La Sicilia, conservando i suoi privilegi, rendeva al tesoro appena trecentomila onze, e tutto il regno non più di sessanta milioni di lire, un terzo delle quali andava negl’interessi del debito. Ciò l’impediva dall’acquistar l’importanza che gli competeva; e appena ventiseimila soldati manteneva. Gli sciabechi napoletani, comandati da Giuseppe Martinez, combatterono le saiche barbaresche con valor pari ai cavalieri di Malta; ogni provincia fu obbligata a formare un reggimento, con uffiziali delle primarie famiglie, che chiamati alla Corte, col fatto restarono privi del potere, e staccaronsi dai castelli per legarsi alla nuova dinastia; e nella campagna di Velletri mostrarono l’antico valore.
Le leggi del regno erano un bizzarro contesto di romano, di barbaro, d’arabo, di normanno, decreti angioini, costituzioni aragonesi, prammatiche dei vicerè, consuetudini paesane, farragine inestricabile; poi nei molti casi ove taceano, il giudice restava arbitro della vita e dell’onore; non regolamento di procedura, non pubblicità di giudizj; l’esito delle cause riusciva incerto ed arbitrario, e buon giuoco v’avea l’astuzia, onde numerosissima e potente la classe di paglietti, cioè degli avvocati, alla quale si ascrivevano principalmente i nobili cadetti. Le liti erano perpetuate da appelli, da ricorsi di nullità, da interventi del re; e pel giudizio del truglio, il fiscale e il difensor regio degli accusati poteano venire a patti, mutando il carcere in esiglio o galera, senza terminare il processo, e tanto per vuotare le prigioni; le quali erano affollate a proporzione dell’ignoranza del vulgo. Carlo tentò ripararvi, da Macciucca Vargas, Giuseppe di Gennaro e Pasquale Cirillo facendo compilare il Codice Carolino, che però mai non fu posto in atto. Il marchese Della Sambuca, ministro di Carlo III, pensò rifare l’insegnamento pubblico, al che s’adoprarono i vicerè Stigliano, Caracciolo, Caramanico; l’Università di Palermo ebbe ventidue cattedre, e biblioteca, orto botanico, laboratorio chimico, teatro anatomico; fu migliorata quella di Catania; due collegi pe’ nobili a Palermo e Messina; uno a Palermo per la classe civile; tre dove la bassa gente imparasse arti e mestieri.
Allora di bei nomi fiorì l’isola di Sicilia. Il principe di Biscari ne raccolse e illustrò le antichità; il principe di Torremuzza le monete e le iscrizioni greche, latine, etrusche, arabiche; Gaetano Sarri il gius pubblico; Salvatore Ventimiglia restaurò gli studj a Catania, dond’era vescovo; Alfonso Airoldi, cappellano maggiore, seppe molto innanzi nella diplomatica e nella patria storia; Giuseppe Gioeni palermitano fondò un collegio nautico, e cattedre di scienze morali; un omonimo naturalista istituì l’accademia Gioenia in Catania; molti fondarono seminarj, librerie, accademie, prima che il Governo se ne brigasse. Accompagniamovi gli scienziati Bonanno, Gabriel Settimo, Serina, Ximenes, Giuseppe Ricupero, Vincenzo Miceli (1733-81) autore d’un sistema di metafisica sull’andare di Locke e Hume e inclinato al panteismo di Parmenide che voleva conciliare col cattolicismo, i giuristi Nicolò Spedalieri e Nicolò Fragianni, di cui molto si valse il re nelle controversie con Roma; Emanuele Cangiamila, autore dell’Embriologia sacra e d’istituzioni per gli affogati e i gettatelli; Francesco Testa che scrisse de ortu et progressu juris siculi, Giambattista Caruso, Giovan de Giovanni, Mongitore, Rosario Porpora, Giovanni di Blasi, Domenico Schiavo, Rosario Gregorio, illustratori della storia patria; il cavaliere Giulio Roberto Sanseverino, la cui storia ecclesiastica vollero comparare a Tacito; gli economisti Vincenzo Emanuele Sergio e Paolo Balsamo; Sebastiano Ayala, proponeva una riforma del Dizionario della Crusca; Tommaso Campailla cantò il Mondo creato; Tommaso Natale verseggiò la filosofia leibniziana; Giovanni Meli, usando il patrio dialetto, si pose a fianco ai lirici migliori.
Ercolano, a sei miglia da Napoli sovra un’eminenza vicino al mare, bagnata da due fiumi e cinta da piccole mura, con porti e castello, fu abitata in prima dagli Oschi, poi da Tirreni e Pelasgi, tre generazioni prima della guerra trojana, infine dai Sanniti. Il 5 febbrajo del 63 dopo Cristo, un tremuoto la guastò. Era foriero delle eruzioni del Vesuvio, che silenzioso da tempo immemorabile, il 23 novembre del 79 gittò a furia, e coperse di lava o di lapilli le terre circostanti, ed Ercolano sepellì. Colonne, statue, marmi sappiamo che ne levò Alessandro Severo, poi non se ne parlò più fino al 1711, quando Emanuele di Lorena principe di Elbœuf, cercando marmi per abbellire una villa al Granatello presso Resína, fece un pozzo che per caso riusciva nel teatro d’Ercolano (tom. III, pag. 440), e ne trasse colonne e statue, che parte inviò al principe Eugenio di Savoja, parte a re Luigi di Francia, finchè il Governo riservò a sè gli scavi. Carlo III cominciò a regolarli con assennata curiosità, e riporre ogni trovato in un museo accanto al suo palazzo di Portici, oggetto d’ammirazione ai curiosi, di studio agli antiquarj. Se non che Ercolano è posta sotto al grosso borgo di Resína, che resterebbe diroccato dagli scavi: pure se ne trassero ricchezze incomparabili; alcune parti si posero al giorno; altre, dopo esplorate, tornaronsi a colmare.
