Ed austriaco era il principe di Toscana, dichiarato però indipendente dall’Impero. Esso Impero conservava l’alto dominio sopra alcuni feudi nei monti liguri fra la Trebbia e la Scrivia, investiti a famiglie genovesi. Un Borbone dominava Parma e Piacenza, col marchesato di Busseto o Stato Pallavicino. Lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, e il ducato di Guastalla col principato di Sabbioneta, a cui erano stati annessi il ducato di Mirandola nel 1710, il principato di Novellara per investitura imperiale nel 1737, e Bozzolo nel Mantovano, con mezzo milione di sudditi. Meno di quattrocentomila n’aveva il ducato di Modena.
In mezzo all’Italia, dal Po fino a Terracina estendevasi lo Stato Pontifizio, vastissimo territorio con appena due milioni e mezzo d’abitanti, e due milioni e mezzo di scudi di rendita. Vero è che tenui erano pure le spese, giacche gl’impiegati o viveano del proprio, o di benefizj, o dei ricavi dell’impiego stesso. Era molto attenuata la rendita ecclesiastica, consistente in qualche piccolo tributo, nella collazione de’ benefizj, nelle dispense, nelle grazie.
Roma possedeva ancora Benevento e Pontecorvo, inchiusi nel Napoletano, Avignone e il contado Venesino in Francia, inoltre l’alto dominio su Parma, Piacenza, le Due Sicilie; possessi e ragioni che impigliavano in frequenti litigi i papi, i quali più non poteano dirigere la politica, non che del mondo, nè tampoco dell’Italia. A repubblica, oltre San Marino, si reggevano ancora Lucca con cenventimila abitanti; Genova con quattrocentomila, e coi cencinquantamila dell’irrequieta Corsica; Venezia che, oltre le coste dell’Adriatico, stendeasi in terraferma sino al Po e all’Oglio con tre milioni di sudditi, nove milioni di ducati di rendita, dodici o quindici vascelli grossi, diciottomila soldati; scarso provvedimento quando il mondo veniva padroneggiato dalle armi. Restavano fra le Alpi la Valtellina sottoposta ai Grigioni, e i baliaggi svizzeri di qua del San Gotardo.
I paesi che più attiravano gli sguardi, erano i nuovi regni delle Due Sicilie e della Sardegna. Nella pace d’Utrecht erasi stipulato colla Francia, formerebbe confine alla Savoja la cresta del Monginevra; sicchè il Piemonte acquistava le fortezze d’Exilles e Fenestrelle, e le valli d’Oulx e Pragelato. Verso l’Italia aveva avuto prima il Monferrato savojardo (Alba e Trino), poi anche il mantovano (Casale e Acqui) nel 1708: nell’anno stesso sottrasse al Milanese la Valsesia, l’Alessandrino, la Lomellina; poi nel 35 il Novarese, e nel 48 il Vigevanasco, Domodossola, Voghera, Bobbio: i confini verso Lombardia furono determinati nei trattati di Mantova 10 giugno 56 e di Vaprio 17 agosto 54; quelli con Ginevra nel trattato di Torino 3 giugno 54: dall’imperatore aveva pure avuto le Langhe, cinquanta piccoli feudi a mezzodì d’Alba e d’Acqui; e nella riviera genovese il contado d’Oneglia: onde il re di Sardegna possedeva tre milioni e mezzo di sudditi, venticinque milioni di rendita e quarantamila soldati. In mezzo a’ suoi Stati il principato di Monaco era conservato dai Grimaldi, cui nel 1759 successero i Matignoni; e nel Vercellese il principato di Masserano, di cui la santa Sede investiva i Ferrero.
Il regno di Napoli e Sicilia comprendeva gli Stati de’ Presidj, cioè Orbetello sulla costa toscana, e Portolongone nell’isola d’Elba con quarantamila abitanti, quasi stazioni avanzate verso l’Alta Italia e il mar Ligure; teneva pure l’alto dominio sull’isola di Malta, importante per la posizione e le insuperabili fortezze, e posseduta dai cavalieri gerosolimitani, che si cernivano dalla nobiltà di tutta Europa; e che incessantemente rincorrevano le navi e le coste barbaresche, non riuscendo però a impedir le correrie, anzi talvolta provocandole[54].
Al 25 ottobre 1713 in Palermo era stato coronato re di Sicilia Vittorio Amedeo di Savoja; poi tumultuosamente vi succedettero dominazione spagnuola e dominazione tedesca; e ai masnadieri di dentro e ai pirati di fuori aggiungendosi le scomuniche, mancava sin quel riposo che deriva dalla servitù assicurata. Gli abitanti eransi abbandonati all’inerzia, nè correano a trafficare nelle Indie, come avrebbero potuto sotto la Spagna. Carlo VI a quel commercio gl’incoraggiava, ma senza pro «per colpa (crede il Foscarini) della morbidezza e fecondità del clima, disadatto a mercare utilità con istento»; quasi il clima fosse mutato dai tempi di Pitagora e di Gerone. Quando Carlo VI stipulò coi Barbareschi fosse rispettata la sua bandiera, con grandissime feste si celebrò un accordo che assicurava le navi sicule e napoletane; ma non poteasi troppo contare sulla fede di quella gente, la quale del resto pretendea vendicarsi delle molestie causatele dai cavalieri di Malta e di santo Stefano[55].
