Come il Milanese, così il Napoletano trovavasi a mala guardia, avendo l’imperatore e il gran cancelliere Zinzendorf intascato i denari degli armamenti, e per gelosia non lasciavasi che i natii si armassero: ingegner nessuni; uffiziali imberbi; soldati arrugginiti nelle guarnigioni; gli animi esasperati contro gli Austriaci venditori d’impieghi e sanguisughe, sicchè all’accostarsi di Carlo dappertutto si gridava il nome di Spagna, tanto più che egli pagava appuntino, regalava, sovveniva, gettava manciate di denaro alla folla.

Il vicerè Giulio Visconti chiama all’armi (1734), ma non gli rispondono che banditi e condannati, sicchè fugge col denaro e cogli archivj, e dappertutto si surrogano i gigli alle aquile. Carlo entra in Napoli spargendo denaro, prostrandosi alle chiese, donando una magnifica collana a san Gennaro, schiudendo le prigioni ai malfattori, conservando i privilegi e i magistrati, e aggiungendo alla città il grandato di Spagna, e all’eletto e ai deputati del popolo il diritto di coprirsi in presenza del re. Maggiore fu il contento quando si seppe che il paese non sarebbe più una fattoria regolata dai vicerè, poichè Filippo V decretò che Carlo fosse re delle Due Sicilie, separate da Spagna; le nuove nomine di dignità soddisfecero i nobili; feste e grazie e illuminazione soddisfecero la plebe.

Il Visconti, ritirato in terra di Bari, fu sconfitto a Bitonto dal duca di Montemar, vero duce dell’esercito, il quale passò a sottomettere l’isola di Sicilia (maggio), invano difesa dal prode Lobkowitz; così l’intero regno riverì Carlo; mentre la fortuna austriaca abbassava anche in Germania, malgrado l’arte del vecchio principe Eugenio.

Il Milanese era stato preso troppo facilmente perchè si potesse dir vinto, e a Mantova si concentrarono sotto il maresciallo Mercy le truppe imperiali; ma costui, poco gradito per le violenze e per la prodigalità di sangue, non prosperò le armi, e morì (giugno) alla battaglia di Parma, la più sanguinosa che già un pezzo si combattesse, restandovi diecimila Austriaci. Meglio furono questi comandati a Quistello dal maresciallo conte di Königseck; ma vinti alla giornata di Guastalla (19 7bre), dovettero ritirarsi in Tirolo.

Allora Luigi XV (1735) rimise sul tappeto il vecchio disegno di rendere indipendente l’Italia, per isbarbicare le continue occasioni di guerra; Lombardia sarebbe spartita fra Venezia, Genova, Piemonte; la Toscana resa ai cittadini; nessuno potesse principare in Italia che avesse possedimenti fuori. L’ambizioso Farnese impacciò i consigli, non soffrendo che suo figlio fosse privato della Toscana, benchè acquistasse le Due Sicilie; si tornò sulle armi; e gli Austriaci raccolsero grosso esercito negli Stati della Chiesa, i quali dovettero sostenerne le spese e le prepotenze; perchè i contadini in qualche luogo si opponevano allo sfrenato loro foraggiare, in altri impedivano i loro ingaggi o ricusavano le arbitrarie contribuzioni, le Corti di Madrid e di Vienna urlavano contro il papa, ne cacciavano i nunzj.

Ma la guerra omai non si faceva che lenta e per marcie: Carlo non tenea le Due Sicilie? e il re sardo il Milanese? che potevano altro bramare? Il cardinale Fleury smaniava di rimettere pace; l’imperatore non poteva che desiderarla: ma Luigi, che aveva protestato non volere un palmo di terra, e solo vendicarsi dell’affronto fatto in Polonia a Stanislao Lezczinski, non volle cessar l’armi se non fosse dato alla Francia il ducato di Lorena, che esso Lezczinski terrebbe a vita, in cambio della disturbatagli Polonia. Ma e il duca di Lorena? si compenserà col dargli la Toscana, la quale toglieasi a Spagna, come Parma, Piacenza, Mantova. Miserabili barattieri di popoli!

Adunque nella pace di Vienna (1738 8 9bre) fu assegnata la Toscana al duca di Lorena, che, morto allora Gian Gastone, ne prendeva possesso; in compenso don Carlo avesse le Due Sicilie e i porti del Senese con Porto Longone; Livorno restava portofranco; al re di Sardegna, i territorj di Novara e Tortona, divelti dal Milanese, e la supremazia feudale nelle Langhe; Parma tornava all’imperatore, ma i Farnesi portarono via le ricchezze di loro famiglia e i capi d’arte di cui arricchirono Napoli.

Non si erano ancora deposte le armi, quando la morte di Carlo VI (1740 20 8bre) aprì la successione austriaca; e in onta alla prammatica sanzione, i potentati si avventarono per istrappare qualche brano d’eredità a sua figlia Maria Teresa, e Italia tornò sossopra.

La Francia pensava creare o ingrandire colle spoglie dell’Austria gli Stati secondarj, che si movessero a suo impulso. La Prussia voleva crescere in Germania sicchè l’Austria non vi facesse più da padrona. Il re di Spagna credeva che, mancata la linea austriaca, toccassero a lui il Milanese, Parma e Piacenza, sebbene col trattato di Londra del 1718 vi avesse rinunziato; sicchè armò, e impose a Carlo di Napoli che s’armasse. Per uno statuto del 1549 di Carlo V, qualora venisse meno la discendenza maschile di Filippo II, doveano succedere le sorelle; statuto confermato allorchè la costui figlia Caterina sposò Carlo Emanuele III di Sardegna. Il quale dunque sorgeva a dire che il ducato di Milano avrebbe dovuto toccargli fin dalla morte di Carlo II, ultimo maschio di Filippo II; e viepiù adesso che ogni seme di quella Casa era perito. Non credo che Carlo Emanuele III contasse gran fatto su questi titoli, abrogati del resto col riconoscere la prammatica sanzione: bensì sentiva che, come principe dell’impero dovea aver parte alle discussioni; e come posto fra i due maggiori contendenti, si darebbe a quello che meglio il compensasse. E dapprima prese accordo colla Francia per acquistare il Milanese, foss’anche col cedere la Savoja; poi riflettendo non tornargli utile il prevalere in Italia quella Francia che aveva dominato sì a lungo il Piemonte, e non vedendosi dalla Spagna offerti che ritagli del Milanese, agognato dalla Farnese, si volge a Maria Teresa.

Questa navigava in pessime acque, parendo tutta Europa congiurata a ritorle i lenti acquisti de’ suoi avi, restringendola all’Ungheria, la Bassa Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, le provincie belgiche. Federico II di Prussia, eroe filosofo, le occupava la Slesia; il duca di Baviera la Boemia ed era proclamato imperatore; gli Spagnuoli sovrastavano all’Italia; dal Napoletano moveansi i Borboni a minacciare Toscana, Parma, Piacenza, Lombardia; il papa li lascierebbe passare, il duca di Modena si collegherebbe con loro.