Elisabetta restò allora despota del marito e della Spagna. «Alterigia spartana, ostinazione inglese, finezza italiana, vivacità francese formavano il carattere di questa donna singolare, che arditamente camminava al compimento de’ suoi disegni, senza che nulla la facesse meravigliare od arrestarsi» (Federico II). Smaniosa di dominio, pur senza perdere l’allegria rassegnavasi alla solitudine con un marito uggiato e cupo, devoto senz’esser religioso, timido e ostinato, lento di spirito, bisognoso di guida eppure desideroso di levar rumore e pesare sulla politica bilancia; tutto egli concedeva alla moglie, ch’ebbe l’arte d’isolarlo, e che, ambiziosa ma ignara di politica e d’affari, allevata angustamente ed allora sequestre dal mondo, odiando gli Spagnuoli e odiata da essi, non avendo, per riguardo al sentimento nazionale, potuto ritenere altro Italiano che l’Alberoni, tutta s’affidò a questo (1715), a cui doveva il trono. Per lei fatto cardinale, non ebbe il titolo ma la potenza di ministro come confidente del re e della regina, e si amicò la nazione col punir quelli che l’aveano aggravata e coll’accingersi a ripristinarne la grandezza. Tesoro esausto, popolo scoraggiato, non esercito, non marina, non potenti alleanze, non strade, non battelli su quei magnifici fiumi, non canali, non altra ricchezza che i ricolti aveva la Spagna, che esso Alberoni paragonava alla bocca, ove tutto passa, nulla rimane; ricevendo essa tanti tesori dalle colonie, e consumandoli senza nulla riprodurre.
L’Alberoni lavora diciott’ore al giorno; non rifuggendo dalle minuzie dell’economia, ristaura le finanze e l’industria; rende economica l’amministrazione, e limita gl’innumerevoli uffizj della casa del re; protegge il commercio delle colonie; induce il clero a contribuire alle pubbliche gravezze; chiede prestiti, tassa i ricchi, vende impieghi, recluta contrabbandieri e malandrini; e ben presto la Spagna ebbe sessantacinquemila armati, una marina e molti cannoni, e a Barcellona una delle migliori cittadelle.
Erano orditi a vastissime tessiture, che solo la riuscita potea salvare dalla taccia di temerarie. Perocchè la pace d’Utrecht aveva assestata l’Europa, ma solo diplomaticamente, arrotondando e bilanciando gli Stati senza riguardo ad indole e a simpatie di popoli; lasciava all’Inghilterra indisputato il predominio, assicuratole dal sistema de’ prestiti e dalla crescente marina; la Francia riducea in seconda fila, tanto più dacchè al gran Luigi succedeva un fanciullo di cinque anni (1715), vegliato nell’inferma culla dal duca d’Orléans che ne bramava la morte; alla eterogenea monarchia austriaca metteva a fianco due eserciti, quali potevano considerarsi la Prussia, il Piemonte. Intanto l’imperatore Carlo VI, oltre aspirare ad annetter la Sicilia al suo regno di Napoli, non sapea rassegnarsi alla perdita della Spagna, possesso de’ suoi avi: nè Filippo V a vedere il suo regno sbranato, e reso ligio degli Inglesi col ceder loro Gibilterra; come doleasi d’aver rinunziato al trono di Francia. Per verità ogni pace lascia molti guasti non riparati, e i politicanti se ne fanno un titolo a dir imminenti nuove rotture o a prepararle. E le desiderava Elisabetta, la quale non potendo sperare a’ suoi figliuoli il regno di Spagna perchè Filippo ne avea tre del primo letto, volea trovargliene altri. Ciò non poteasi che col rimescolar le carte; e vi si adoprava l’Alberoni, divisando collocare il suo re sul trono di Francia, e don Carlo figlio della Farnese, nel ducato di Parma, Piacenza, e fors’anche nella Toscana; rendere indipendente l’Italia collo snidarne gli Austriaci; a tal uopo aizzare Vittorio Amedeo II di Savoja contro Carlo VI mentre si trovava impegnato coi Turchi; da Napoli li caccerebbe una flotta ispana, ricoverata da esso Amedeo in Sicilia, al quale in compenso si darebbe anche la Sardegna; Napoli e i porti toscani verrebbero alla Spagna; Comacchio restituito al papa; il ducato di Mantova spartito tra i Veneziani e il duca di Guastalla, i Paesi Bassi cattolici tra Francia e Olanda.
