Maria Teresa, profuga sin da Vienna, avea dovuto ritirare le truppe dall’Italia, e con patti onerosi procurarsi amici: onde convenne con Carlo Emanuele (1742 1 febb.) che essa impedirebbe Spagnuoli e Napoletani d’avanzare verso Modena e la Mirandola; egli, mettendo da banda le sue ragioni fino a guerra finita, difenderebbe la Lombardia. Trattato di due nemici, intenti solo a schermirsi da un terzo, come lo qualificava Voltaire; e detto provvisionale perchè esprimeva la riserva che il re potesse disdirlo mediante il preavviso di un mese, cioè se Francia e Spagna gli facessero condizioni più vantaggiose.
Venezia volle tenersi neutra, benchè Maria Teresa minacciasse di nuovo suscitarle addosso i ladroni di Segna. A Modena sedevano gli Estensi, principi quieti; e Alfonso III a sessantott’anni abdicò (1629) per rendersi cappuccino a Merano nel Tirolo, dove apostolò eretici, assistette appestati. Francesco suo figlio, modello di cortesia e di generosità, in istrada parlava con questo e con quello, dava udienza a tutti, donava con modesta liberalità; sapeva che qualche cavaliere fosse in bisogno? giocava con esso al tiro o al pallamaglio, ad arte perdendo; ad alcuno chiedeva la borsa, simulando averne bisogno, poi gliela rendeva impinguata; o nella giubba o nel cappello sguizzavagli destramente un rotolo di monete, o fingea lasciarsene cader di mano, e come le aveano raccolte non volea ripigliarle; e li donava di vesti, come fossero da lui smesse, e vi trovavano denari. Al Poggio suo segretario rimproverò una lettera come mal fatta; ma il dì medesimo, quando fu a tavola con alquanti amici, gli mandò un viglietto contenente la donazione della casa e d’alquanti poderi. Amò anche le arti, e cominciò il palazzo di Modena, buon disegno dell’Avanzini. Un prossimo parente del maresciallo di Gassion avendo commesso profanazioni in una chiesa, lo fece fucilare, respingendo le istanze di grazia col dire: — Gli perdonerei se mi avesse fatto perdere una battaglia: ma non d’aver mancato di rispetto alla casa di Dio.
Alfonso IV fu generalissimo (1658) delle armi francesi in Italia, ed ebbe l’investitura di Correggio. La sua vedova Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, regolò con accorta bontà la fanciullezza di Francesco II. Al quale morto senza figli, sottentrò lo zio Rinaldo, figlio di Francesco I, che vedemmo ravvolto nella guerra per la successione spagnuola. Nel 1707 ricuperò gli Stati; nel 1710 acquistò la Mirandola, che l’imperatore, per castigare Pico d’avere parteggiato coi Francesi, fece mettere quasi all’incanto e gli cedette per ducentomila pistole: ma di ottenere Comacchio, disputato sempre dal papa, disperò allorquando l’imperatore rinunziò a pretenderlo.
Nella guerra dei Gallo-Ispani (1734), Modena fu occupata dal maresciallo Maillebois e gravata di contribuzioni. Rinaldo, che erasi rifuggito a Parigi, fu poi restituito nella sua residenza, e l’anno appresso gli succedette Francesco III (1737) che allora combatteva i Turchi in Ungheria come generale dell’artiglieria imperiale. Egli erasi proposto di rimanere neutro nella guerra scoppiata: ma Traun governatore della Lombardia collo svillaneggiarlo e invaderne gli Stati lo spinse a chiarirsi nemico della sua padrona. Subito Tedeschi e Sardi occuparono lo Stato, mentre il duca ricoverava sul Veneto, «portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie» dice il Muratori. Questi allora trovavasi bibliotecario in Modena, e avendogli il re di Sardegna domandato — Come mi tratterà nella sua storia?» rispose: — Come vostra maestà tratterà la patria mia».
Il duca di Montemar, che dalla sinistra del Po avea veduto senza muoversi la presa di Modena e della Mirandola, sfila allora verso la bassa Italia, e non volendo aprirsi a forza il passaggio per la Toscana, sbarca a Orbetello, e uniti i suoi Spagnuoli a dodicimila Napoletani, traversa violentemente il territorio della Chiesa. In Roma i suoi, per ingaggiare soldati, trascorrono a seduzioni e violenze di tal guisa, che il popolo, irritato di vedersi rapire mariti, figli, padri, tumultuò, coi sassi plebei affrontò fucili e cannoni, e fu forza calar seco a patti, e congedare quanti eransi incorporati ne’ reggimenti spagnuoli. Questi esercitarono vendetta sulla campagna, ma la pagarono col sangue. Il cardinale Alberoni, che non potea dimenticare la politica, proponeva di opporre a questi stranieri una lega di tutti i principi italiani, capo il pontefice; ma questo si accontentò di bandire un giubileo.
