La sete del potere più non si estingue sulle labbra che ne gustarono le dolcezze o le amarezze; e l’Alberoni andandosene, persuaso che la sua carriera non fosse terminata, paragonavasi a que’ capitani di ventura che erano cerchi a gara quando congedati. Venuto a Sestri di Levante, Clemente XI, che l’aborriva come istigatore della guerra contro Carlo VI, o voleva dar soddisfazione ai potentati, gli mandò ordine di non farsi consacrar vescovo di Malaga sebbene già n’avesse le bolle, e di non recarsi a Roma; anzi istituì rigoroso processo per levargli la porpora. L’Alberoni, fuggito tra gli Svizzeri, se ne difendeva svelando i sozzi garbugli de’ gabinetti, tutti operanti senza virtù; e ai circoli e alle gazzette offrì lunga materia il nome di lui, insieme colla banca di Law e colla peste di Marsiglia.

Al conclave dopo la morte del virtuoso Clemente XI egli comparve; nè mancarongli voti per la tiara. Ma la ebbe Innocenzo XIII (1721), il quale sospese il processo contro l’Alberoni, che collocatosi a Roma, divisò un’alleanza cristiana per cacciare d’Europa i Turchi e spartirne il paese; messo legato a Ravenna, d’utili stabilimenti la dotò. Ma irrequieto e smanioso di maneggi, mancandogli campo più vasto, volle esercitarli contro la piccola repubblica di San Marino.

Mozze le relazioni politiche dacchè fu circondata di Stati papali, serbava questa la virtuosa oscurità; ma la calma aveva indotto tal negligenza delle cose pubbliche, che si poteva a stento raccorre il consiglio. Si venne dunque al partito di restringerne il numero da sessanta a quarantacinque; ma allora gli esclusi levarono lamenti, donde dissidj e brama di mutazione. L’Alberoni s’affiatò con questi malcontenti, e côlto il pretesto di violate immunità ecclesiastiche, fece arrestare gentiluomini sanmarinesi nella Romagna, mandò truppe ai confini, e dipingendo a Roma quella repubblica come un ricovero di riottosi e una Ginevra di miscredenti, e mandando firme di Sanmarinesi chiedenti l’aggregazione, persuase il papa a lasciarlo fare. Ed egli, cominciato al solito da querele per rifuggiti, per violati confini, negò lasciarvi arrivare i viveri (1739), poi cogli sbirri occupa il piccolo territorio, e chiama a solenne giuramento di fedeltà. Ma i migliori ricusano: — Ho giurato al legittimo signor mio, alla repubblica; e quel giuramento confermo», disse il capitano Giangi; Transeat a me calix iste, soggiunse l’Onofri; così altri; minacciati, se ne richiamano al papa, il quale, meglio informato, ordina si ripristini la repubblica. Quell’attentato vi ravvivò l’amore per la libertà e per una patria che sulla sua piccolezza avea chiamato l’attenzione dell’Europa; si comprese come la giustizia e la concordia sian necessarie; molti forestieri ne sollecitarono il patriziato, e crebbero le famiglie interessate al pubblico bene. L’Alberoni non fu punito che col trasportarlo alla legazione di Bologna; e fra gli storici rimase vituperato o lodato secondo passione. L’Italia non dimentica com’egli dotò la patria Piacenza d’un insigne monumento, al posto d’un antico ospedale di lebbrosi elevando un collegio per sessanta studenti, che ben presto diede segnalati uomini alla Chiesa e alle scienze[42].

Tolto di mezzo l’Alberoni, Filippo V lasciossi indurre dalla moglie a rassegnarsi ai dispotici ordinamenti della Quadruplice alleanza, rinunziando alla Sicilia e alla Sardegna; e a Cambrai si trattò d’accordi (1721 marzo). L’imperatore, irremovibile dal credersi unico legittimo padrone della Spagna, e geloso che le altre due potenze volessero aumentare l’ingerenza borbonica in Italia, frammetteva difficoltà sin nelle formole della reciproca rinunzia di lui alla monarchia spagnuola, e della Spagna ai possessi in Italia e ne’ Paesi Bassi; e riservavasi il titolo di re di Spagna e di cattolico, e di granmaestro del Toson d’oro. Adesso poi, che possedeva la Sicilia, nicchiava a concedere a don Carlo figlio della Farnese la promessa investitura eventuale degli Stati di Parma, Piacenza e Toscana, tanto più che i signori di questi paesi vi si opponevano, e viepiù il papa che vedea considerati feudi imperiali quelli su cui la santa Sede pretendeva l’alto dominio. Alfine le lettere d’infeudazione furon date (1724) sotto la garanzia della Francia e Inghilterra.

Vedemmo comparire di mezzo la Toscana, perocchè anche questa era per andar vacante. Cosmo III granduca, più non sperando che Gian Gastone suo figlio avesse prole, chiese che il senato fiorentino, coll’autorità medesima onde avea conferito il dominio ai Medici, potesse ammettere all’eredità le femmine, pensando a sua figlia Anna, maritata nell’elettore palatino (tom. XI, pag. 256): ma regina Elisabetta s’industriò tanto, che il congresso di Londra riconobbe che essa, come nata da Margherita figlia di Cosimo II, riuniva i diritti delle famiglie Medici e Farnese, talchè Francia e Inghilterra ai figli di lei garantirono Parma e Piacenza e la Toscana, mettendovi intanto guarnigioni svizzere. Ma la santa Sede allegava l’alta sua signoria su Parma e Piacenza; il granduca adduceva l’indipendenza del Fiorentino, e la stranezza di disporre del suo senza tampoco sentirlo; la Spagna recava in mezzo i suoi diritti sul Senese, oltrechè non si rassegnava ad accettare con vincolo feudale possessi, che un giorno le tocchebbero liberi. I potentati sostenevano che tale assetto fosse necessario alla tranquillità d’Italia; l’Austria, possedendo i due estremi della penisola, avrebbela avuta tutta in balìa, tanto più che n’era esclusa la Francia. Sgombrate dalla Spagna le due isole, la Sicilia fu resa a Carlo VI, che dovè coi rigori e i supplizj tenerla fedele.

