In quelle controversie a Vittorio Amedeo servì la penna di Alberto Radicati conte di Passerano, che lo incorava ad imitare Venezia nel reprimere il clero, al che più facilmente riuscirebbe egli despoto; e a tal uopo stese un’opera, tutta brio ed acrimonia, dove non solo la temporale, ma anche la spirituale autorità del pontefice impugna, vagheggiando l’indipendenza d’Enrico VIII in Inghilterra e del czar in Moscovia. Processato dalla Inquisizione in contumacia, e confiscatigli i beni, rifuggì in Inghilterra, donde avventò contro la Chiesa un Parallelo fra Maometto e Sosem (Mosè); una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all’illustre e celebratissima setta degli spiriti forti, da un libero pensatore cristiano nazareno; il Racconto fedele e comico della religione de’ cannibali moderni, in cui l’autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Nella Dissertazione sulla morte avendo difeso il suicidio, negata l’immortalità, e sostenuta la fatalità degli atti, fu processato; onde dall’Inghilterra passò in Francia, poi in Olanda, continuando a impugnare la Bibbia. Vuolsi che, avanti morire, in mano di ministri protestanti si ricredesse degli errori contro il cristianesimo.
Innocenzo XIII, di famiglia che sette pontefici aveva dati, nel breve suo regno aveva concesso l’investitura del reame a Carlo VI, dispensandolo dal divieto di unirvi la corona imperiale. Il successore Benedetto XIII, sant’uomo, cercò dar recapito alle dissensioni con Napoli e la Savoja; istituì che nel Regno le cause ecclesiastiche, salvo le maggiori, fossero decise in prima istanza dagli ordinarj, in seconda dagli arcivescovi, in supremo da un giudice ecclesiastico, nominato dal re con autorizzazione del papa, col che veniva a ristabilire di fatto la monarchia siciliana. Carlo VI per parte sua cedette Comacchio, che aveva occupata violentemente, senza però riconoscere alcun nuovo diritto alla sede pontifizia.
Il vescovado di Torino rimaneva vacante e quasi tutti gli altri del Piemonte, uno solo n’era coperto in Sardegna; e Benedetto per via di frati fece intendere il desiderio d’un accomodamento, pel quale fu mandato il marchese d’Ormea. Fra le complicatissime pretensioni, fu mestieri tutta la scienza legale del Melarede, dello Zoppi, del Pensabene, e l’abilità dell’Ormea per vincere quelle ch’essi dichiaravano tergiversazioni de’ prelati e cupidigie[62]. Alfine la trentenne lite fu ricomposta con questo che la nomina de’ vescovadi e benefizj concistoriali fosse riconosciuta nel re, il quale avrebbe facoltà di presentare i soggetti per le metropolitane e di apporre il visto alle bolle romane in via di tolleranza; i frutti de’ vacanti si conservassero a vantaggio delle chiese o del successore; negli spogli valessero le antiche consuetudini; delle somme giacenti nella cassa ecclesiastica una parte restava a disposizione del papa, al quale verrebbero annui scudi mille cinquecento in compenso dei diritti sulle nomine. Nè l’Inquisizione nè la nunziatura furono ripristinate, e la giurisdizione si normeggiò sopra un’istruzione segreta.
Queste concessioni parvero eccessive al succeduto papa Clemente XII, che disdisse i concordati come lesivi all’autorità papale e mancanti dell’assenso del concistoro. Ma Carlo Emanuele III mostrossi risoluto e punì i vescovi che operassero altrimenti: e il marchese d’Ormea tenne saldo finchè si venne a nuovo componimento.
Queste dispute intrecciavansi alla questione del giansenismo, della quale vedemmo la nascita. Versava sopra la natura della Grazia, se essa sola sia efficiente nelle azioni dell’uomo, o possa la volontà di questa cooperarvi; disapprovando poi ciò che non fosse di disciplina antica, considerava come favola pelagiana il limbo dei bambini non battezzati, invenzione scolastica il tesoro delle indulgenze e l’applicazione sua ai defunti; pretendeva rigoroso il ministero dei sacramenti, un solo altare in ciascuna chiesa, vulgare la liturgia, esclusi come superstiziosi alcuni nuovi atti di pietà, quale la devozione pel sacro Cuore.
