Lobkowitz menava ventimila fanti, seimila cavalli, oltre le bande irregolari e molti scorridori ungheresi; li secondavano i navigli. Più numerosi erano i Borbonici, meno riputati; e nè gli uni nè gli altri facendosi scrupolo di ledere territorio amico, lo Stato pontifizio resero teatro di battaglie. A Velletri gli Austriaci diedero assalto sì improvviso (1744 10 agosto) al campo, che il re e il duca di Modena a fatica fuggirono in camicia; ma il duca di Castropignano seppe conservare la posizione in modo, che ben presto volse in fuga gli Austriaci. Stettero però ancora due mesi a fronte gli eserciti, ciascuno sperando che la fame e la peste distruggerebbe l’altro; e in fatto, dopo lasciate innumere vite a miserabile spettacolo, Lobkowitz dovette sonare a ritirata, e mostrare i laceri avanzi a quella Roma che dianzi avea insultata. Il conte Gages, unito a un esercito che Francia spediva per Genova, incalzò gli Austriaci, facendo orrida la via coi disertori che lasciava impiccati, mentre la peste desolava i due campi.

Anche sul mare infuriavano le regie ire, mentre empivano di strage la Germania. Morto il ministro Fleury, che sempre avea sollecitato la pace, Francia caldeggiò la parte spagnuola contro Maria Teresa, e mandò un esercito di qua dall’Alpi; grosse battaglie si combattono; altri Gallo-Ispani coll’infante don Filippo e col principe di Conti, secondati dalla flotta, prendono Nizza e la Savoja. I passi delle Alpi sono vigorosamente protetti dai Piemontesi, e tra le fazioni più famose del secolo contansi la presa di Demonte e l’assedio di Cuneo (7bre), ove le popolazioni secondavano l’esercito, a differenza di ciò che avveniva nella restante Italia; e sebbene il re fosse sconfitto, l’avversario dovette sgombrare il Piemonte.

Ma ben presto don Filippo ritorna, Carlo Emanuele è sconfitto a Bassignana (1745 27 9bre), lasciando pochi uccisi e moltissimi prigionieri: e l’infante don Filippo entra coi Gallo-Ispani in Milano trionfante, e la Farnese esulta del sapere la pingue città in pugno al suo secondogenito. Ma la regina d’Ungheria raddoppia di sforzi, e avendo dal terribile suo avversario Federico II comprata la pace col cedergli la Slesia (1746), manda Lichtenstein con nuove truppe nel cuor dell’inverno, sicchè ben presto i Gallo-Ispani devono lasciar Milano ai Tedeschi, che mandano a saccheggio Parma, mentre i Gallo-Ispani si rinforzano in Piacenza.

Appoggiato ai Tedeschi, Carlo Emanuele si rifà, vince Gages e Maillebois (16 giugno), mentre rinterza trattati colla Francia per conseguire maggiori vantaggi e l’ambito Milanese, semina zizzanie tra Spagnuoli e Francesi; questi batte a Piacenza e obbliga a ripassar le Alpi; e morto Filippo che ostinavasi alla guerra per suo capriccio e per stimolo della Farnese, Ferdinando suo successore (luglio) richiamò d’Italia le truppe spagnuole.

Maria Teresa, carattere virile, virtuosa in mezzo a tante Corti depravate, altera dei diritti di regina e di austriaca, intendeva all’ingrandimento della propria casa e dei proprj figli, senza intaccare i privilegi locali, che formavano la costituzione storica de’ differenti suoi popoli. Avea sposato Francesco, già duca di Lorena poi granduca di Toscana; e benchè di lui amorosissima, e il facesse dodici volte padre, non gli lasciò ombra d’autorità; sicchè egli dovette restringersi a cure parziali, e a guadagnare sugli appalti fin con somministrare forniture ai nemici di sua moglie.

Maria Teresa inviò un corpo nel Ferrarese, che, per castigare il duca di Modena, imponesse grossissime contribuzioni, e guastasse i beni allodiali di Casa d’Este, benchè assegnati alle sorelle, e fin quelli di Massa e Carrara, la cui duchessa Maria Teresa Cibo era moglie del principe ereditario che fu poi duca. Vacando, per la morte dell’ultimo Gonzaga, il ducato di Mantova, Maria Teresa l’occupò come appendice del Milanese, protestandone fin suo marito, che qual imperatore di Germania, lo credeva a sè ricaduto. Dopo la vittoria di Piacenza, gli Austro-Sardi vogliono profittare del buon destro per ricuperare il Napoletano: ma l’Inghilterra, per castigare Francia d’aver favorito il pretendente, gli obbliga a volgersi contro la Provenza, lo perchè occupano la più parte del Genovesato.

