati al suo paese dai Tedeschi; quando invasero Parma e Piacenza li scomunicò, ma non valse a rattenerli dal rasentare Roma per recarsi a Napoli. Il generale Daun difensore di Torino, mentre Francia e Spagna stavano preoccupate dalla invasione della Provenza, con non più di cinquemila fanti e tremila cavalli si avanzò in paese (1707) dove non aveva a temere difese nè ad espugnare fortezze, e dissipate le gracili opposizioni del vicerè duca d’Ascalona, difilò sopra Napoli. La nobiltà, forse già intesa coll’Austria, subito capitolò (7 luglio) ad onorevolissimi patti: mantenuti i privilegi di Carlo V e Filippo II; il nuovo principe aprirebbe portofranco a Salerno, manterrebbe venti vascelli, oltre le galee del regno, per assicurare dai Barbareschi; nobili e popolani potrebbero equipaggiare navi mercantili; nelle guarnigioni sarebbero metà napoletani, nelle fortezze un comandante napoletano e un forestiero; ai castelli di Napoli il re destinerebbe un comandante fra i nobili del paese, gli altri sarebbero eletti dal popolo, il quale pure sceglierebbe un interprete delle leggi del regno, non impiegato del principe, nè passibile della giurisdizione de’ popolani di Napoli[37].

Quella città che poc’anzi avea veduto impiccare i fautori dell’Austria, allora smaniò al nome dell’Austria, e mise a pezzi la testè elevata statua di Filippo V. L’esempio della capitale trae dietro le altre città; Gaeta è presa e saccheggiata, cogliendovi lo stesso vicerè, campato a stento dalla furia popolare; le città della maremma toscana furono pure sottoposte dagl’Imperiali, ma in Sicilia non poterono approdare, restando essa alla Spagna. Giuseppe I diede l’investitura del Milanese e del Napoletano al fratello Carlo, il quale a Napoli pose un vicerè tedesco.

Per punire il papa d’aver voluto tenersi neutro, e scomunicato gl’Imperiali, Giuseppe vietò di mandar a Roma le rendite de’ beni ecclesiastici del Napoletano, ridestò le pretensioni già accampate da suo padre sui feudi imperiali, e come tali occupò Comacchio, Parma e Piacenza (1708). Il papa pose mano al tesoro di Castel Sant’Angelo per mettere in piedi un esercito, a capo del quale pose Ferdinando Marsigli di Bologna. Ma Daun invase il Patrimonio, e vi accampò a discrezione, finchè Clemente, mal servito dal suo esercito, non calò ad accordi abbastanza favorevoli, promettendo disarmare, riconoscere l’arciduca Carlo, e discutere poi delle ragioni sul ducato parmense; in tutto il resto ricevendo soddisfazione.

L’isola di Sardegna continuava a devozione di Filippo V, agitata però dalle fazioni, che pretessevano i nomi di Francia o d’Austria; e quest’ultima col favore di molti partigiani e della flotta inglese l’occupò. Tale cupidigia dell’Austria corruppe i disegni de’ suoi confederati, che nello sgomento della sconfitta in Piemonte avrebbero potuto a gran vantaggio assalire la Francia impreparata, e già aveano invaso la Provenza e assediato Tolone. Oltre che tal diversione ne sminuiva la possa, l’ingrandirsi dell’imperatore gl’ingelosiva, tanto più dacchè essendo morto Giuseppe, succedeva Carlo VI, quel desso che col nome di Carlo III già possedeva la Lombardia e il Napoletano e in titolo la Spagna, talchè radunava nuovamente in sè l’immensa monarchia di Carlo V. Queste ombrìe, cresciute dall’oro francese, e il nuovo indirizzo che alla politica impresse il sottentrato ministero tory inglese, indussero maneggiar una pace, la quale dopo lunghe trattative rogata in Utrecht (1713 11 aprile), diede all’Europa con prudenti combinazioni quell’equilibrio di forze che alcuni credeano basterebbe alla quiete di più secoli, e che non durò trent’anni.

