Del resto la vicinanza di Roma e l’attenzione de’ vescovi toglieva si radicassero erronee dottrine o s’impugnassero le cattoliche. Il popolo, attaccato per abitudine alla religione de’ suoi padri, venerava sempre i pontefici; i suoi curati, gente alla buona, disapprovavano questi prelati novatori: pure il vedere in un paese raccomandata la devozione a qualche santo particolare, a una tal madonna, ai morti; e nella vicina volersi un solo altare, non tavolette dell’indulgenza, non il sacro cuore, non madonne vestite, e al confessionale stringere d’insoliti rigori, insinuava quel sentimento d’incertezza che nasce dal pendere fra due riverenze. I meno buoni ne traevano soggetto di riso e di epigrammi; i titoli di papista e giansenista erano rimbalzati come ingiurie e perciò accettati senza esame, a scredito degli uni e degli altri. Ma l’incredulità veniva più da vizj che da riflessione; come l’indipendenza del pensare era un libertinaggio di costumi piuttosto che il risultamento d’argomentazioni.
La Chiesa però potette consolarsi di segnalate conversioni: quali Hamann prussiano, detto il Mago del Nord; il grand’antiquario Winckelmann; lo Zoega danese, che fu tocco dalle grandezze di Roma «ove si trova la città e la campagna, l’antico e il moderno, la semplicità e la magnificenza, l’infinita varietà delle forme, dallo spettacolo della natura nuda affatto, fin alla miserabile ricchezza dell’arte sopraccarica senza scopo».
Gli Ordini religiosi produssero nuovi santi, fra’ quali Leonardo da Porto Maurizio (-1754), missionario fervoroso e fortunato, per cui opera fu posta la Via crucis nel Coliseo; il padre Matteo Ripa, che stabilì a Napoli il Collegio Cinese, mentre la Propaganda continuava senza strepito a mandare i suoi fervorosi eroi in tutto il mondo. Domenico Olivieri nel 1713 istituiva a Genova i Missionarj suburbani per erudire il popolo della campagna. Giambattista Derossi genovese fu l’apostolo della plebe di Roma per le vie, le prigioni, gli spedali. Paolo della Croce d’Ovada istituì i Passionisti, per predicare al vulgo; Girolamo Franzini nel 1751 la Congregazione degli operaj evangelici per promuovere gli studj ecclesiastici e la morale coltura del popolo; Domenico Fiesco un conservatorio di fanciulle convertite. Giovanni Borghi, conosciuto in Roma per Tata Giovanni, muratore illetterato, presi in compassione i monelli abbandonati giorno e notte per le vie, li raccolse, nutrì, corresse con rustico ma benevolo rigore; e sdegnando la protezione che impastoja e i consigli di chi spaccia massime e manca di pratica, più di cento garzoni manteneva, educava ai mestieri, divertiva, senza teorie, ma col senso pratico e con quello che compie la scienza e spesso la supplisce, cioè il cuore.
Alfonso Liguori da Napoli (1696-1787) era figlio d’un capitano di galera, che de’ suoi schiavi turchi applicò uno a speciale servigio del figlio, e questo lo convertì e lo liberò. Alfonso entrò nel corpo degli avvocati, fra’ cui doveri contavasi quello di visitare gl’infermi; al che egli attendeva assiduamente; poi presto lasciati i trionfi del fôro per darsi a Dio, malgrado i parenti si vestì cherico a ventisei anni, subendo gli scherni del vulgo e di quelli che l’avevano ammirato ne’ dibattimenti. Fatto prete a trent’anni, mettesi alle prediche, disapprovando la ciarlataneria di quei che le improvvisano prima d’avere acquistato uno stile chiaro e popolare. Questo (al dir suo) è dato dall’arte, e lo stile semplice ed apostolico si conosce tanto meno quanto più si conosce la retorica. I Padri greci e latini sapevano adattarsi a tutti gli spiriti e maneggiarli secondo le circostanze, perchè erano maestri di quell’arte. Via i periodi lunghi, le frasi poetiche e astratte, la monotonia di voce. Così egli pensava e faceva; e vedendo assistervi spesso un letterato satirico, gli chiese: — Preparate forse qualche satira? — Impossibile (rispose quello), voi non avete pretensione; non se n’aspetta il bello stile, nè si potrebbe criticarvi, dacchè voi obliate voi stesso e respingete tutti gli ornamenti dell’uomo per non predicare che Dio».
