Di tali elementi si formò la procella contro di questi. Moltissimi libri uscirono a combatterli e deriderli, e uno de’ più violenti la Repubblica de’ Solipsi d’un loro disertore, Clemente Scotto piacentino, il quale fingendo darvi consiglj, li sferza con una virulenza, che non fu superata neppure dai nostri contemporanei. Le maldicenze aguzzano l’appetito; e sarebbe difetto di gusto l’esaminare se vere; accettate con leggerezza, sono adoperate con asseveranza.
I Gesuiti medesimi, come è solito nelle crisi, aggravarono la propria situazione. Sperando acquistare al cristianesimo i vastissimi imperi della Cina e del Malabar, accondiscesero a tollerare alcuni riti, e dare benevola interpretazione a certe superstizioni: i monaci d’altri Ordini ne gli accusarono, il pontefice li dichiarò errati, ed essi per obbedirlo dovettero rassegnarsi ad abbandonare missioni per ducento anni con tanto zelo e tanto sangue coltivate. Nel Paraguai voleano introdurre una specie di repubblica patriarcale, che, se ne togli la religione, molto arieggiava ai falansteri de’ moderni Socialisti, ove lavoro regolato e con gioja, comuni i possessi, e tutti gli atti disposti ad arbitrio dei capi: ma si disse con ciò volessero iniziare una repubblica universale, sottraendo il mondo alla forza armata dei principi.
In un’età che parlava tanto di commercio, profittarono essi pure delle loro colonie per cavarne generi, di cui faceano traffico; ne’ collegi magazzinavano droghe; a Macerata tesseano panno; giravano cambiali da collegio a collegio; e l’età che boffonchiava la infingardaggine de’ Certosini e de’ Cistercensi o la sudiceria de’ Zoccolanti, trovò abominevole l’attività di questi e il loro vivere di mondo. Se ne indispettirono i Gesuiti, e nelle tante apologie, che principalmente stampavansi dallo Zatta a Venezia, mentre dal Bettinelli uscivano le diatribe, provaronsi d’affrontare il pericolo provocando e minacciando[67]. I re intanto, che, sull’esempio di Luigi XIV, voleano accentrare nelle proprie mani tutta l’autorità, dispersa in prima fra i corpi dello Stato, mal gradivano questa Società che l’estensione e l’accordo sottraevano all’arbitrio loro. Inoltre avendo dissestate le finanze, ustolavano alle immense ricchezze possedute da quest’Ordine, al quale dalla California arrivavano, dicevasi, barili d’oro, verghe d’oro, pani di cioccolata d’oro, sicchè cumulavano nelle loro cave un importo di dugencinquanta milioni.
Questi rancori bollivano viepiù fuori d’Italia, e massime nel Portogallo e nella Spagna, dove i Gesuiti erano guardati come emuli de’ lucri coloniali; nella Francia, ove li perseguitavano da una parte i filosofi, dall’altra i parlamenti, che scaduti d’ingerenza e di credito, speravano recuperare col propugnare la regia prerogativa, blandire gl’istinti malevoli, e sfoggiare coraggio dove non era pericolo. La più grave imputazione che essi affiggevano ai Gesuiti, la meno aspettata dai nostri contemporanei, era il poco rispetto ai re; ne’ loro libri professare che un tiranno può disobbedirsi non solo, ma fino deporsi e uccidersi; canone che pareva antisociale ed inumano. Essendosi pertanto attentato alla vita di Giuseppe re di Portogallo, e per fame ammutinato il popolo di Madrid, dell’un fatto e dell’altro si versò la colpa sui Gesuiti. Un Malacrida di Mercallo nel Comasco, già missionario nel Brasile, a Lisbona si era abbandonato a mistici delirj, pretendendo sapere per rivelazione che vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote, il qual ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca, sposerebbe Proserpina furia infernale, e simili vaneggiamenti[68]; asseriva che sant’Anna, ancora in seno alla madre, piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia; e ne deduceva una specie di quietismo, per cui il corpo non restava contaminato da qualsiasi impurità, purchè lo spirito assorto non vi accondiscendesse. Il popolo l’aveva per santo; anche alla Corte era venerato: pure di settantatre anni fu posto a processo, e come eresiarca condannato al fuoco, a capo di cinquantadue, imputati di simili delitti. Stupendo tema ai filosofi per declamare contro l’intolleranza della Chiesa, quando appunto questa era la battuta!
Quel Carlo III che lodammo restauratore del regno di Napoli, passato a quello di Spagna divenne accannitissimo contro i Gesuiti; e per motivi che teneva chiusi nell’augusto suo cuore, ne stivò da seimila in fondo a bastimenti, e gettolli a Civitavecchia. Clemente XIII reclamò contro questo sbarco nè tampoco annunziatogli, e ricusò riceverli; ricusò Genova, ricusò Livorno, onde molti mesi essi errarono tra la fame e il caldo; finchè il papa s’indusse ad accettarli, dalla Spagna impetrando loro una tenue pensione.
Per una felice ispirazione di Carlo, le Corti borboniche aveano stretto fra loro un patto di famiglia per reciproca difesa e offesa, che riducendo a unità la politica di tutte, avrebbe ad esse assicurato la preponderanza contro l’Inghilterra, e rimossa l’occasione di guerre. Il bel concetto ebbe il solo meschino risultato di accordarle nel muovere guerra ai Gesuiti, e non solo estruderli, ma ottenerne l’abolizione. Izze donnesche, intrighi ufficiali, malignità filosofiche si congiurarono a tal fine, mettendo in pratica la dottrina di cui incolpavansi i Gesuiti, cioè che il fine giustifichi i mezzi: il parlamento parigino condannò come antipolitici molti loro libri, fra’ quali il Bellarmino e il Compendio di storia d’Orazio Torsellini; e dichiarò che i Gesuiti erano «notoriamente colpevoli di avere insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de’ loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l’astrologia, l’irreligione, l’idolatria, la superstizione, l’impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione di giudici, il furto, il parricidio, l’omicidio, il suicidio, il regicidio...; d’aver favoreggiato l’arianismo, il socinismo, il sabellianismo, il nestorianismo..., i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo..., di riprodurre l’eresia di Wicleff, e gli errori di Fichonio, di Pelagio, de’ Semipelagiani, di Cassiano, di Fausto, de’ Marsigliesi; di cadere nell’empietà de’ Montanisti, e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi Padri, agli Apostoli, ad Abramo»[69].
