L’insaziabile Elisabetta Farnese, non avendo più nessuna corona da dare al terzo suo genito, dal marito il fa nominare all’arcivescovado di Toledo, che è il primo di Spagna, ed avea sette anni. Clemente XII negò le bolle, ma trovandosi incalzato d’ogni parte e tutti i suoi dispacci intercetti e turpemente aperti, si rassegnò, esprimendo che «quando l’infante toccasse l’età canonica, sarebbe confermato arcivescovo, se n’avesse la capacità richiesta dai canoni». Questa clausola parve offensiva, e il papa la cancellò, per colmo lo insignì della porpora; eppure la Corte di Madrid non ne fu satolla, e chiese che all’arcivescovado di Toledo, fruttante ducentomila scudi, s’unisse quel di Siviglia ricco di centomila; e il papa consentì. Poi il re di Spagna volle licenza d’imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici; e Benedetto XIV concesse, raccomandando a voce «non se ne servisse per turbare la quiete de’ principi cattolici». Molti capitoli s’opposero; ma l’Inquisizione punì quei che ardivano intaccare una concessione della santa Sede, e le armi regie li ridussero all’obbedienza. Questo sistema di condiscendenza parve sciagurato a Carlo Rezzonico veneziano, divenuto papa Clemente XIII (1758), e volle sottrarsene; ma allora appunto i re si accordarono a chiedere l’abolizione della Compagnia di Gesù.
Questa nè nacque da Italiani, nè ebbe qui le più clamorose vicende; pure tiene gran luogo nella storia nostra perchè il generale ne risedeva a Roma, e di bei nomi qui segnò ogni parte dello scibile. Accorti ne’ migliori spedienti, i Gesuiti si erano tratta in mano l’educazione, e nati nel fiore dell’urbanità, pensarono mostrarsi pari al secolo colla bella letteratura, coi modi gentili, con collegi provveduti d’ogni comodità, con edifizj splendidi, con osservatorj e teatri e villeggiature, sicchè la gioventù ne uscisse educata alle arti cavalleresche, e i padri stessi, quantunque regolati in un viver sobrio e fin austero, nulla trovassero di straordinario quando passavano nelle Corti. Le loro scuole sono di amplissime lodi retribuite fin da pensatori avversi, e più ancora dalla confidenza di tanti parenti, sebbene venissero tacciati di dare una coltura d’apparato più che di fondo, d’insinuare colle massime religiose un fare melanconicamente contegnoso, una docilità illimitata, che sgagliardiva le volontà.
Dediti alla vita operosa, non si proposero lunghe salmodie, rigide penitenze, debilitanti macerazioni; nè tampoco abito diverso, potendo adottare quello del paese ove andavano; ed avendo tante mansioni, trovavano come collocare opportunamente i varj ingegni, questo al confessionale, quello al pergamo, uno nelle missioni, un nella scuola, uno a fianco ai re, l’altro nella capanna del selvaggio; e quale astronomo, o poeta, o controversista, o storico. Quanti illustri Gesuiti non mentovammo noi! ma quanti più oscuramente e più santamente meritarono nella cura delle anime, negli ospedali, nella predicazione, nelle missioni, in beneficenze che non dovrebbero tacersi quando si rinfaccia loro il mestare negli affari mondani e trescar alle Corti e ne’ palazzi!
Quel distacco da ogni affezione mondana fino a posporre e parenti e patria all’interesse dell’Ordine, considerato come interesse della religione; quella secretezza impenetrabile; quella cieca sommessione, che gerarchicamente legava l’infimo laico col generale supremo, in tutto il mondo e in qualunque grado della società, ispiravano un arcano terrore. Scopo della loro istituzione era stato di combattere l’eresia mediante i libri e l’apostolato, e toglierle pretesto mediante la riforma morale. Chi dunque vedea libertà nel protestantismo, li considerò come rappresentanti la resistenza e la repulsione. Stava in capo ai loro statuti il sostenere in ogni guisa l’autorità del pontificato, sicchè quelli che caldeggiavano le pretensioni dei principi li considerarono come antimonarchici, il che, ne’ concetti d’allora, pareva illiberalità. Un consorzievole ricambio di lodi; le controversie incalorite per punti non solo teologici ma scientifici o politici e letterarj, anche contro gli scrittori più cari al paese[66]; quel tacciare arditamente di maligni, di empj, di eretici fin persone d’intenzioni rettissime; la preferenza che ottenevano i loro collegi, cresceva ad essi gl’invidiosi, cioè i nemici, fin tra gli altri Ordini che eclissavano.
Vedendo il mondo farsi sempre più alieno dalle pratiche devote, essi parvero ricordare più la misericordia del Figlio che la giustizia del Padre, e nella irresolubile quistione della Grazia propendettero alla libertà, pensando che l’uomo fosse dalla Grazia ajutato anche per risorgere. Perchè mitigavano le astinenze, e tappezzavano, come si disse, di velluto la strada del paradiso, condiscendendo in tutto ciò che non ledesse la legge, furono tacciati di lassa morale dai contemporanei di Figaro e del Casti, quasi trovassero scusa ai misfatti, insegnassero l’arte di mentire cogli equivoci e con restrizioni mentali.