Austero a sè, mansueto ai peccatori; diceva non averne mai rimandato uno senza assoluzione, nè messo divario fra le qualità delle persone. Raccoglieva una folla di suoi penitenti, finchè l’autorità non gliel vietò; poi istruì specialmente alcuni, che divennero centri d’oratorj; e un Barbariccia, un Nardone, già paventati ladroni, radunavano molti artigiani all’orazione ed al catechismo. Compassionando la tanta gente abbandonata nelle pasture appennine, delibera provvedere alla loro salute, e stabilisce a Scala la nuova congregazione dei Redentoristi (1732), che dovesse adoprarsi più che colle parole, coll’esempio di mortificazioni austerissime. Teneva esercizj al clero, dal quale pretendeva molta pietà; propagava la devozione a Maria; poi fatto vescovo di Sant’Agata de’ Goti, moltiplicò opere di pietà e di santificazione, diffondendo lo spirito di devozione tra i fedeli, la sapienza pratica tra i sacerdoti. Esaminate per quindici anni le opinioni altrui sui varj punti della teologia morale, sulle orme del Busenbaum ne stese un corso compiuto ove procura l’esatta osservanza de’ precetti di Dio e della Chiesa, senz’aggiungere altri obblighi; e quanto al probabilismo, pone che, di due opinioni entrambe approvate, ognuno può scegliersi la più austera, ma non obbligarvi gli altri.
Pier Francesco Orsini già da fanciullo mostrò spiegatissima vocazione per lo stato ecclesiastico, invano contrastatogli dai parenti; e gran devozione a san Tommaso e a san Vincenzo Ferreri: accettò il vescovado di Siponto perchè povero, e fu consolato di vedere entrare nel chiostro madre, sorella e due nipoti. A Benevento rimase sotto le ruine d’un famoso tremuoto; e attribuendo a san Filippo Neri l’esserne campato, crebbe di devozione e austerità, stabilì la dottrina cristiana alla domenica dividendo gli scolari in decine, ciascuna istruita da uno di essi, mutuo insegnamento. Come domenicano avvezzo ad obbedire, rassegnossi ad accettare la tiara col nome di Benedetto XIII (1724), e non depose mai le abitudini del chiostro; non guardie o lancie spezzate, nè suntuosità; camera monastica con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; un semplice cappellano l’accompagnava a visitare spedali e chiese, per via recitando orazioni; spesso desinava co’ suoi frati alla Minerva senza distinzione di cibo, e baciava la mano del padre superiore; non soffrì che i preti se gl’inginocchiassero davanti; faceva da vescovo e da parroco, in coro, in confessionale, a conferire la cresima e gli ordini minori; a vantaggio de’ poveri adoprava i regali e le rendite, e avrebbe venduto i palagi e se stesso. Al prediletto suo Benevento volle condursi in modesta solennità, portando molti arredi da donare alle chiese, e denari pei poveri: il che saputo, due Barbareschi tentarono sorprenderlo, ma fallito il colpo, si sfogarono sui costieri. Ed egli consumò quel viaggio in ascoltare bisognosi, consacrare chiese, alloggiando ne’ conventi da semplice frate. Vietò fin colla galera il lotto, fonte di superstizioni e pericoloso all’onestà. Santificò Gregorio VII, ordinando se ne recitasse l’uffizio; al che la Corte di Vienna ed altre si opposero di forza. Agli Orsini suoi nipoti non concesse potere, ma sciaguratamente si abbandonò a famigliari suoi, menati da Benevento, e nominatamente al cardinale Coscia, che lo trasse in molti errori. E però quando morì, il popolo l’ebbe per santo, e credette ottener grazie dalla sua intercessione, ma insieme infuriò contro i Beneventani e il Coscia, che dicevano impinguato dal disanguare il paese. Il seguente pontefice molti di essi punì di multe e carcere, e al cardinale tolse il voto e l’intervenire alle congregazioni; e perchè ricusò di rinunziare l’arcivescovado di Benevento, fece continuarne le procedure, condannandolo a dieci anni in Castello e a riversare ducentomila scudi. Ma buoni attestati provarono che era poverissimo.
