Quel Collegio Romano de’ Gesuiti, da cui uscirono quattro papi e novantasei cardinali, non era degenerato; e Stoppini, Gravina, Stefanucci onoravano le cattedre di teologia, di sacra scrittura, di diritto canonico; come quelle di belle lettere Lagomarsini, Asclepi, Lanzi, Morcelli principe degli epigrafisti. Aggiungiamo il controversista Noghera valtellinese, l’economista Gemelli piemontese, i gran matematici Riccati e Belgrado di Udine, Ximenes di Firenze, l’idraulico Lechi milanese, l’astronomo Boscovich raguseo, co’ famosi latinisti suoi compatrioti Cunich, Zamagna e Stay, divenuto segretario de’ brevi di papa Lambertini. L’astronomo siciliano Ayala dappoi si diede al diritto pubblico, e fra altro scrisse della libertà ed eguaglianza. Intanto un padre Fidoti era penetrato nel Giappone e mortovi nelle prigioni; un padre Simonelli, dotto matematico, fioriva alla reggia della Cocincina; un padre Castiglioni milanese e un padre Candia piemontese morivano missionando al Tong-king; e il padre Pavone nel Malabar, dove ancor più illustrossi il padre Lichetta con sei altri napoletani: il padre Eusebio da Cittadella morì medico della corte di Pe-king nel 1785.

Fra tanti libri che si stamparono su quell’evento, perchè nessuno si brigò d’una prova che sarebbe stata di qualche peso, il catalogo de’ personaggi che allora insignivano la Compagnia? nè io ho materiali per compierlo neppure riguardo all’Italia: ma il Bettinelli ne accenna di molti «a me cari maestri (dice colle sue solite sdolcinature), mecenati, amici, e ciò non per vanità, essendo tutto il mio merito nell’abito di gesuita che mi faceva onore, come pure alle corti e alle accademie mel fece; senza cui io era nulla (il giura la mia coscienza), o uom del vulgo, come dice il Petrarca»[70].

Tanto meno ragione sentivansi dunque gli Italiani d’odiare o sprezzare quella Compagnia: ma che giova la riverenza popolare quando i pregiudizj letterarj e le avversioni uffiziali vogliono ostentare indipendenza coll’obbedire? E per obbedire agli ordini di Spagna in forza del patto di famiglia, cominciò qui la persecuzione.

Carlo III, passando giovinetto da Pisa, vi avea conosciuto il professore Bernardo Tanucci (1698-1783), e fatto re di Napoli, lo chiamò a capo della giustizia e dei tribunali speciali contro gl’inconfidenti, poi presidente del ministero; da lui si fece consigliare tutti que’ provvedimenti parte buoni, parte cattivi, sempre a caso e privi di quell’andamento regolare che ad ogni rovina fa precedere una riedificazione. Costui tenne sempre del cavillo curialesco, e l’innestò al Governo napoletano anche per l’avvenire. Infarinato delle teoriche di moda, irremovibile dai divisamenti come chi non se li propose per raziocinio ma per altrui imitazione, despotico a segno da non tener conto della storia e dell’indole nazionale, amico del re non del paese a cui era straniero, anzichè rinvigorirla col moderarla esagerava la potenza regia secondo la pedantesca irreligiosità d’allora. Al fanciullo re Ferdinando fece sin dal confessore mettere scrupolo del disobbedire al padre, delle cui intenzioni egli era depositario; per tal modo resoselo ligio, portollo a interdire dal regno la costituzione Apostolicam colla pena di trecento ducati a chi la possedesse; violaronsi le case e le lettere per iscoprirne, e parve trionfo l’averne côlte ventisei copie in un giorno; a molti libraj in grazia di ciò fu levata la patente, chiusa la bottega, inflitta la prigione per sei mesi. Ad imitazione di Francia, egli fece esaminare se gli statuti de’ Gesuiti contenessero cosa repugnante al potere regio; ad imitazione di Spagna fece dal re pubblicare un editto (1767) ove «usando dell’autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l’onnipotenza di lui alla sovranità», escluse i Gesuiti dalle Due Sicilie, e nottetempo ne fece invadere le celle ed espellerne i padri, che forse erano quattrocento, senz’altro che l’abito, e sotto scorta di soldati tradurre al confine pontifizio, e quivi deposti dalle carrozze, intimare guaj se più mettessero piede nello Stato; altri censettantacinque furono sbarcati in un canneto presso Terracina[71].

