Il bene era guasto dagli sciagurati esempj del principe e dal turpe mercato che delle grazie e degl’impieghi faceva il Dami, sempre più despoto quanto più Gian Gastone anneghittiva e immalinconiva. Il quale, se talora alzava la testa dal vergognoso sopore, udiva i potentati mercanteggiare della successione di lui vivo; la Spagna volere che accettasse per successore don Carlo, e fin d’allora le guarnigioni; l’imperatore, ch’egli riconoscesse la supremazia imperiale. Anzi, com’ebbero stipulato del dominio, pensarono anche ai beni allodiali di Casa Medici. Mobili, gioje, capi d’arte, il fedecommesso di Clemente VII, gli acquisti fatti con risparmj, col traffico o colle confische; i miglioramenti recati a porti, palazzi, fortezze, artiglierie, principalmente i feudi da loro innestati nella ducea, e nominatamente Pontremoli e la Lunigiana, come possessi privati ricadevano di diritto alla elettrice palatina: ma la Spagna agognava anche a quelli, e intendendo susurrarsi d’indipendenza toscana, guarnì le fortezze.
Floscio in mezzo a tanti urti, Gian Gastone soscrisse al trattato di Vienna (1731 25 luglio), che senza lui avea disposto dei suoi Stati, e con una convenzione di famiglia accettò per successore don Carlo, a patto che rimanessero integri i privilegi della Toscana. Ma al tempo stesso faceva una formale protesta contro la lesione recata all’indipendenza del popolo fiorentino, il quale non poteva rimanere pregiudicato da un atto estorto colla forza: protesta che dovea pubblicarsi alla sua morte.
Sempre erasi convenuto che guarnigioni forestiere non verrebbero in Toscana, ma solo il designato erede: però alla Farnese parve indecoroso che un suo figlio vi andasse quasi in altrui balìa; onde gli accompagnò seimila armati (1736). E quando, al san Giovanni, i vassalli vennero a cavallo a deporre l’omaggio, tra feste che accoppiarono la suntuosità spagnuola colla raffinatezza toscana, allettata pure dall’ilare e graziosa giovinezza di don Carlo, questo ricevette l’omaggio in qualità di principe ereditario[43].
Frattanto un’altra eredità più pingue metteasi in questione, quella di Carlo VI. Favorì le arti belle che coltivava egli stesso, e principalmente la musica, e dal Metastasio fu celebrato come il Tito del secolo: ma non sapea farsi nè stimare come elevato, nè amare come popolare; spiava i domestici segreti, puntigliavasi nelle cerimonie; ligio ai ministri, eppur sempre sospettoso di quel che più di tutti valeva, il principe Eugenio di Savoja, la cui morte (1736) lasciò il massimo disordine in quel gabinetto. Avvezzato despotico, penava a rispettare le costituzioni de’ varj Stati; più che d’altro gloriandosi d’essere stato re di Spagna, questo titolo non volle rinunziar mai; Spagnuoli mettevasi intorno e negl’impieghi; e ostinavasi a volere i possessi italiani come quelli che gli davano e denari pel secreto borsiglio e cariche da distribuire a sua voglia, mentre ne’ paesi germanici le costituzioni escludeano i forestieri. Or que’ consiglieri (se crediamo alla Storia arcana del Foscarini, che è un’indagine del perchè l’Austria perdesse così rapidamente l’Italia nel 1735) lo traevano a strane e rovinose maniere di governare il nostro paese; tutto andava a chi più rubasse in aggravio de’ popoli: a Napoli ottantadue milioni di fiorini si estorsero nei ventisette anni di suo dominio; oltre diciotto capitarono direttamente all’imperatore o per fascie alle arciduchesse o per altre graziosità: a Milano s’incarì la diaria, mentre le somme destinate a mantenervi soldati e munire fortezze colavano nel borsiglio, lasciando il paese sprovvisto nelle occorrenze: or si moveva dubbio su antiche vendite fatte dal fisco alle città, e bisognava transigere in denari; or una città contendeva coll’altra, e sopivasi il litigio a denari, sempre con particolare guadagno dell’imperatore. Per due milioni e quattrocentomila fiorini vendette ai Genovesi il marchesato di Finale, importantissimo perchè metteva il Milanese in comunicazione col mare; vendette al re di Sardegna altri feudi sottratti al Milanese; vendette titoli, vendette soldati, e fomentò la guerra perchè velava tali dispersioni di denaro. Negl’impieghi e nelle magistrature poneva persone indegne, purchè pagassero; lasciava che i ministri lucrassero sulle entrate dello Stato, come egli partecipava alle venalità; e tenea mano agli appalti, che si deliberavano a prezzi ingiusti, supplendovi con altre gravezze sui sudditi, e coll’inumanità dell’esazione.
Napoli avea gran foreste di roveri, proprietà regia; quelle dell’Istria e dell’Ungheria poteano somministrare una ricca flotta, dietro la quale Carlo smaniava: ma la pessima amministrazione facea costar più a lui i legnami suoi che se avesse dovuto comprarli, e l’uffizialità sarebbe bastata a triplice armata. Pensò favorire il commercio, ma con espedienti improvvidi; alzando i dazj delle lane, rovinò gli armenti dell’Abruzzo; colla Compagnia dell’India istituita ad Ostenda, s’inimicò le potenze marittime, mentre egli nessun frutto ritrasse; coll’aprire il porto franco di Trieste, oltre mettere in sospetto i Veneziani, spoverì la fiera di Bolzano ed altre interne, e non che vi affluissero mercanti come credeva, sole tre famiglie di Lombardia vi si posero, e bisognarono ordini rigorosi per trarvi mercanzie. L’accordo ch’ei fece colle potenze Barbaresche affidava queste a penetrare nell’Adriatico a danno de’ Veneti e de’ Pontifizj, sicure di trovar ricovero nei porti napoletani.