Nel tempestosissimo conclave succeduto (1736), col partito imperiale e col franco-ispano apparve per la prima volta il savojardo, e si moltiplicarono le esclusioni, finchè Lorenzo Corsini fiorentino fu suffragato col nome di Clemente XII. Era giunto ai settantanove anni senza conoscere affari; quasi cieco, ma retto di mente e di volontà, fermò i suoi pensieri a farsi autore di concordia fra’ principi disputantisi i brani dell’Italia, e schermire i diritti della Sede pontifizia d’ogn’onde minacciati. Proseguì l’opera del suo omonimo facendo la facciata della basilica lateranese e la fontana di Trevi, abbellendo il Vaticano e arricchendone le collezioni; comprò per sessantasei mila scudi e pose in Campidoglio il museo del cardinale Alessandro Albani, prezioso di statue antiche; profuse a soccorrere i miseri, principalmente nel terribile incendio che scoppiò a Ripetta il 6 maggio del 1734.
Oltre il litigio rinnovato colla Savoja, un più chiassoso n’ebbe Clemente per Parma, che, malgrado le proteste di lui, era stata data dai re al fortunato don Carlo, il quale inoltre pretendeva Castro e Ronciglione. Sopra ciascuna controversia fioccavano scritture, e il puntiglio e la parzialità traevano ad esagerare, con detrimento di quella parte che si regge unicamente sulla riverenza.
Per dargli un successore sei mesi durò la lotta, i zelanti opponendosi all’eletto dalle Potenze, finchè proclamarono quello cui meno si pensava, Prospero Lambertini (1740), che assunse il nome di Benedetto XIV. Aveva sessantacinque anni, raccomandato non tanto per austeri costumi, quanto per buone scritture, scienza canonica, sovrattutto umor piacevole e condiscendenza colle idee del tempo. Alieno dal fasto, le proprie entrate ed i regali profondeva ai poveri; e alla camera indebitata provvide con economie, principiando dal proprio trattamento. Aveva un solo nipote senatore bolognese, e gli proibì di venire a Roma. Dichiarò non promoverebbe se non chi lo meritasse per ingegno e costumi, e istituì una congregazione per esaminare i nuovi vescovi. Perchè il clero non restasse addietro negli avanzamenti del secolo, fondò a Roma quattro accademie, per le antichità romane, per le cristiane, per la storia della Chiesa e de’ concilj, pel diritto canonico e la liturgia; inoltre un museo cristiano; comprò per la Vaticana la biblioteca Ottobuoni, ricca di tremila trecento manoscritti; alla Sapienza pose cattedre di chimica e matematica, e in Campidoglio una di pittura e scultura; fece misurare due gradi del meridiano. Regolò i diritti delle chiese d’Oriente largheggiando di concessioni; represse le superstizioni, e tolse appiglio ai Protestanti emanando prudenti regole per la canonizzazione, e con quelle decretò gli altari ad Alessandro Sauli, Camillo De Lellis, Girolamo Miani, Giuseppe Calasanzio, Francesca da Chantal, Giuseppe da Copertino, Fedele da Sigmaringen, Giuseppe da Leonessa, Caterina De Ricci e alla buona regina Elisabetta; restrinse il numero de’ giorni festivi; rinnovò le antiche condanne contro il duello; sistemò la giustizia in Roma, e tra questa e le provincie svincolò il commercio[65]. Ingiungeva di non mettere all’Indice un’opera d’autore cattolico e favorevole alla Chiesa se prima egli non si chiamasse ad esporre le sue ragioni e difese. Quanto ai diritti pontifizj, venuto su in mezzo alle controversie, e forse, come bolognese, avendoli in minore concetto, inchinava a sacrificarli al bene della pace. Si riconciliò colla Spagna, cedendole la collazione di piccoli benefizj, col che svantaggiò di trentaquattro mila scudi annui la dataria; alla quale però le dispense matrimoniali di colà fruttavano ancora un milione e mezzo. Diede savie norme per la censura dei libri (tom. X, pag. 501).
Tempi difficili correvano pel papato. Le potenze preponderanti, Russia, Prussia, Inghilterra, erano eretiche; in Polonia s’istituivano vescovi greci; in Germania, non meno che la parte protestante, osteggiavano alle pretendenze romane i seguaci del finto Febronio; gl’Inglesi impacciavano le missioni nelle colonie; ne’ paesi stessi cattolici estendevasi un’orgogliosa e servile incredulità, e i principi volevano più sempre stringere il papa ai loro voleri. Il re di Portogallo pretende si faccia cardinale il Bichi nunzio apostolico a Lisbona prima di richiamarlo; fin il mitissimo Benedetto XIV trova strano questo inceppare un principe nel richiamo de’ proprj ambasciadori, e ricusa; ma quel re leva la propria suntuosa ambasciata da Roma (1728), impedisce a’ suoi sudditi di metter piede negli Stati della Chiesa, e manda via dai suoi ogni Italiano.