Il marchesato del Finale tra il Monferrato e la riviera genovese, dalla famiglia Del Carretto, che lo teneva in feudo, era stato nel 1590 venduto agli Spagnuoli che l’unirono al ducato di Milano; quando i Francesi uscirono d’Italia nel 1707, gl’Imperiali se ne impadronirono, poi Carlo VI nel 1713 lo vendette a Genova per un milione ducentomila piastre, come feudo dipendente dall’Impero, e glielo confermò nel trattato della Quadruplice alleanza nel 18, e in quel di Vienna nel 25. Eppure Maria Teresa, come roba sua, nel 43 ne cedeva i diritti al re di Sardegna, per l’unico titolo che al Piemonte importava avere comunicazione immediata colle potenze marittime ad esso alleate.

Genova non era più la donna dei mari, ma quel popolo conservava vigorosi caratteri, operosità, amore del franco stato; l’aristocrazia dominante non escludeva il merito, e ricordavasi dell’origine sua popolana; i suoi capitalisti possedeano per quattordici milioni di rendita sui banchi di Francia. Protestò essa contro tale usurpazione, che poteva costituire sulla Riviera un porto emulo del suo, fece armi; e aderendo a Francia, Spagna e Napoli nel trattato d’Aranjuez, agevolò ai Borbonici il passo per la Lombardia. Gl’Inglesi reclamarono perchè Genova cessasse dall’armarsi, attesochè nemici non aveva, e dal molestare il loro alleato di Savoja; e non ascoltati, predarono le navi (1746), e mandarono l’ammiraglio Rowley a bombardar Genova, il Finale, San Remo, sollecitati dal re di Sardegna, che istigava anche i Corsi. Ma dopo la vittoria di Piacenza e la ritirata degli Spagnuoli, benchè avesse e armi e viveri, Genova trovandosi incalzata per terra dagli Austriaci, per mare dagli Inglesi, scontentò il popolo pel lavoro mancato nella lunga guerra e pei difficoltati trasporti, sicchè temeva proclamasse Maria Teresa, e dovette patteggiare col comandante degli Austriaci marchese Antonio Botta Adorno, e cedergli una porta, raccomandandosi alla generosità dell’imperatrice.

Se i soldati tedeschi in tutta quella campagna si erano mostrati brutali e ingordi, massime a Parma e Piacenza, qui ancor peggio, quasi il Botta s’invelenisse dell’averla per patria. Impose dunque condizioni come a città vinta: consegnassero le porte, i forti, le munizioni da guerra e da bocca, libero agli eserciti austriaci di traversare le terre della repubblica; il doge e quattro senatori passassero fra un mese a chiedere perdono alla clementissima sovrana di ciò che è sacrosanto diritto, il difendersi da aggressori; detto fatto pagassero cinquantamila genovine (da cinque franchi) per rinfresco ai soldati; poi determinava la contribuzione di guerra a tre milioni di genovine entro quindici giorni, o il saccheggio; tanto e non meno bisognando all’esercito per la spedizione in Provenza e contro Napoli. Di tutto allora si cominciò a far denaro; gli argenti delle case, i tesori sotto la fede pubblica depositati nel banco di san Giorgio, andarono alla zecca, onde passar poi nelle tasche de’ soldati per stipendj e per ricompense; molto ne fu mandato a Milano.

Il re di Sardegna si lamentò che del bottino non gli si facesse parte: sostenuto dagli Inglesi ricuperava Nizza, e prendeva Savona, il Finale, altri posti della Riviera, esclamando contro i Genovesi che osavano difenderli; una nave inglese all’imboccatura del porto taglieggiava e metteva a preda quanti vascelli capitassero a Genova. Per la paura più non si portavano tampoco i grani, e pativasi di fame; fuggivano i principali negozianti, i maggiori ricchi, i membri del piccolo consiglio.