In un trattato conchiuso coll’Austria e la Francia, si patteggiava che le Due Sicilie non sarebbero mai unite colla Spagna, e Carlo nel lasciarle rinunziava pure ad ogni titolo sui beni allodiali di casa Medici; a rimpatto l’Austria più non armava ragioni sul ducato di Parma, che veniva assicurato all’infante don Filippo, chetando con otto milioni e ducentomila lire tornesi i diritti del re di Sardegna alla riversibilità d’una parte del Piacentino.
Carlo passava al trono di Spagna, non portando via il minimo oggetto da Napoli; fece descrivere a minuto le gioje, e depose persino un anello, tratto da Ercolano, ch’e’ teneva sempre in dito. E partiva da un regno che per oltre venticinque anni avea retto in modo, che beato a chi potea dirne meglio. Il musico Farinelli, che avea dominato sotto Ferdinando, tornò a vivere privatamente a Bologna: la Farnese, che da tredici anni era messa in disparte, ripigliò autorità e la tenne finchè visse.
CAPITOLO CLXV. Alito irreligioso. Abolizione de’ Gesuiti.
Dopo mezzo secolo di battaglie, combattute da braccia straniere, l’Italia erasi dunque adagiata in pace sotto nuove dinastie, le quali però aspirarono l’alito innovatore del secolo, che traeva le menti a meditare, cominciando al solito dalla critica, tanto più facile che non la creazione; e dalla Francia si diffuse la smania di censurare le istituzioni del tempo; censurarle nell’interesse dell’individuo, cioè nell’intento di restaurare la logica naturale, la personale indipendenza. Ne fu effetto uno spirito ostile alla Chiesa, insinuatosi non tanto nei popoli quanto nei Governi; e coloro che si corrucciarono al vederla nel medioevo sovrapporsi ai principi, si consolino ch’è venuta la rivincita, formando quasi carattere di questo secolo la cospirazione de’ forti e de’ pensatori a spogliarla e svilirla per affrancare il principato e i Governi.
Quando, sfasciata l’antica società, la Chiesa sopravvisse unica per raccogliere nel suo seno le immortali speranze dell’umanità, i re avevano messo all’ombra di lei il loro trono, sia per conciliargli l’opinione come istituito da Dio, sia per assicurarlo dalla violenza: il titolo di vassalli del papa ambivano, perchè li garantiva da usurpatori; facendosi da lui coronare, promettevano espresso d’osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, disposti a vedersi dichiarare decaduti se li violassero. La giustizia, ai tempi della conquista, soccombendo alle spade, erasi rifuggita nelle curie vescovili, sicchè tutti gli zelatori di libertà invocavano l’estendersi delle immunità, degli asili, del fôro ecclesiastico. I popoli aveano scelto i preti a rappresentanti e depositarj del loro diritto, acciocchè fosse rispettato dai prepotenti; i principi favorivano il clero come contrappeso alla potenza armata de’ feudatarj; nei monasteri aveano cercato ricovero le anime bisognose di pace, d’affetto, di sicurezza; alle lettere unico asilo i conventi e le canoniche, unico campo alle arti belle; le industriali e più le agricole eransi svolte per mano de’ monaci o nei tenimenti loro: dal che erano derivate grandi ricchezze a queste compagnie, non meno che dai larghissimi lasciti di persone che, col raccomandarli ai monaci, assicuravano un bene ai loro eredi, e li sottraevano alla rapace giurisdizione del feudatario.
La costituzione ecclesiastica essendo anteriore alla laicale, lo Stato erasi trovato teocratico. Ma i principi da due secoli si industriavano a trarre in sè soli l’autorità, abbattendo il feudalismo in prima, adesso la Chiesa. Della quale più non sentivasi bisogno dacchè era assodato l’ordine civile, e i Governi voleano far tutto, i re poter tutto, le leggi dispor di tutto; soldati e prigioni rendevano superflua l’azione paterna e mediatrice. In conseguenza aumentato il bisogno di denaro, rincresceva che i beni di manomorta si sottraessero alle imposizioni: con queste aumentavansi gli eserciti: appoggiati agli eserciti, i re più non voleano che altri s’intrammettesse fra loro e i sudditi, nè che gli ecclesiastici opponessero privilegi alla volontà sovrana. Come di tutto il resto, così dunque presero a disporre delle coscienze, mal conoscendo che la religione bisogna averla nè schiava nè ostile, ma libera cooperatrice; e alla forza de’ sentimenti e delle abitudini preponendo i teorici ragionamenti, vollero separare la Chiesa dalla nazione, e indurre questa a calpestare l’autorità sacra onde lasciarsi calpestare dalla profana. Così venne ad estendersi l’autorità temporale anche sovra le materie ecclesiastiche, e alle decisioni dei papi sostituire quelle de’ diplomatici; nella pace d’Utrecht fu disposto di feudi della santa Sede, nè tampoco interrogandola; e all’Austria restò assicurata in Italia la preponderanza, fin allora appartenuta al papato.