De’ vizj suoi e di sua Corte non mancava chi l’avvertisse, e i frati italiani che quaresimavano a Vienna, non prostituivano alle adulazioni la parola di Dio; pure soltanto le lezioni costose dell’esperienza lo fecero scorto degli errori suoi, non l’emendarono. Tutta sua vita fu in guerra, e più in maneggi per far adottare la prammatica sanzione, per cui gli Stati di Casa d’Austria passassero nella sua figlia Maria Teresa. La Farnese mosse mari e monti per maritare costei col suo Carlo, che avrebbe potuto un giorno congiungere in sè i possessi d’Austria, Spagna e Francia; e fallitole l’intrigo, cercò almeno buscargli il Milanese e le Sicilie. Ma il Milanese faceva gola a Carlo Emanuele III di Sardegna, il quale paragonava l’Italia a un carciofo, che vuolsi mangiare foglia a foglia; e sentendo di qual peso l’alleanza sua sarebbe nei moti imminenti, volea farsela pagare con quel ghiotto boccone.
Di mezzo all’apparente cordialità trescavasi dunque e faceansi armi, quando un lontanissimo evento condusse in nuovo travaglio il paese. Ciò fu l’elezione del re di Polonia. Era caduta su Stanislao Lezczinski suocero del re di Francia; ma Russia ed Austria preferivano Augusto di Sassonia, e accostato un esercito ai confini, obbligarono ad eleggere questo (1719), sicchè Stanislao ne dovette partire. Di qui rottura tra Francia ed Austria, e briga di alleanze, ove subito prese parte la Spagna, ossia Elisabetta; la quale, sempre agognando tutta l’eredità austriaca, nè per difficoltà diminuendo l’ambizione materna, al suo Carlo diciassettenne che s’adagiava nel principato di Parma, manda dire: — Preparatevi a un molto più nobile trono; Spagna, Francia, Sardegna si sono collegate contro l’Impero, cioè per deprimere Casa d’Austria[44] ed escluderla da Italia: un esercito con Berwick l’assalirà sul Reno, un altro con Villars scenderà in Lombardia, una flotta nel Mediterraneo; a Genova e Antibo sbarcheranno genti e cavalli spagnuoli, comandati dal conte di Montemar in effetto, in apparenza da voi stesso, che presto saluterò re delle Due Sicilie».
Carlo Emanuele fu ancora in testa agl’intrighi (1733 26 7bre). L’imperatore lo credeva suo, atteso l’avergli esso domandata l’investitura degli Stati in Italia; sicchè vedendolo ingrossare di armi, supponeva mirasse unicamente a difendersi dai Francesi; e quand’egli chiese grani alla Lombardia, il conte Daun si fece premura di mandargliene[45]. Ma un momento dopo si seppe che il re, a patto di divenire padrone del Milanese, erasi unito alla Francia, dove i consigli dell’ottagenario Villars e degli altri vecchi soldati essendo prevalsi ai pacifici del ministro cardinale Fleury, preparavansi grossi eserciti. I quali per cinque vie sboccati e uniti al piemontese, occupavano Vigevano, Tortona, Pavia, e sono alle porte di Milano (1733 3 9bre). Carlo VI erasi avversate le potenze marittime colla sua compagnia d’Ostenda; quel sistema di corruzione così esteso avea fatto trascurare gli armamenti e i magazzini; e Daun côlto alla sprovvista, anzichè esporsi ad una sconfitta, si ritira nelle fortezze. Carlo Emanuele accolto con feste a Milano e dappertutto[46], vede aprirsegli il forte di Pizzighettone allora importante pel passo dell’Adda e con cento cannoni, e i minori di Lecco, Trezzo, Cremona, Fuentes, Novara, Arona; anche quel di Milano dopo lanciatevi quattordicimila cannonate e tre mila bombe: e tiene finalmente questo paese sì a lungo ambito, e se n’intitola duca.
Un potentato che tema un vicino, gliene oppone un altro. Carlo Emanuele dunque consentiva all’incremento d’un infante di Spagna, per quanto s’adombrasse dei Borboni; ma non volea snervar l’imperatore a segno che quelli restassero senza contrappeso in Italia: laonde sfavorì la marcia dell’esercito, restrinse le sussistenze, ricusò dare artiglieria per l’assedio di Mantova, nè secondare Villars che volea si procedesse prima che da Germania venissero rinforzi; onde il maresciallo Mercy ebbe agio di calar dal Tirolo a rinforzare la guarnigione di Mantova; Villars indispettito viene a prendere congedo dal re, il quale duramente gli dice: — Buon viaggio». Il maresciallo, passando per Torino, vi morì di ottantadue anni.
Intanto anche la Spagna, ossia Elisabetta collegatasi con Francia, manda una flotta in Toscana, che per sottrarre le Due Sicilie all’oppressione austriaca, all’austriaca avarizia, comincia a devastare spietatamente la Mirandola, Piombino, il ducato di Massa e Carrara; poi l’infante don Carlo, dichiaratosi da sè maggiorenne a diciott’anni, e fatto generalissimo degli Spagnuoli[47], a capo di grosso esercito lentamente traversa lo Stato papale, guastando da barbaro.