Pompej, cittaduccia nove miglia distante, allo sbocco del Sarno, più discosta dal Vesuvio, fu anch’essa sepolta dai lapilli, onde intere vi si conservarono le case. Cessato lo spavento, gli abitanti aveano potuto asportarne le preziosità: nel 1689 uno scavo fortuito ne avea dato conoscenza, ma solo nel 1755 vi si cominciarono ricerche regolari: e poichè lavorasi in aperta campagna, altro ritegno non s’ha se non quello che ingiunge l’attenzione di non guastare, e di passar allo staccio tutta la terra che se ne rimuove; e donde escono tesori nuovi tuttodì.
L’Accademia Ercolanense fu da Carlo III fondata per esaminare e dicifrare quelle antichità, che riproducono la vita antica, quanto alle arti, e più per la domesticità[56].
Il 19 agosto 1743 una flottiglia inglese presentossi davanti a Napoli, e intimò a Carlo III, fra due ore spedisse a richiamar le truppe sue combattenti in Lombardia, se no, bombarderebbe la città. Carlo dovette obbedire; ma di questa umiliazione tanto fremette, che propose di trasferire la residenza regia entro terra. Cominciò allora Caserta e spinse con incredibile celerità un edifizio, che non doveva restare secondo a qualunque altra reggia d’Europa; quando fu posta la prima pietra, fu lasciato il comando delle truppe al Vanvitelli, che le schierò secondo la pianta del futuro palazzo, da lui tracciata con grandiosa unità. Gli avanzi della vicina Capua e del non lontano Pozzuoli, e i marmi onde abbondano la Puglia e la Sicilia, offrirono preziosi materiali; i giardini emularono quelli della superba Versailles in magnificenza, li superano in postura e gusto; e un vero fiume da dodici miglia lontano giungendo per ammirato acquedotto che cinque volte fora la montagna, e passa tre valli sopra ponti, fra cui è meraviglioso quel di Maddaloni a tre arcate sovrapposte, lungo cinquecenquaranta metri, alto sessanta, casca a precipizio, poi a scaglioni.
Carlo, appassionato della caccia fino al vizio[57], un’altra reggia dispose a Portici; e a chi gli avvertiva come questa rimanesse esposta al Vesuvio, rispose: — Ci provvederanno l’Immacolata e san Gennaro». In città volle il teatro più ampio del mondo, e che loda l’architetto Medrano e l’ingegnosissimo esecutore Carasale, retribuitone colla prigione. Maggior encomio merita l’Albergo de’ poveri, disegno del Fuga, dove la miseria non solo è ricoverata e pasciuta, ma educata in ogni mestiero, avviando così a levare i lazzaroni. Un altro ne fu posto in Palermo, dove il vicerè Corsini avea fabbricato e dotato uno spedale, e provvisto agli esposti e ai carcerati.
Portento insieme e gran testimonio della feracità d’Italia è il vedere Carlo profondere in magnificenze nell’atto che usciva da due guerre disastrose, e appena acquistato un paese, sfinito da lungo languore servile. I benefizj arrecati annoverò egli nel decreto ove istituiva l’Ordine di san Gennaro, mostrando riferirne il merito a questo patrono. Perocchè Carlo era anche devoto: vestito di sacco lavava i piedi ai pellegrini, cantava in coro in arredi da canonico, faceva la capannuccia a Natale, serviva messa per acquistar indulgenze; pure concordò col papa per restringere le immunità clericali, il numero de’ preti, le cause ecclesiastiche e gli asili. Restavano ai vescovi i giudizj per la integrità della fede; ma avendo l’arcivescovo Spinelli processato d’eresia quattro cittadini, parve al popolo si tentasse introdurre l’Inquisizione spagnuola; alcuni cavalieri a Carlo esposero queste apprensioni del popolo; e dicendo egli d’aver promesso, entrando, di non permettere quel tribunale, essi soggiunsero: — Quella fu parola di re; or la desideriamo di cavaliere». Egli, accostatosi all’altare e toccandolo colla spada, rinnovò la promessa. Di fatto cassò gli atti del Sant’Uffizio, e impose che la corte ecclesiastica procedesse per le vie ordinarie, nè proferisse senza comunicare gli atti alla potestà laica. Il regno nel ringraziò col regalo di trecenmila ducati[58].
Frattanto in Ispagna Elisabetta Farnese avea cessato di far da padrona sotto il regno del filiastro Ferdinando VI, il quale dominato da ipocondria, si distraeva col canto di Carlo Broschi, musico italiano, famoso col nome di Farinelli. Ferdinando morì anch’egli senza prole, onde Elisabetta, scomparsi quei del primo letto, vedeva sorpassate fin le sue speranze coll’aprirsi la successione al suo Carlo.