La controversia sui limiti della podestà pontifizia e della civile, dibattuta in Italia fin dalla guerra delle investiture, si rincalorì dopo il concilio di Trento, allorchè la Chiesa, come avviene nelle riazioni, pensò ricuperare di un guizzo quanto lentamente avea perduto. Non v’è principe, non governatore, che allora non abbia avuto a contenderne; clamorosamente Venezia nel litigio con Paolo V; e con maggior complicazione il regno delle Due Sicilie, stretto di vincoli particolari col papato. Combatterono in questo campo Nicola Capasso professore dell’Università di Napoli, Gaetano Argento ed altri, per cui opera il diritto canonico fu ridotto a corpo regolare di dottrina, e formossi una scuola di giureconsulti, sistematicamente avversi alla curia romana per propugnare la regia emancipazione. Dissi alla curia, giacchè i nostri professavano sempre, non solo integra fede al dogma, ma venerazione al papa come depositario dell’inalterabile verità; e non che s’accostassero alla protesta de’ Tedeschi, neppure accettavano in pieno le cavillazioni degli avvocati francesi, dei quali pure si valeano a man salva. Così destreggiavano in un medio, che avea poco maggior effetto di un’effimera controversia.
Gran zelatore della prerogativa principesca mostrossi Pietro Giannone d’Ischitella (1679-1758), che in mezzo alle cure forensi compilò la Storia civile del Regno (1724). È suo merito il non solo accorgersi, ma professare che la storia non consista soltanto nei fatti, e vedere la connessione fra questi e la giurisprudenza; onde accompagnò nella loro evoluzione il diritto imperiale, il canonico, il feudale, il municipale come elementi della nuova civiltà. Ma difettivo di cognizioni e più d’arte, fece opera pesante, incolta, con frequenti svarj cronologici ed omissioni importanti; monumenti inediti non compulsò, mentre si vale fin delle parole altrui, e per pagine intere[59]. A chi lo scolpa col dire che non ai fatti volgeva egli l’attenzione, ma alle illazioni da dedurne, noi diremo che primo dovere d’uno storico è accertare i fatti, e un solo di questi val più che cento ragionamenti: ma ponendo attenzione anche soltanto a questi, troviamo il Giannone servile alla lettera della legge quanto un patrocinatore, e docile alla legalità fin a considerare legittime le correrie de’ Turchi contro l’Italia meridionale perchè, conquistata Costantinopoli e l’impero d’Oriente, aveano ragione di «pretendere di riunire tutto ciò che se ne trovava da altri occupato e in mano di stranieri principi» (lib. XXVIII). Per lui i Longobardi non erano stranieri, perchè stanziati da lungo tempo in Italia e non possedevano regni fuori; argomento che varrebbe anche pel Turco in Grecia; e pel quale conchiude che i Saracini «erano fatti omai Siciliani» (lib. X). Eppure, dopo essersi sdilinquito in panegirici ai Longobardi, encomia i Napoletani «perchè non vollero usar tanta viltà da sottoporsi a quelli, avuti da essi sempre per fieri ed implacabili nemici» (lib. V). Sprezzatore della vil ciurma quanto prosternato ai re, del codardo assassino Ferdinando I dice che «colla sua virtù avea condotto il regno alla maggior grandezza» (lib. XVIII), e non lascia passare alcun governatore senza salmeggiargli elogj. Dalla sminuzzata indagine sui singoli fatti non si eleva ad alcuna veduta filosofica della storia, seppur talvolta non vi mette il fatalismo[60]; s’impaura del progresso, tanto da temere la stampa non pregiudicasse «al genio coll’erudizione e all’educazione colla moltiplicità dei libri, alla diffusione delle idee potenti per la copia de’ cattivi libri»[61], e invoca la censura per impedire le dottrine contrarie agl’interessi dei principi. De’ quali intento ognora a sublimare la podestà a danno dell’ecclesiastica, non solo pecca di viziosa parzialità, ma sbandasi in facezie indecenti contro la Chiesa e le sue discipline. Di questo il popolo del suo paese gli volle tanto male, «che più d’una volta lo insultò aspramente» (Soria); ond’egli ricoverò a Vienna, dove Carlo VI gli assegnava mille fiorini l’anno. Ma quando perdè il regno di Napoli glieli sospese; onde il Giannone errò qua e là, trovando e contraddittori alle falsità sue e nemici alla sua mordacità. A Ginevra compilò il Triregno, di senso ereticale; nè però aveva abbandonato la religione materna, anzi lasciossi trarre a un villaggio dipendente dal re di Sardegna per fare la pasqua. Chi ve lo indusse era uno spione, che lo fece arrestare; e sebbene si ritrattasse, e fosse dall’Inquisizione ribenedetto, e scrivesse opere in senso contrario e in esaltamento della verità cattolica e del papato, il re Carlo Emmanuele ve lo tenne fino alla morte. Questa turpe persecuzione gli acquistò una reputazione di liberale, che a noi pare ben lungi dal meritare.