Ribaldi di tal fatta qual legge civile non avrebbe condannati? La clemenza di quei re s’accontentò di espellerli dal territorio francese (1764), poi anche dalla Corsica quando la occuparono; ed affollatili ne’ vascelli, sotto uno stemperato calore li gittarono a Genova; e preti e frati risero al colpo toccato dai possenti emuli, non accorgendosi dove rimbalzasse.
Molti Gesuiti spagnuoli vennero allora ad onorare colla loro dottrina l’Italia; alcuni anche ne adottarono la lingua, e meritarono posto fra i nostri scrittori. Il padre De l’Isla autore del frà Gerundio (1781), il romanzo più ingegnoso dopo il don Chisciotte; Saverio Lampillas che difese la letteratura spagnuola contro il Tiraboschi; Arteaga che diede la Rivoluzione del teatro musicale; Andres che scrisse l’Origine e progressi d’ogni letteratura; il Tentori che fece il Saggio della storia civile, politica ed ecclesiastica della repubblica di Venezia; Antonio Eximeno, autore dell’Origine e regole della musica; Vincenzo Requeno, del Ristabilimento dell’arte armonica; Clavigero, d’una preziosa Storia del Messico e della California; Hervas, del Catalogo delle lingue, felice tentativo di filologia comparata; e Serano, e Sherlock, e il portoghese Azevedo, che oltre collaborare a Benedetto XIV, scrisse Venetæ urbis descriptio in dodici canti, e fece una scelta di sonetti traducendoli in esametri latini.
Anche fra i Gesuiti italiani contavansi allora dei primi in ogni scienza; il Tiraboschi, il Bettinelli, il Quadrio, il Roberti, lo Zaccaria, il Cordara, il Granelli, de’ quali parliamo altrove; il Baruffaldi e Lorenzo Barotti storici di Ferrara; Giannantonio Volpi che, a tacer altro, fece il Vetus Latium profanum et sacrum; il mantovano Gaetano Braganza (-1812), che pubblicò il Modo di far le iscrizioni, l’Eloquenza ridotta alla pratica, la Poesia in ajuto alla prosa; Gioachino Gallardi da Carpi bibliotecario di Modena, che coadjuvò allo Zaccaria nella Storia letteraria, e fece molti opuscoli eruditi; Arcangelo Contucci da Montepulciano (-1768) che illustrò i bronzi del museo Kircheriano, e di sua dottrina facea stupire il Muratori, il Maffei, il Barthélemy, e dal Winckelmann era qualificato «uomo di gran sapere, e alieno dalla smania di essere autore, contentandosi di comunicare ciò che ha e che sa»: Mauro Boni genovese (-1817) archeologo, principale collaboratore al Dizionario biografico di Bassano, che pubblicò le opere del Cordara e del Metastasio, tradusse con larghi supplementi il Catalogo degli autori classici sacri e profani, greci e latini di Harwood (1793), la serie della moneta romana, e diede un quadro critico tipografico di opere sulla storia letteraria e tipografica, lettere sui primi libri a stampa d’alcune città e terre dell’Italia superiore (1794), dove vorrebbe che le prime edizioni di Venezia non fossero di Giovanni da Spira, opinione confutatagli da Denis, Suffragium pro Johanne de Spira.
Fra i veneti citeremo Luigi Canonici, che aveva raccolto ben quattromila edizioni della Bibbia, medaglie e crocifissi; Giacomo Coleti e il friulano Farlati autori dell’Illyricum sacrum (1773); Cristoforo Ridulfi, che tradusse l’Iliade e Anacreonte (-1773); il Rubbi raccoglitore d’un Parnaso non senza gusto; Giovan Antonio Bassani oratore e poeta; il bresciano Orazio Burgundio poeta latino; Pietro Paletta oratore e storico delle eresie; Carlo Borgo vicentino, che fece l’analisi ed esame ragionato dell’arte delle fortificazioni e difesa delle piazze, ove nelle cifra parlante e segni indica il linguaggio telegrafico; Jacopo Belgrado friulano, che scrisse dell’uso delle due analisi ne’ problemi fisici e la teoria della vite d’Archimede. Il Giullari, forbito lodatore delle donne celebri della santa nazione, onorava Verona, come gli altri oratori Masotti, Martinelli, Avesani, e il Pellegrini oratore delle Corti, come delle campagne era il Trento. E fama grande ottennero sui pulpiti il Vio e lo Scardua veneziani; il Saracinelli, fruttuoso colle parole non meno che coll’esempio; il comasco Venini, oratore creduto inferiore soltanto al Segneri; il Lorenzi che cantò la Coltivazione dei monti. Aggiungiamo l’eruditissimo Troilo, il Zucconi lodatissimo spositore della sacra scrittura, il Giorgi abile scrittore non men che oratore, Alfonso Muzzarelli autore di poesie sacre, dell’anno di Maria, e di molte controversie sulla ricchezza del clero, dell’Emilio disingannato, e del Buon uso della logica in materia di religione, lavoro che meriterebbe di essere oggi divulgato.