E appunto come lassi gli osteggiavano i Giansenisti, che invece di seguire il progresso come quelli, richiamavano continuo alla primitiva semplicità della Chiesa.
Fra i Germani conservatisi cattolici avea levato rumore l’opera di Gian Nicola di Hontheim, comparsa il 1763 col falso nome di Febronio, sullo stato presente della Chiesa e la legittima podestà del pontefice: libro mal fatto, ma ch’ebbe la fortuna di arrivare a tempo, quando cioè i principi non trovavansi a fare di meglio che disturbare il papa. Stabiliva che l’infallibilità non sia attribuita a una persona, ma alla Chiesa intera, la quale la esercita per via de’ suoi ministri: primo fra questi essere il vescovo di Roma, ma la Chiesa potrebbe trasferire la supremazia in un altro: ad esso competono le prerogative senza di cui l’unità si scioglierebbe, non già le accidentali di nominare vescovi, trasferirli, o decidere in appello le loro sentenze. L’opera fu tradotta in italiano e applaudita; Roma la condannò: Pietro Ballerini veronese nel Primato e infallibilità del papa, il padre Zaccaria nell’Antifebronio, il Mamachi ed altri l’impugnarono; ma l’autore rispose con quella franchezza che simula l’erudizione, pur costantemente professandosi cattolico: e i nostri si trovarono divisi in due campi.
Tra questi fraterni eppur accanniti litigj dilatavasi quel che si chiamava spirito forte, o filosofia. Scienze e lettere, considerato come carcere il nido ove le avea fomentate la religione, si diedero aspetto di libertà coll’osteggiare i principj, su cui fin allora s’era regolato il mondo. La Francia, dedotto quest’andazzo dall’Inghilterra, lo comunicò all’Europa tutta con quella sua speciale facoltà divulgatrice; e col lampo del bello spirito che abbaglia la folla, col despotismo dell’epigramma che opprime chi ha cuore e intelligenza più che causticità; e con raziocinj zoppicanti perchè non appoggiati all’autorità insegnò a negare, ad abbattere, a ridere di ciò che erasi venerato; non che compiangere l’ignoranza de’ padri, fece riguardare condizione d’ogni progresso il disgiungersi dal passato, espungere quanto trascende l’umana intelligenza e non si può brancicare e numerare; chiamar pregiudizio quanto non risponde all’arida ragione; uccidere l’entusiasmo col decomporre i più begli atti in interesse, secrezione, accidente: laonde fu ridotto l’uomo a materia, le sue facoltà alla sensazione e a trasformazioni di questa secondo un sensismo che getta una chiarezza superficiale sopra una grossolana apparenza scientifica. Con miscredenza fredda e coll’aria d’indipendenza che lusinga gli spiriti mediocri, i quali sono sempre i più, sillogizzava contro le verità che meglio consolano il cuore e tranquillano lo spirito, volendo guarir l’anime dal desiderio dell’immortalità e dalle aspirazioni sovrumane; e con alcuni scendeva fino a negar Dio, coi più negava la provvidenza, la rivelazione, il mediatore, le postume retribuzioni; rideva del culto, dei preti, degl’ignoranti che ancor vi credevano; e allo spirito individuale immolando l’autorità e la storia, pretendeva innovare il mondo secondo certi canoni prestabiliti, indipendenti da luogo e tempo. Personavasi quella guerra in Voltaire, che col riso, coll’ironia, coll’intrepida calunnia conculcava le benemerenze e le speranze umane e le cordiali ispirazioni, all’entusiasmo sostituiva il fischio, alla fede i dubbj, all’esame la leggerezza; e ad ottanta anni potè a ragione esclamare, — Io ho fatto più che Lutero e Calvino». Del suo spirito si animò l’Enciclopedia, immensa opera dove i primarj ingegni tolsero a formar l’inventario dell’umano sapere, per gloriarlo delle conquiste fatte e additargli le da farsi; ma sempre nel proposito di eliminare l’anima dal corpo, il creatore dalla creazione.
Ripigliata con maggiore risolutezza l’opera de’ riformatori religiosi, come questi un tempo, così ora i filosofi si trovarono a fronte i Gesuiti, e compresero ch’era forza passare sul loro cadavere per abbattere poi gli altri Ordini, indi la gerarchia, alfine quella religione universale, ch’essi denominavano la Infame.
Giansenisti e filosofi erano opposti fra loro, quelli volendo l’austerità, questi l’epicureismo; quelli ricondurre la religione al fervore de’ primi secoli, questi bersagliarla d’epigrammi e di franca menzogna; quelli appoggiati sull’autorità, questi rinneganti il passato e ogni fede per attenersi alla pura ragione. In due cose però s’accordavano; nello sminuire la primazia del papa, e nel voler a terra i Gesuiti.