Risoluto lottatore contro i pontefici fu Vittorio Amedeo II di Savoja. Nel 1694, allorchè cessò di corteggiare la Francia e volle amicarsi l’Inghilterra, aveva ripristinato ne’ loro diritti i Valdesi, permettendo ritornassero al culto avito quelli che per paura o fini umani s’erano fatti cattolici. Ma l’Inquisizione romana cassò quelle disposizioni come enormi, empie, detestabili: il duca proibì di pubblicar il decreto, e chiese l’abolizione del Sant’Uffizio ne’ suoi Stati, e papa Innocenzo riconobbe che quello avea trasceso. Amedeo VIII ai duchi di Savoja avea ottenuto che i benefizj concistoriali in paese non fossero dati che a loro sudditi: ora tal diritto essi voleano estendere anche ai paesi di nuovo acquisto; e Vittorio Amedeo lo pretendeva da Roma, nel tempo stesso che impugnava le immunità ecclesiastiche, sottoponeva i beni del clero alle gravezze comuni, chiamava al fisco gli spogli e i frutti intercalari, voleva necessario il placet alla nomina dei benefizj e restringere l’autorità dei nunzj. Ne vennero monitorj e contromonitorj; i vescovi restavano scissi tra l’obbedire al pontefice e al principe; le ordinanze e le persecuzioni si alternavano con tentativi di conciliazione, poichè il papa dichiaravasi «disposto ad ogni mezzo prima d’adoprare i ferri». Al re davano appoggio il presidente Pensabene, l’avvocato fiscale d’Aguirre, il Degubernatis che stampò contro le pretensioni di Roma e i mali che verrebbero dal secondarle: insisteva perchè nessuna provvisione del papa, nè alcuna collazione di benefizj valesse senza il placet: fioccarono consulti, condanne, confische: il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco scomunicato e rimosso dal nunzio.
Pontificava allora Clemente XI, affabile con tutti, costante e destro nel trarsi dai più scabrosi passi; meglio di ducentomila scudi usò a vantaggio de’ poveri; non favorì il fratello e i nipoti se non in quanto servivano allo Stato, e rimosse da Roma la cognata, che mostrava volervi usurpare ingerenza. Fu de’ primi fautori degli studj orientali, crebbe i manoscritti della Vaticana, istituì premj, introdusse l’arte dei musaici e degli arazzi ad uso Fiandra, eresse magnifiche fabbriche; rinnovò l’uso di Leon Magno di recitare omelie nella basilica Vaticana alle maggiori solennità; fulminò il giansenismo; tentò ridestare le crociate contro i Turchi che minacciavano Corfù, e posta una contribuzione su tutto il clero d’Italia, levato denaro dalla Camera apostolica e dai cardinali, lo spedì a Venezia, a cui favore sollecitava Spagna, Portogallo, Genova, il granduca, l’imperatore. Quando gli Spagnuoli invasero la Sardegna, venne in rotta con Filippo V; non potendo accomodar le differenze colla Savoja, profferì l’interdetto, talchè molte sedi e benefizj rimasero vacanti, tolto il nunzio. Il litigio si complicò allorquando, per richiami del vescovo di Lipari su certi frutti, il papa scomunicò cinque diocesi di Sicilia; e Vittorio Amedeo, allora divenutone re, gli oppose il privilegio della monarchia siciliana. Qui miserabile strazio della povera isola, privata delle sante consolazioni della religione, mentre Vittorio puniva atrocemente chi tenesse conto dell’interdetto; due fazioni stettero armate una contro l’altra; quasi tremila ecclesiastici rispettosi all’interdetto, dall’isola rifuggirono al papa, che spese da sessantamila scudi a mantenerli, e abolì il tribunale della monarchia siciliana. Ecco poi Vittorio intitolato re di Sardegna dai principi; ma Clemente, allegando l’antica sovranità pontifizia sulle isole, pretese ne ricevesse da lui l’investitura; e perchè Vittorio negavasi a tal dipendenza, egli non investiva più i vescovi, e le sedi rimanevano sprovvedute.