Il duca di Savoja avea ritolta ai Francesi Susa; ma non proseguì caldamente la guerra perchè il consiglio aulico di Vienna reluttava dal concedergli anche il Vigevanasco; e fu forza consentirglielo se si volle secondasse ancora gli Austriaci, i quali fuori d’Italia erano ben lontani dal prosperare. Il conte Annibale Maffei, il marchese Del Borgo, il consigliere Mellerede[38], deputati dal duca al congresso di Utrecht, mostravano la necessità di dargli una forte barriera contro la Francia, e compensi per tanti danni sofferti onde procacciare il trionfo della grande alleanza. L’Inghilterra comparve come arbitra dell’Europa, in quel trattato che assicurava i frutti della sua rivoluzione: e Anna regina prediligeva il duca di Savoja a segno, che avea sin proposto di farlo re di Spagna e delle Indie, affine d’impedirne la Francia: onde tra i primi patti della pace chiese gli fosse ceduta la Sicilia, col titolo di re di cui egli spasimava, riserbando all’Inghilterra le più ampie franchigie di commercio e navigazione. Fu fatto, e insieme restituitigli il contado di Nizza, la valle di Pragelato ed altre alpine, coi forti d’Exilles e Fenestrelle, sottraendogli quello di Barcellonetta, per modo che la cresta del Monginevra diveniva confine colla Francia; il duca serbava l’eventualità di succedere in Ispagna se mancasse la linea regnante. All’imperatore fu lasciato quanto possedeva in Italia, cioè il regno di Napoli, il ducato di Milano, la Sardegna, i porti e presidj sulle spiaggie di Toscana. Spagna, che per due secoli e mezzo aveva minacciato assorbire la nostra penisola, più non vi conservò un palmo di terra. Un’infinità di signori spagnuoli trovavansi in pericolo per aver parteggiato Carlo d’Austria, il quale pertanto, sentendo l’obbligo di non lasciarli esposti alla vendetta di Filippo V, li menò seco, e per far denari da mantenerli, vendette ai Genovesi per sei milioni il marchesato del Finale. Ne spiacque ai Finalesi, più ne spiacque a re Vittorio, che per mezzo di quello avrebbe congiunto i suoi dominj col mare.

Erano dunque sparite dalla carta d’Italia le signorie di Mantova e della Mirandola; al luogo della Spagna sottentrava l’Austria, assai meno potente dopo toltale la Sicilia; Vittorio, in premio della politica preveduta, allargava lo Stato fin al Ticino, e appagava il lungo desiderio intitolandosi re, e della più bell’isola del Mediterraneo. Come poi la barattasse colla Sardegna, e le sue controversie col papa, saranno materia del libro seguente.

E così fra guerre terminiamo un secolo, consunto in una pace stupefacente. Nelle quali, benchè non si trattasse della patria ma dei padroni di essa, non poco ebbero a faticarsi gli Italiani, dimostrando che mancava l’atto non l’attitudine del valore. Dei prodi di questa età già molti enumerammo (tom. IX, pag. 523), e fra’ migliori Gabrio Serbelloni milanese cavaliere di Malta, che combattè i Turchi in Ungheria, sulle coste d’Italia e a Lepanto, ajutò il duca d’Alba e il marchese di Marignano a spegnere l’indipendenza italiana, e Filippo II a tenere in obbedienza il Napoletano che empì di fortilizj, e ad assoggettare i rivoltati Brabanzoni: fatto vicerè di Sicilia, difese Tunisi, respingendo quattordici assalti de’ Turchi, che al fine lo presero di forza, e lui tutto ferito menarono prigioniero a Costantinopoli, finchè fu cambiato con ventisei uffiziali turchi. Combattè allora a fianco di don Giovanni d’Austria, che lo chiamava suo maestro; poi di nuovo in Italia e in Ispagna, finchè morì. Alberto, conte di Caprara bolognese (1630-1686), servì all’Austria principalmente in Ungheria, e molto fu adoprato come diplomatico co’ Turchi: ma e nell’armi e nella diplomazia lo superò il fratello Enea Silvio (1631-1701), compagno del Montecuccoli, vinto dal Turenne, vincitore dei Turchi.