Quel che il Tanucci a Napoli, faceva a Parma il francese Dutillot, ministro e tutto del duca Ferdinando. Aveva egli tratto il suo padrone a cozzo colla Corte romana, cominciando a negarle il tributo per l’investitura (1764); si limitarono le liberalità de’ fedeli verso la Chiesa; la manomorta non potesse acquistare la piena proprietà de’ beni sodi; e se gliene venissero, doveano conferirsi ad un laico o vendersi entro l’anno, se pure non fossero per ospedali e case di esposti; chi professi voti monastici, s’intenda rinunziare a qualunque bene ed eredità occasionale, salva una rendita a vita; gli stabili acquistati dopo l’ultimo catasto dal 1588 contribuiscano all’imposta.

Ne fece un capo grosso Roma, e più per la prammatica del 16 gennajo 1768, ove ai sudditi del duca era disdetto recar liti a tribunale forestiero, e nominatamente al romano, nè sollecitare presso autorità straniere pensioni ecclesiastiche, commende, dignità, a cui fosse annessa giurisdizione o prerogativa; i benefizj con cura d’anime o senza, pensioni, badie, dignità nello Stato portanti giurisdizione, non possano conferirsi che a sudditi e col consenso del duca; verun ordine o nomina o giudizio o scritto proveniente da Roma valga, se non coll’exequatur del duca.

Clemente XIII pronunziò nulli questi atti e temerarj, come emanati da autorità incompetente; scomunicava quelli che vi avessero parte, in modo da non poterne essere assolti che dal papa stesso o in articolo di morte; e negli atti da ciò nominava nostri i ducati di Parma e Piacenza (1769). Ferdinando proibì a’ suoi sudditi di credere che espressioni e principj siffatti emanassero da pontefice così santo e giudizioso; trasse dagli archivj le prove dell’indipendenza del suo dominio; fece arrestare i Gesuiti e tradurli ai confini dello Stato pontifizio, con divieto perfino di attraversare il suo; abolì l’Inquisizione e molti monasteri, gli altri raffazzonò. Il parlamento di Parigi dichiarò esso monitorio ingiusto e repugnante alla sovranità: le corti borboniche, collegate col Patto di famiglia, sposarono la causa del duca minacciando di occupare Avignone e il contado Venesino, e Benevento. Francesco III di Modena l’imitò, abolendo le immunità de’ beni ecclesiastici e molte fondazioni religiose: disponevasi anche a sostenere colle armi le sue ragioni sul ducato di Ferrara, se le potenze grosse non si fossero interposte. Gli altri Stati, non eccettuata Venezia, seguendo l’andazzo, presero occasione di fare provvedimenti contro Roma, tantochè il ricorrere a questa direttamente divenne colpa di Stato, e i principi ingloriavansi dei poveri trionfi sopra un papato, ridotto impotente a difendersi.

I principi avevano espulso i Gesuiti ciascuno dai proprj paesi; ma chi assicurava che un nuovo ministro, o una mutata amante non li facesse rivocare, esulcerati e trionfanti? Pertanto Francia, Spagna, Parma, Napoli, moventisi d’un medesimo passo, insistono perchè il papa li abolisca, e metta a disposizione delle potenze il loro generale Ricci di Macerata, e il cardinale Torrigiani loro protettore.

I Gesuiti consideravansi i principali sostegni di Roma, i più zelanti missionarj nel lontano mondo. Dicevasi con alcuni che l’istituzione loro fosse perversa? ma era stata approvata espressamente dal concilio di Trento. Dicevasi con altri che era ottima, ma avea tralignato? essi adducevano una continuità di testimonianze de’ pontefici. Se il cardinale Malvezzi a Bologna gli avversava, la nobiltà supplicava il papa a non privare di tanti sussidj la gioventù e i fedeli; e i vescovi d’ogni paese nostro ne mandavano ampie attestazioni[72]. Fondato sulle quali, il Ricci ricusava introdurvi novazioni, risolutamente dicendo, — O siano quali sono, o non siano».

— Se i Gesuiti non fan più bene nei paesi che li cacciarono, ne faranno altrove», diceva il papa Clemente XIII, il quale, dopo serio esame, colla bolla Apostolicam (1765) riconfermò la Società di Gesù, profondendo lodi, alle quali assentì la maggioranza de’ vescovi, benchè altri non vi rispondessero che col silenzio. Si scandolezzò il mondo che un papa osasse manifestar opinione contraria a quella dei principi; i principi d’ogni parte alzarono pretensioni a suo danno; il Portogallo vieta come alto tradimento il pubblicare o tenere quella bolla; ricorrendo ad armi che non sono della Chiesa, la Francia occupa Avignone, Napoli occupa Benevento e Pontecorvo; propongono perfino di bloccar Roma, acciocchè il popolo s’ammutini contro il papa «unico modo d’ottenere l’abolizione de’ Gesuiti»[73]. Il papa esclamava: — Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento su’ miei sudditi, innocenti di quest’affare: se l’hanno con me, e se pensano snidarmi come altri miei predecessori, sceglierò l’esiglio, anzichè mancare alla causa della religione e della Chiesa».