Mentre prima il principe Eugenio colle rapide marcie solea moltiplicare un piccolo esercito, allora il Montemar, che pur tanto avea giovato alla prima conquista del Regno, lasciò languire un esercito poderoso; senza riguardo nè all’onore spagnuolo, nè al pericolo degli alleati, nè al conquasso dei popoli, perdendo settimane in marcie di poche ore; accostavasi ai nemici, poi rifocillavasi indietro; non difendeva i suoi posti, non attaccava i deboli, lasciando indisciplinare i soldati, estender le malattie e i vizj, e prevalere gli alleati. Fu mandato a scambiarlo il conte di Gages fiammingo, che a Camposanto di Modena venne a battaglia (1743) cogli Austro-Sardi, poi ritiratosi a Rimini, cedette il comando al duca di Modena.
Maria Teresa, non iscoraggiata da tanti nemici, rinnega Carlo VII benchè regolarmente eletto imperatore dai principi di Germania, e avvolgendo questi in una guerra di mero suo profitto, chiama per la prima volta i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa meridionale, e versa contro i suoi nemici e sopra la povera Italia bande ferine di Panduri, Tolpasci, Anacchi, Croati, Varadini, terribili d’aspetto e d’armi, anelanti alla ruba, indifferenti al sangue, e che rinnovarono gli orrori della guerra dei Trent’anni.
Unica l’Inghilterra serbò fede alla prammatica sanzione. Improvvisamente (19 agosto) una sua squadra si presenta davanti a Napoli con galeotte e bombe, e il comandante Matthews intima a quel re di richiamare le sue truppe dalla Lombardia, o bombarderà la capitale: tempo due ore a decidere. Non erasi mai pensato a munir Napoli, nè i castelli erano provvisti; onde fu forza rassegnarsi, e l’esercito napoletano richiamato, prese quartiere sul Perugino.
Carlo Emanuele seguitava intanto pratiche colla Spagna o colla Francia; e questa non potendolo trarre a sè, mandò nuove truppe al Varo e all’Alpi. Egli, facendo valere i suoi gravi sacrifizj e le proposizioni avute da Francia e Spagna, insisteva per nuovi compensi: l’Inghilterra spingeva Maria Teresa a consolidare quella lubrica alleanza con Savoja, facendo positive concessioni. L’imperatrice reluttava e diceva: — Se cedo ancora, mi resterà in Italia sì poco da non meritare d’essere difesa; non mi lascia che l’alternativa d’essere spogliata dalla Francia o dall’Inghilterra»; dovette piegarsi ad un trattato segreto (13 7bre) conchiuso in Worms, pel quale Carlo Emanuele riconosceva la prammatica sanzione, rinunziando ad ogni pretensione sul Milanese, e obbligandosi a mettere in campo quarantacinquemila uomini. Essa «in ricompensa dello zelo e della generosità con cui erasi avventurato a vantaggio della Casa d’Austria», oltre un sussidio di quattro milioni all’anno, obbligavasi a cedergli il Vigevanasco, il contado d’Angera con tutta la riva occidentale del lago Maggiore e la meridionale del Ticino, e Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino alla Nura; e terrebbe in Italia trentamila uomini sotto gli ordini del re. L’Inghilterra si obbligava a pagare al re di Sardegna ducentomila sterline l’anno[48], e secondarlo con poderosa squadra nel Mediterraneo, nè ascoltare veruna proposizione d’assestamento dell’Italia senza consenso di esso.
Allora si rincalorisce la guerra. Carlo Emanuele, inseguendo gli Spagnuoli capitanati dal duca di Modena, giunse fino a Bologna; il principe di Lobkowitz, chiaro per vittorie in Boemia, succeduto al Traun, entra nelle Legazioni, mandandole a sperpero con una di quelle guerre di movimenti che devastano senza risolvere, mostra ancora ai Romani un esercito di Barbari, e s’avvia su Napoli, spargendo larghissime promesse di Maria Teresa. Ma popolo e nobili, indignati che ne fosse tentata la fedeltà, si restrinsero al loro re, superbi della confidenza mostrata da Carlo, fin a sprigionare quei che avea chiusi per inconfidenza, s’accinse a tutelare il nuovo regno.