Ad istanza di Benedetto XIV, Maria Teresa condonò il terzo milione; ma il Botta non solo lo volle, ma ne aggiunse un altro pei quartieri d’inverno. Tanto spoglio di città già esausta dalla lunga guerra di Corsica! Eppure la brutalità nemica non n’era sazia; si arrivò a volere che Genova somministrasse le proprie artiglierie per poter con queste toglierle le sue città. E se, come i Romani ad Alarico, chiedeva — Cosa ci lascerete?» il turpe Botta rispondeva: — Gli occhi per piangere». Vile! qualcos’altro resta sempre al popolo ridotto alla disperazione.
Per favorire la decretata spedizione di Provenza, di cui il re di Sardegna era destinato generalissimo, il Botta levò i cannoni anche di Genova; ma nello strascinare un mortajo da Portória (5 xbre), si sfondò la strada e gran fatica dura vasi a cavarnelo. I Tedeschi col bastone obbligarono qualche popolano ad ajutarli: ma un Balilla, ragazzo vulgare, comincia a resistere e rivoltarsi; i suoi lo secondano colle grida e le sassate; il rombazzo ingrossa, e impetuoso si diffonde per la città; rapisconsi le armi ove si trovano: da principio i popolani son più uccisi che uccisori, e gli Austriaci li deridono, e al grido di Viva Maria rispondono Viva Maria Teresa. Ma il furore cresce; si serragliano le vie; Croati, Panduri e quegli altri feroci soccombono alle armi plebee; fanciulli e donne strascinano i cannoni ove mai non sarebbesi creduto; improvvisati artiglieri, improvvisati fucilieri mostrano che sanno vincere e frenar la vittoria: frati e preti ispirano misericordia, ma non fiacchezza. Invano i nobili suggeriscono prudenza, moderazione, e di non sonare a stormo; le campane a martello chiamano i valligiani del Bisagno e della Polcévera; quel Botta, che aveva sbraveggiato il popolo, sente che cosa il popolo vaglia, e fremente e confuso è costretto andarsene. Viva Maria, Genova è salva (10 xbre).
Un applauso universale salutò le cinque giornate; i Tedeschi dalla Riviera si ritrassero di qua dell’Appennino; e accertata la vittoria, anche i nobili parteggiarono colla plebe. Del tradimento fremette Maria Teresa, e tacciando di lesa maestà un popolo indipendente, decretò il sequestro di quanto possedevano i Genovesi ne’ suoi Stati, colpendo così e gl’innocenti che trovavansi lontani da Genova, e la pubblica garanzia delle casse pubbliche, e portando a inevitabili fallimenti[49]. Nè paga a tanto, spedì rinforzi a punir il popolo di quella fedeltà che negli Ungheresi ella aveva applaudita, e che qui chiamava ribellione. Lo Stato di Milano fu obbligato dare cinquecento carrette con quattro cavalli e un uomo ciascuna per condur le provvigioni, e migliaja di villani requisiti per ispianare le strade all’artiglieria. E s’affollarono sul territorio le truppe austriache, che rinomate per valore quanto per cattiva amministrazione, riuscivano gravosissime ovunque stanziassero, e in conseguenza indisciplinate.
Il generale Schulemburg, ripresa la Bocchetta (1747), mandò bande di Croati, le cui fierezze fecero inorridire l’Europa, e indussero i Genovesi a intimargli, se non cessava taglierebbero a pezzi gli uffiziali che tenevano prigionieri. Il popolo sistemò la difesa, e armò le compagnie secondo le varie arti, gridando Libertà o morte, e ascrivendo alla beata Vergine ogni vantaggio che ottenesse sui nemici; si cessò dai vizj, si faceano penitenze e processioni.
Quell’eroismo inaspettato tra la fiacchezza del secolo, mosse Spagna e Francia a sostenerli, pentite e vergognate, d’aver in Italia lasciato cadere ogni loro fortuna. Il cavaliere Bellisle, fratello del maresciallo, avendo tentato passar il colle dell’Assietta, vi lasciò la vita (19 luglio) e la vittoria, nè più i Francesi s’avventurarono su terre piemontesi. Il re di Sardegna aveva potuto prendere Savona, sulla quale ostentava antichi diritti: ma la spedizione di Provenza gli fu interrotta dai mancati soccorsi; e gli Austro-Sardi, che vi aveano sofferto ogni specie di stento, furono cacciati a maledizione dal devastato paese, de’ cui ulivi si servirono a far fuoco, e dove lasciarono morto un terzo delle truppe e quasi tutta la bellissima cavalleria. Mentre stringevano Genova con fierezza per terra lo Schulemburg e per mare gl’Inglesi, il francese duca di Boufflers sosteneva colla sperienza il coraggio popolano; tantochè l’austriaco dovette levar il campo e ritirarsi verso la Lombardia. I Genovesi usciti in festa per la campagna, deploravano desolate le loro ville e dappertutto traccie dell’immanità dei Croati; ma esultavano dell’essersi riscossi col proprio braccio.