Più che della Grazia efficace o sufficiente, e se esistessero o no in Giansenio le cinque proposizioni, condannate dalla santa sede; più degli altri cavilli intorno a cui si sperdette l’ingegno e si guastò la docilità di tanti Francesi, i nostri vi cercavano i limiti dell’autorità del papa, se infallibile o no ex cathedra, se superiore ai vescovi, e quali i suoi poteri a fronte della secolare autorità. Mentre però in Francia il giansenismo era una opposizione all’onnipotenza regia affinchè non assorbisse anche l’attività ecclesiastica, qui lusingava i principi a scapito di Roma: colà i parlamenti voleano emancipare i vescovi e la nazione da una podestà che chiamavano forestiera; i nostri armavansi contro l’unica italiana che potesse frenare la straniera, e scomponendo l’unità dell’episcopato lo sottoponevano al giogo principesco.
I contrasti sogliono avvivare, ma qui troppo spesso riducevansi a cavillazioni, ove due partiti, entrambi attaccati alla Chiesa, abbaruffavansi con un’ira che appena è compatibile contro i miscredenti. Vi si annestavano le controversie sulla morale lassa; e il rigorista domenicano Cóncina assaliva con ragioni ed asprezze i Gesuiti perchè permettevano i teatri e la cioccolata in digiuno, e il prestare ad interesse; e se destarono risa e scandalo le sue dispute col Benzi sul tactus mammillaris, la sua Storia del probabilismo svegliò molti oppositori, quali Lechi, Cordara, Lagomarsini, Zaccaria, Gravina, Noceti, Nogarola[63]. Il lucchese Giannantonio Bianchi (-1758) contro il Giannone e i Gallicani (Della podestà e del governo della Chiesa) asserì la prerogativa papale. «I cinquanta motivi per indur gli eretici a venire alla Chiesa» del milanese Francesco Manzoni furono pubblicamente bruciati a Londra. Taddeo Caloschi assunse l’esame del protestantismo, ed era milanese come Nicolò Gavardi, autore d’un corso teologico, che confutò la Concordia del sacerdozio e l’impero di Pietro della Marca. Il Mansi arcivescovo di Lucca, che ristampò corretti e suppliti gli Annali del Baronio e la Raccolta de’ concilj del Labbe, fu bersagliato come probabilista. Tommaso Mamachi da Scio (-1792) stette fra’ più animosi papisti, e colla Mamachiana per chi vuole divertirsi (Napoli 1770) fu attaccato da Salvatore Spiriti, gran propugnatore del principato, o forse da Carlo Pecchio continuatore del Giannone. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli con più audacia che polso appuntò la storia del Fleury. A questo e a Natale Alessandro il domenicano Giuseppe Orsi (-1794) oppose una Storia ecclesiastica d’intenzione pontifizia e di stile fluido e purgato, ma prolisso[64]; chiari e giusti estratti porgendo di autori che più nessuno legge; e benchè avverso ai Gesuiti, meritò la porpora da Clemente XIII veneratore di essi.
Il cremasco Scarpazza diè una Teologia morale italiana. Pietro Ballerini, fratello di Girolamo, buono storico e critico, scrisse di teologia e canonica in senso romano. Il veronese Patuzzi discusse sul probabilismo e probabiliorismo. Giovan Lorenzo Berti di Serravezza (De theologicis disciplinis) sostenendo la dottrina di sant’Agostino sulla Grazia, incontrò violenti oppositori che il tacciarono d’eretico. Giovanni Trombelli di Nonantola (-1784), traduttore de’ favolisti antichi, pubblicò una grand’opera sul culto de’ santi; e agli assalti virulenti del Kiesling di Lipsia rispose con tal forza e moderazione, che l’emulo il chiese amico. Marcello Eusebio Scotti napoletano, buon antiquario e predicatore sospetto, e autore d’un catechismo pe’ marinaj, nella quistione della chinea pubblicò la Monarchia universale de’ papi (1789), libello ove affolla le usurpazioni dei pontefici come causa di tutti i mali della Chiesa, flagella i Gesuiti, e intrepidamente sostiene l’assolutezza dei re, dai quali poi fu fatto appiccare nel 1799.
Altre quistioni dibattevansi fra i teologi, come quella dell’immacolata concezione; ed alcuni ordini cavallereschi proferivano il voto di spargere anche il proprio sangue e l’altrui per sostenerla; e avendo il Muratori disapprovato quel voto sanguinario, gli si levò incontro un rumore accannito.
Giuseppe Guerrieri cremasco amministrava frequentissimamente la comunione ad alcune divote durante la messa, ciò che la allungava con disturbo degli altri preti. Vietatogli, s’ostina che ciò sia inviolabile diritto dei fedeli; al silenzio perpetuo impostogli dal vescovo obbedisce come si fa a simili divieti, e cerca voti e moltiplica ricorsi; onde il papa lo pose canonico a Busseto, e pubblicò un’enciclica (Certiores), ove dichiarava non esser necessario all’integrità della messa il comunicare anche i fedeli, bensì lodevole che il facciano senza disturbo d’altri atti di pietà.