Nel 1650 Francesco Antonelli d’Ascoli espugnava Landsberg, onde Ferdinando III lo costituì ingegnere generale dell’Ungheria. Nel 1637 Giuseppe Spada migliorava la fortezza di Magonza. Francesco Tensini di Crema, formatosi nelle Fiandre sotto lo Spinola, fece diciotto assedj, sostenne quattro difese, combattè dappertutto, ed è posto fra i creatori dell’architettura militare per la Fortificazione, opera ammirata che pubblicò a Venezia il 1624, quattordici anni prima d’essere assassinato in patria.

Nelle guerre di Fiandra acquistò pur nome il napoletano don Roberto Dattilo marchese di Santa Caterina, che capitanò anche i Genovesi contro Savoja. Nel Napoletano e contro i Turchi fece gran prove di valore Francesco Saverio de’ conti Marulli di Barletta, cavaliere gerosolomitano, che divenne maresciallo d’Austria: il suo reggimento tutto di Napoletani fu poi de’ più vantati dell’Austria, e Carlo di Spagna suo nemico gli diceva, — Se avessi nel mio esercito dodici uffiziali come voi, sarei padrone dell’Italia». Marco Foscarini[39] ricorda un reggimento napoletano segnalatosi alla difesa di Barcellona; il marchese di Montenero lodato da Enrico IV, che l’ebbe avversario alla difesa di Amiens; Carlo Spinelli, Andrea Entelmi, il marchese di Terracusa, il duca di Nocera, il principe d’Avellino, il marchese Della Bella, i duchi di Maddaloni e di Rosigliano, il marchese di Treviso, tre Brancacci, tre Tuttavilla, Carlo della Gatta, Marzio Origlia, i marchesi d’Avalos di Pescara e del Vasto, il conte di Santa Severina. A servizio poi di Carlo VI, oltre il maresciallo Caraffa tremendo agli Ungheresi e ai Transilvani, si segnalarono il duca di Laurino, i principi Strongoli e Trigiano; pochi perchè i Tedeschi dileggiavano o non curavano gli Italiani. Anche Luigi Zani bolognese militò cogl’Imperiali contro Svedesi e Turchi, e fu ucciso combattendo in Ungheria il 1674. Colà pure ottenne lode di valore il conte Federico Veterani urbinate maresciallo, morto sul campo nel 1695, e lasciò il racconto delle sue campagne. Il conte Giuseppe Solaro della Margarita era stato, con Daun e col marchese di Caraglio, incaricato dal duca di Savoja di difendere Torino, nel che si condusse egregiamente, poi que’ fatti espose nel Journal historique, ove di sè non fa pur cenno.

Di tutti più illustre Raimondo Montecuccoli (1608-81) si formò nella guerra di Fiandra, palestra de’ migliori campioni di tutta Europa, dove i principi di Nassau aveano creato le fortificazioni di campagna, mentre gl’ingegneri italiani aveano insuperabilmente munite le città, principalmente Anversa. Dopo la guerra di Castro ove fu generale del duca di Modena, andò tenente maresciallo dell’imperatore in Germania, poi comandante supremo delle armi di esso in Franconia, in Slesia, in Ungheria contro i Turchi e contro i Francesi; infine fu elevato presidente al consiglio di guerra. Si trovò egli a fronte Turenne, che la Francia conta come il più insigne suo maresciallo; e l’arte da loro due spiegata sul Reno è il capolavoro dell’arte militare. Allorchè Turenne morì, Montecuccoli compì le sue vittorie finchè lo arrestò l’altro gran generale Condé; poi si dimise dal servizio dicendo che chi avea combattuto con Maometto Köproli, Condé e Turenne non doveva con altri mettere in avventura la propria gloria. Scrisse anche, con quell’ordine ch’e’ dichiarava qualità essenziale delle scritture come delle operazioni, e fu tenuto il maggior maestro d’arte militare, fino ai nostri contemporanei.