Morto fra i compianti il Boufflers, al duca di Richelieu succedutogli pochissimo rimase a fare, ma non ritirò le truppe sinchè non fu ripristinato il governo dei pochi. Il popolo aveva redenta la patria, il popolo vinti i nemici di essa; l’aristocrazia gli rimetteva il freno. Fu quella forse la prima guerra alla moderna, ove si continuassero le trattative insieme colle operazioni militari. E fra le proposte fatte alla Sardegna, merita menzione il progetto di Francia, pel quale, cedendo Nizza e la Savoja, Carlo Emanuele sarebbe ajutato a conquistar il Milanese d’accordo con Spagna e Napoli: del ducato di Mantova s’investirebbero Venezia o il Piemonte: in Italia dove straniero più non rimaneva, si formerebbe una confederazione de’ principi per assicurarli da attacchi esterni e da interne perturbazioni, allestendo all’uopo un esercito di ottantamila uomini, comandato dal re di Sardegna, o in difetto suo da quel di Napoli. Taciamo tutte le minuzie di che il bel concetto nazionale era rinvolto dai lucri domestici e dalle ambizioni della Farnese: ma Carlo Emanuele voleva anzitutto la fusione degli Stati promessigli[50]; temeva che, coll’escludere l’Austria dall’Italia non restasse senza contrappeso il protettorato della Francia, e tenne fermo all’alleanza austriaca: onde Asti fu presa, sciolto l’assedio d’Alessandria, e chiusa per cinquant’anni l’Italia ai Francesi.
A questi danni fatti dai re, venivano di conseguenza epidemie e strani morbi, e un’epizoozia e dilagamenti de’ fiumi dell’alta Italia[51], e venti furiosi a Genova. Alfine i principi, spossati di far tanto male, conchiusero pace ad Aquisgrana (1748 15 8bre). Lo scopo di tanto sangue era ottenuto: cioè Maria Teresa, tuttochè femmina, ereditava gli Stati di suo padre, e alla grandezza della sua Casa dava il rinfianco dell’alleanza inglese. Però, per quanto ella cercasse disdire il trattato di Worms, allegando d’aver giurato conservare integra l’eredità paterna, e di non dover desolare i Milanesi che vedeansi tolti i paesi dove teneano le più pingui proprietà, dovette rassegnarsi cedendo al re di Sardegna l’alto Novarese, il Vigevanasco, porzione del Pavese, il contado d’Angera, sicchè il Ticino diventava arcifinio dal lago Maggiore sino al Po. Il Finale fu tacitamente restituito a Genova coll’antico Stato, e tolto il sequestro sui beni de’ Genovesi, nulla badando a Maria Teresa che continuava a pretendere il milione imposto dal Botta. Elisabetta Farnese fu paga nella materna ambizione, vedendo al suo Filippo assicurati non solo il ducato di Parma e Piacenza, ma quelli di Guastalla, Sabbioneta e Bozzolo, dov’erasi estinta la famiglia dritta dei Gonzaga[52]. Don Carlo ebbe garantite le Due Sicilie, ed assenti al patto di famiglia, per cui tutti i Borboni doveano avere gli stessi nemici e assicurarsi i possessi, determinando i sussidj in evenienza di guerra. Francesco III di Modena tornò nel dominio, e per le spese ebbe in compenso la signoria di Novellara, estinti i Gonzaga che vi dominavano.
Come nella guerra, così nella pace il popolo italiano non era intervenuto che per soffrire: pure la gelosia reciproca delle potenze fece che la dominazione straniera non restasse più di qua dall’Alpi, se non nel Milanese, scemato anch’esso di preziosi cantoni.
CAPITOLO CLXIV. Assetto dell’Italia. Carlo III.
Col trattato d’Aquisgrana cominciò per l’Italia il periodo più lungo di pace che la sua storia ricordi, per quarantott’anni più non rimbombando il cannone se non nelle feste pe’ suoi principi; e in quell’intervallo essa le abitudini riformò, e preparossi alle nuove sorti. Quando le altre potenze europee si erano già rese compatte o nell’unità come la Francia, la Spagna, la Prussia, o nelle confederazioni come la Svizzera e la Germania, essa rimaneva spartita fra dieci signorie, una dall’altra indipendenti. La Lombardia sola soggiaceva a dominazione straniera, che dopo tanti tagli, e sebbene annessovi il ducato di Mantova, contava poco più d’un milione d’abitanti e tredici milioni di rendita[53]: paese spoglio di rappresentanza politica, ma da quello gli Austriaci vigilavano su tutta l’Italia.