Non meno dell’armi l’Alberoni maneggiava gl’intrighi; istigò Ungheresi e Turchi contro l’Austria; cercava conciliare Carlo XII di Svezia con Pietro czar di Russia; dava mano ai Giacobiti in Inghilterra; in Francia poi tramava (1717) per togliere la reggenza al duca d’Orléans e fare dagli stati generali nominar reggente il re di Spagna. A questa ordita teneano mano molti grandi, massime bretoni, e la dirigeva il principe di Cellamare napoletano, allevato alla corte di Carlo II, compagno di Filippo V alla battaglia di Luzzara, ministro di gabinetto a Madrid, e allora ambasciatore a Parigi. Di quivi all’Alberoni prometteva un’interna rivoluzione, favorita dallo scontento universale: ma l’abate Dubois, braccio destro del reggente Orléans, intercettò lettere che provavano, se non una vera cospirazione, però intelligenze ed offerte; onde furono arrestati il Cellamare ed altri.
Orléans perdonò, ma non vide scampo contro le trame dell’Alberoni che nel gettarsi coll’Inghilterra, per quanto la pubblica opinione disapprovasse questa lega mostruosa fra popoli che cristianamente si chiamano nemici naturali. L’Alberoni aveva favorito Giacomo Stuard, pretendente al trono d’Inghilterra, di cui era spossessato dalla casa d’Annover; sicchè Giorgio I s’alleò all’Austria «per difesa reciproca de’ possessi presenti e de’ nuovi acquisti», colla qual frase accennavasi alla Sicilia. Aderendo al trattato la Francia e l’Olanda, ne risultò la Quadruplice alleanza (1718), e il quinto articolo portava che i ducati di Parma e Piacenza e la Toscana si considererebbero feudi mascolini dell’Impero, e vacando si darebbero a un figlio d’Elisabetta: così disponendo delle eredità di persone ancor vive, e senza tampoco consultarle.
A Carlo VI dava grande occupazione il Turco, il quale combatteva a vantaggio nella Morea, tolta, omai ai Veneziani, mentre sul Danubio era tenuto in soggezione dal principe Eugenio di Savoja. Il papa sconsigliava la guerra, massime a Filippo, che formalmente l’assicurò non volerla con nessun principe cristiano, ma preparare armi per ritogliere ai Barbareschi Orano. Intanto l’Alberoni sollecitava Vittorio Amedeo a invadere il Milanese e il Napoletano; ma vistolo alzare sempre più le pretensioni, argomentò fosse in trattati coll’Austria; onde gettata la maschera, con grossa flotta e truppe di sbarco quante non credeasi mai che la Spagna potesse allestirne, invade la Sardegna (1717 22 agosto); e strepitassero pure i gabinetti, egli non cercava giustificazione che dalla riuscita.
Cominciava il sistema, che fu caratteristico di questo secolo, di fiaccar il papa, e intanto volere da lui ogni cosa. Carlo VI, supponendolo d’accordo coi nemici, mandò via il nunzio e l’ambasciadore di Napoli, e sequestrò le rendite de’ prelati che abitavano in Roma. La Francia, disgustata dalla bolla Unigenitus, appellava al futuro concilio; gl’inglesi minacciavano bombardare Civitavecchia per essersi arrestato lord Peterborough, che aveva tentato rapire il pretendente ivi rifuggito; Filippo V incolleriva con Clemente XI perchè ricusò riconoscere arcivescovo di Siviglia l’Alberoni, onde richiamò tutti i suoi sudditi dallo Stato pontifizio, e proibì di cercarvi alcun benefizio o pensione.