Esso Carlo, nel 1728, ristabilì il tribunale della monarchia, col diritto al re o al suo rappresentante di tenere cappella, cioè coprirsi il capo quando riceve l’incensatore durante la messa solenne, e giudicare e dispensare in materie ecclesiastiche. Ma i Siciliani trovavano il dominio tedesco spilorcio a fronte della splendidezza spagnuola, tirannico per la viva loro natura e pei privilegi che non rispettava; onde tremavano, sommoveansi, e con ciò si attiravano supplizj e perdeano vantaggi. Consolaronsi dunque allorchè la diplomazia li destinò a Carlo III Borbone, il quale al 3 di luglio 1735 fu solennissimamente coronato a Palermo. Non strade, non ponti, non manifatture trovava egli nel regno, moneta disordinata, il commercio de’ grani impacciato; i regj pascoli occupavano cinquanta miglia in lunghezza e da tre in quindici di larghezza, con divieto di piantarvi pur un albero; estesissimi i beni comunali; anche su privati poderi pesava la servitù del pascolo, talchè non si poteano chiudere; fedecommessi, privilegi di caccia, di forni, di molini legavano le proprietà e moltiplicavano le angherie, i litigi, i legulej; vi si contavano fin diecimila feudatarj, ai quali competea la nomina de’ giudici e de’ governatori, e l’imporre pedaggi, decime, servizj di corpo, primizie; trentunmila frati, ventitremila monache, cinquantamila preti, con lauti possessi immuni; non un solo tribunale di giustizia in quattordici provincie; mentre ogni anno molte migliaja d’assassinj commetteansi, e trentamila furti erano denunziati, e tanti gli avvelenamenti in città, che si dovette istituirvi una giunta de’ veleni; intanto che le carceri rigurgitavano di contrabbandieri e violatori delle bandite. Viepiù stretta da vincoli feudali era la Sicilia, con sessantatremila fra preti e monaci, sopra appena un milione e ducentomila abitanti. La nobiltà, sprovvista d’armi e di potenza civile, era flagello al popolo, non freno al re; e nella Calabria esercitava il diritto di pesca, di caccia, di mulino e molte privative, e si vantaggiava del fondo di religione. Pei contratti a voce il proprietario fissava egli stesso il prezzo, al quale i contadini doveano da esso ricevere i grani. Le arti erano legate ancora in corporazioni; monopolio reale impacciava la cultura della seta. Le proprietà restringevansi in poche mani, e il non possidente era gravato da tasse molteplici ed arbitrarie; pesanti dazj d’entrata e uscita; taglie su tutto, fin sull’acqua piovana, oltre servizj personali da marra, da carreggio, da corriere. Il Galanti, mandato più tardi a visitare il Regno, di cui nella bella descrizione rivelò le piaghe, nel feudo di San Gennaro di Palma, quindici miglia da Napoli, trovò che i duemila popolani abitavano in grotte e sotto frascati, case avendo soltanto i ministri del barone; dappertutto diffuse l’inerzia, le ciarlatanerie, la bugia, le superstizioni.
Carlo non ebbe l’accorgimento di perdonare a chi l’avea sfavorito, e col tribunale d’inconfidenza, preseduto dal Tanucci, perseguitò i pochi fautori dell’Austria rimasti: nel resto si applicò a rimediar le piaghe; fortezze, finanze, procedura, monete, studj adagiò; e il lentare dell’oppressione bastava per togliere il deplorabile contrasto fra la politica infelicità e la naturale bellezza d’un paese, che ha suolo ubertoso, intelletti vivi, confini ben protetti, opportunità di mare. Elisabetta Farnese, non volendo che il suo Carlo sfigurasse, gli mandò un milione e mezzo di piastre, con cui ricuperare molti feudi e dominj, venduti o ipotecati. I Seggi, dal re carezzati, nonchè confermar le taglie vecchie, per quanto esorbitanti, ne offrivano di nuove e donativi. Un magistrato d’economia, applicato a rifiorire il commercio e le entrate, di tre milioni vantaggiò l’erario col solo esaminare la legittimità delle esenzioni del clero. Vedendo quanto Livorno fosse giovato dall’attività degli Ebrei, Carlo li accolse e privilegiò ne’ proprj Stati, dond’erano esclusi fin dal tempo di Carlo V, non distinguendoli per abiti o per abitazioni; permise fino portassero bastone e spada, e acquistassero stabili e feudi. Ma il popolo n’aveva ribrezzo; il gesuita Pepe dal pulpito non cessava d’investirli; un cappuccino intimò al re non avrebbe mai successione maschile finchè tollerasse quella genìa; e gl’insulti e le minaccie crebbero al punto, che la più parte se ne partirono.
Con Tripoli e colla Porta Carlo stipulò i privilegi che godeano altre potenze, e fossero rispettate dai Barbareschi la sua bandiera e le coste; nominò consoli su tutti i punti ove dirigevansi suoi negozianti; pose lazzaretti e collegio nautico: ma, al modo d’allora, credeva vantaggiar il commercio col mettere gabelle sulle merci che entravano. Introdusse il lotto e giuochi pubblici.
Ad esempio del consiglio d’Italia usato dagli Spagnuoli, creò una giunta di Sicilia per cercare ed esporre i bisogni del paese, composta di due giurisperiti siciliani e due napoletani, preseduta da un barone parlamentario siciliano che intervenisse a tutte le consulte del re; a soli Siciliani volle si conferissero i vescovadi e i benefizj, a sè però riservando la nomina all’arcivescovado di Palermo; le rendite dell’isola s’adoprassero a crescerne le forze di terra e di mare per difenderla. Nella miserabile peste di Messina del 1743, ove in tre mesi il popolo fu ridotto da quarantacinquemila a undicimila teste, aggiuntasi al morbo la fame perchè non s’era voluto credere al male, soccorse di viveri e di medici.