Nella guerra di Successione molti Italiani si faticarono, sebbene, eccetto i Piemontesi, non per causa propria, nè sotto proprj generali. A non riparlare del grande Eugenio, sotto lui capitanava il marchese Annibale Visconti, contro lui come maresciallo di Francia il conte Albergotti. Il conte Marsigli bolognese (1658-1730) servì utilmente l’imperatore contro i Turchi; finchè essendosi reso Brisacco dopo tredici giorni di trincea aperta, il consiglio aulico condannò a morte il conte Arco governatore, e alla degradazione il Marsigli, che serviva sotto di esso. Non ascoltato dai tribunali e dall’imperatore, il Marsigli si giustificò in faccia al pubblico; poi si volse tutto a viaggi e studj: scrisse sul Bosforo Tracio, sull’incremento e decremento dell’impero Ottomano, e il Danubius pannonico-mysius in sei volumi, ridondante di buone osservazioni da naturalista, da archeologo, da statista, mirabili anche dopo svanite le congetture che v’appoggiava; a Parigi fu festeggiato come si sogliono le vittime d’un’ingiustizia; in patria fondò l’Istituto di scienze, e a quel senato donò il proprio palazzo e le sue raccolte letterarie e scientifiche.

LIBRO DECIMOQUINTO

CAPITOLO CLXIII. L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana, Austria.

Quasi prosopopee di quella politica barcollante in intrighi, senz’idea elevata nè stabile morale, ci si presentano al limitare di quest’età due figure italiane, Elisabetta di Parma e Giulio Alberoni.

Quest’ultimo, nato a Piacenza (1664) da un ortolano, cresciuto cuciniere, buffone, negoziante, diè ricetto al romanziere francese Campistron, svaligiato mentre qui viaggiava; onde, allorchè il maresciallo Vendôme, destinato alla spedizione d’Italia, cercava d’un segretario che sapesse qualcosa di francese, Campistron gli propose l’Alberoni. Altri racconta che, dovendo il vescovo di San Donnino trattare a Parma con esso Vendôme, menò seco l’Alberoni perchè balbettava francese; e che questo, avendo trovato quel cinico alla bassa sedia, invece d’offendersi dell’indecenza, imitolla, col che andò a versi al maresciallo, che se lo tolse a servigio. Solite storielle con cui un’aristocrazia di bassa lega crede oltraggiar coloro che s’innalzano co’ proprj meriti.

Le vittorie del Vendôme assicurarono il trono di Spagna a Filippo V, il quale, bisognoso sempre di chi ne dirigesse i consigli e ne chetasse la coscienza, dopo vedovo dell’amabile e intrepida Luigia di Savoja, s’era affidato alla vecchia e astuta principessa Orsini. Nelle costei grazie s’insinuò l’Alberoni, e per suo interposto nel favore di Filippo, che lo nominò conte e inviato alla Corte di Parma.

Quivi ducavano i Farnesi; e Ranuccio II (1646), che perdette Castro e Ronciglione, ebbe per favorito un Gaufrido, al quale poi fece mozzar la testa, indi un Giuseppino valente musico. Francesco succedutogli (1694) vide lo Stato sovverso dalla guerra di Successione, sposò la vedova di suo fratello Odoardo e non ebbe figli, talchè unica di loro stirpe rimaneva Elisabetta, nata da esso Odoardo. L’Alberoni divisò collocarla con Filippo V, onde la dipinse alla Orsini come «una dabbene lombarda, impastata di butirro e formaggio, la quale non avrebbe mosso un dito che a senno di lei, sarebbe venuta in Ispagna colle leggi che la principessa le prescrivesse»[40]; e la Orsini credendo nella riconoscenza, la propose a Filippo V. Conchiuse le nozze, l’Italiana varcò i Pirenei, e la Orsini le andò incontro; ma che? Elisabetta la fece prendere, e coi puri abiti che aveva indosso gettare in una carrozza, e nello stridor del dicembre portare fuori della Spagna, che più non vide; «colpo (diceva l’Alberoni) da Ximenes, da Richelieu, da Mazarino; e con questo solo rimedio si guariranno moltissimi mali creduti incurabili».