Intanto esso Filippo scontentava la Sardegna con persecuzioni e con ammucchiarvi soldati, dei quali nessuno sapeva la destinazione, finchè con istupore di tutti egli piombò sopra la Sicilia. Dicemmo come questa fosse data a Vittorio Amedeo di Savoja; ma il possesso d’un’isola lontana costava al Piemonte troppo più del vantaggio, massime che le pretensioni di Carlo VI obbligavano a custodirla con buona guarnigione. Inoltre i Siciliani non erano nè per tradizione nè per affetto legati a quella dinastia, e alla loro vivacità mal confaceva il riserbo piemontese; sicchè guardavano in sinistro Vittorio, e quando, fattosi coronare e convocato il parlamento (1713 25 8bre), se ne tornò in Piemonte, lo marchiarono di quella parola di straniero, ch’essi gettano a chiunque non v’è nato. Poi Vittorio venne a dissidj col papa pel famoso tribunale della monarchia, e a sostenere la controversia istituì una giunta, la quale tirannescamente spogliava, puniva fin di morte chi non volesse obbedir al re o disobbedire a Roma; talchè Italia fu inondata di esuli siciliani.
Or ecco Filippo proclamare all’Europa d’aver a re Vittorio ceduta l’isola, col patto espresso che ne conservasse i privilegi; avendoli violati, demeritava di possederla e ne decadeva, onde vi si fa gridar re. S’impennano le potenze, come avviene ad ogni violazione di trattati: Vittorio, côlto al laccio da uno più astuto, sbuffa, e ricorre alle potenze garanti della pace d’Utrecht: Carlo VI non vede mal volentieri tolta al Savojardo un’isola ch’egli agognava; ma avendo fatto arrestar a Milano un ambasciadore di Spagna, Filippo V gl’indice guerra; ond’esso manifesta la sua alleanza con Francia e Inghilterra. Gl’Inglesi cominciano le ostilità (1718 30 giugno), prima di dichiararle; i mari nostri e l’isola di Sicilia sono insanguinati da Imperiali, Inglesi, Spagnuoli: pure l’Alberoni tien testa a tutta Europa. Francia, Inghilterra, Olanda allora presero concerto, che Vittorio cedesse la mal tenuta Sicilia all’imperatore, e si contentasse della Sardegna, altrimenti sarebbe spogliato di quanto aveva ottenuto nel 1703, senza compensi. Il duca non sapeva acconciarsi a barattare la più bell’isola del Mediterraneo, con un milione ducentomila abitanti, contro un’incolta di quattrocencinquantamila persone: e colla Spagna maneggiava un’alleanza difensiva mentre dall’imperatore chiedeva la mano d’un’arciduchessa, e colla Corte di Madrid si accordava di lasciarle invadere la Sicilia come opportuna ad attaccar l’imperatore nel Napoletano. Che che ne fosse, e Sardegna e Sicilia bisognava conquistare: e in fatto la Sicilia andò ad uno strazio senza pietà[41]. Nelle acque di Siracusa la flotta spagnuola, assalita dall’inglese (11 agosto), perdette ventitre vascelli con cinquemila trecento uomini e settecenventotto cannoni, eppure quella nazione occupò l’intera isola, eccetto Siracusa, Trapani e Melazzo; poi in ogni dove infuriò la guerra, a tutta Europa tenendo fronte la Spagna.
Chi dava vigore a un paese rifinito e ad un re fiacco? l’Alberoni: sicchè contro di lui si ritorsero tutti gli odj e le armi sue stesse. Il Reggente non rifuggì dalle vie più basse per rovinarlo; guadagnò il duca di Parma, il confessore di Filippo e la balia della regina, e tutti sclamavano contro l’Alberoni, massime dacchè l’infelice riuscita lo accusava d’imprudenza; e la conclusione fu che il cardinale, come unico ostacolo alla pace, venne improvvisamente destituito (1720 3 xbre), negatagli udienza fin da quella ch’egli avea fatto regina, frugate a minuto le carte e le robe sue, e rinviato. Salito al colmo «senza aver tempo di contar gli scalini», come diceva la Orsini, forse è vero che si lasciò prendere dalle vertigini; come gli uomini nuovi, volle ostentar potenza; sempre smaniato di moversi e di movere, guardava il fine e non gli ostacoli; obbligato a servire alle passioni altrui e non potendo fidarsi degli Spagnuoli che lo odiavano, parve un millantatore e null’altro, ma potè dire al cardinale di Polignac: — La Spagna era un cadavere, io la rianimai; al mio partire essa tornò a coricarsi nel suo cataletto».