Tutto ciò chiamavasi pace; e chiamavansi politica queste miserabili triche di doti e successioni; e nimicizie e leghe e trattati e spese e guerre dei padri dei popoli si dirigeano al grande scopo di mettere in trono i figli della Farnese e la figliuola dell’imperatore. Quest’ultimo, non avendo maschi, aveva pubblicato una prammatica sanzione (1713 18 aprile), portante che potessero succedere le figlie sue; e l’ottenervi l’adesione degli altri potenti divenne l’unico proposito della sua politica. Ma la Spagna vi repugnava, e chiedeva ch’egli si limitasse in Italia agli antichi dominj; saltava in campo il re di Sardegna, prevalendosene per domandar grado eguale agli altri regnanti; alle potenze marittime spiaceva che l’imperatore avesse eretto a Ostenda una compagnia pel traffico colle Indie: gravi imbarazzi alla diplomazia.

Quando il re di Francia, che avea fidanzato una figlia di Filippo V, sposò invece una polacca, Filippo irritato si ravvicina all’imperatore, aderisce alla prammatica sanzione, rinunzia ad appoggiare la resistenza dei principi italiani; si parlò fino di sposare Maria Teresa figlia dell’imperatore con don Carlo di Spagna. Di tale alleanza che succedeva a venticinque anni di collera, presero ombra le potenze settentrionali, e l’Inghilterra gliene oppose un’altra; Carlo VI, purchè riconoscessero la sua prammatica, abbandonò la Spagna; la Spagna a vicenda fece pace coll’Inghilterra, abbandonando Carlo VI, e ottenendo di mettere guarnigione a Livorno, Porto Ferrajo, Parma, Piacenza, affine di assicurarle a Don Carlo.

Così continuavasi a disporre dei dominj d’Italia, non dico senza badare ai popoli, ma nè tampoco ai possessori attuali, nè al signor sovrano qual era l’imperatore. Il quale offeso arma a Napoli e a Milano, ed essendo morto l’ultimo Farnese, occupa Parma e Piacenza (1727). Ma poichè la politica andava tutta a convenienze o capricci, senza elevazione, e perciò mutevole ad ogni vento, ben presto l’Austria s’allea coll’Inghilterra e coll’Olanda (1731 16 marzo), che riconoscono la prammatica sanzione; e la Spagna non tarda aderire, purchè a don Carlo assicurino le successioni disputate. Infatto egli ottenne Parma e Piacenza; ma quanto alla Toscana il granduca Cosmo III non sapeva rassegnatisi. E per verità nessuna ragione teneano quelle potenze sopra lo Stato altrui, poca egli stesso, giacchè, cessando la famiglia con cui il paese avea contratto un’obbligazione, questo ricuperava l’indipendenza e libertà di disporre di se stesso. Cosmo medesimo il proclamava, asserendo che la Toscana non era obbligata da verun nesso feudale coll’Impero, e che casa sua non la teneva dall’investitura di Carlo V, bensì dall’elezione dei Quaranta. La politica guarda a convenienze, non a diritti.

Cosmo nel lungo suo regno non avea fatto che svigorire gli animi sotto un’afa chiesastica, mentre lasciava languire l’industria e l’agricoltura, e profittare i monopolisti e gl’ipocriti; moltiplicava le cariche e le dava in dote a zitelle onde crescere le famiglie che dipendessero interamente dal governo fin pel pane. Quando morì (1723 31 8bre) non fu dunque compianto, se non pel peggio che temevasi dal suo successore Gian Gastone. L’educazione accurata non aveva salvo costui dalle laidezze, di cui fece pompa nelle taverne tedesche e ne’ postriboli francesi. Logoro da queste e da cinquantatre anni, desiderava continuare nel far nulla, e non darsi briga d’un paese di cui restavagli solo un breve usufrutto, non aspettando successione dalla disprezzata moglie; sicchè abbandonò gli affari ai ministri, sè a lautezze scandalosamente libertine procacciategli dal cameriere Giuliano Dami; tratteneva giovinastri a centinaja, anche di famiglie illustri; e il paese imitatore, che era stato santocchio sotto il padre, si fece scapestrato sotto il figliuolo.

Alla Corte dava vivacità Jolante Beatrice, vedova del primogenito di Cosmo, traendovi belle dame e letterati, fra cui l’improvvisatore Bernardino Perfetti, che fu coronato poeta a Roma. Si rialzò l’Università, levando l’obbligo d’attenersi a temi e corsi prestabiliti; e vi dettavano il Caraccioli, il De Soria, il Corsini, il Fromond, il Rallo, il Capassi, il Fancelli; allo studio fiorentino, dove professavano il proposto Gori, il dottore Lami, il Salvini, il Targioni, il Cocchi, si aggiunsero una cattedra di gius pubblico, affidata a Pompeo Neri, e un osservatorio, diretto da Tommaso Perelli; si lasciò erigere in Santa Croce un monumento a Galileo, e tornar alla cattedra di filosofia Pascasio Giannetti; dal 1729 al 39 si compì la quarta edizione del vocabolario della Crusca; e il prete Antonio Bandini proclamava la libertà d’estrar granaglie dalla Maremma.