Negli undici anni del pontificato di lui, dice il padre Theiner, «neppure un gran fatto consola e riposa; fu una catena non interrotta d’umiliazioni, disastri, contrarietà per la Chiesa e per l’autorità della santa Sede, la quale sotto nessun papa moderno avea sì indegnamente sofferto». Nel crudele intradue o di far ordini inascoltati, o di ricorrere a spedienti che l’opinione disapprovava, questo mercante veneziano che osava dir di no agli idoli de’ filosofi, gemeva dal cuore, e in grave scompiglio trovavasi la Chiesa quando morì. Uom tutto di Dio, avendogli l’astronomo Lalande esposto la possibilità di disseccar le paludi Pontine, soggiungendogli quanta gloria a lui ne verrebbe, egli alzò gli occhi e — Non è la gloria che mi muova, bensì il bene de’ nostri popoli».
L’astuta onnipotenza de’ Gesuiti avrebbe allora dovuto armeggiarsi in un conclave, da cui ne pendea la vita. L’elezione fu trascinata in lunghissimo dalle brighe dei ministri e dei cardinali delle Corti, opposti ai cardinali zelanti, da minaccie degli ambasciatori, dall’ostentazione di Giuseppe II, comparso improvviso a Roma per satireggiare e i papi e i Gesuiti e i re. Andato a far visita alla chiesa del Gesù, chiede al generale: — Quando deporrete cotesta tonaca?» e notando il gran costo della statua di sant’Ignazio, — Guadagni delle Indie» esclamò[74].
Centottantaquattro volte la folla aspettante vide la fumata che bruciava le schede de’ falliti scrutinj, prima che i voti si raccogliessero sopra frà Lorenzo Ganganelli da Sant’Arcangelo presso Rimini, che prese il nome di Clemente XIV (1769). Uomo di dolci virtù è accomodante, candido eppure ambizioso, dotto eppure arguto, scrittore felice, benchè il lodar le lettere che vanno sotto il suo nome sia crassa insipienza ancor più che calunnia[75]; degli scrittori filosofici diceva, — Col combattere il cristianesimo, ne mostreranno la necessità»; di Voltaire, — Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; di Rousseau, — È un pittore difettoso nelle teste ed abile solo nel panneggiare»; dell’autore del Sistema, — È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone dalla casa, potrà assettarla a modo suo».
Sentiva egli l’irreligione scalzare troni e altari; ed intanto i re parevano far causa comune con questa, oppugnando i diritti della santa Sede, e divisando pertutto patriarcati nazionali, indipendenti da Roma. Ben confidava egli nella promessa di Cristo, e ad un amico scriveva: — La santa Sede non perirà, perchè è la base e il centro dell’unità; ma ritoglierassi ai papi quanto loro fu dato». In conformità lasciava che i principi lentassero sempre più i legami che congiungevano le nazioni a Roma; ma che nel conclave egli avesse firmato l’obbligo di distruggere i Gesuiti, e fin dato speranza di trasferire la sede ad Avignone[76], son baje da porsi con quelle che infamarono Clemente V (tom. VII, pag. 318).
Fatto sta che i Borboni insistevano acciocchè abolisse i Gesuiti, e intanto moltiplicavano affronti alla santa Sede. Il granduca Leopoldo non volle scrivere al nuovo papa la congratulazione, pretendendo che prima e’ gliene desse parte; il che non soleasi che coi re e con Venezia qual regina di Cipro. Il duca di Parma fa spogliare il palazzo Medici in Roma; insulto ad un popolo infervorato delle arti com’è l’italiano. L’Azara, tenuto a Roma da Carlo III come esploratore, e che ora sbravando or celiando, coll’abilità somma de’ racconti, colla leggerezza nel trattar le cose serie, con quella burbanza ch’è necessaria per farsi stimare in simili posti, aveva acquistato grande ingerenza, non davasi posa nell’aizzare contro i Gesuiti. Il Tanucci sfogava l’astio verso la Chiesa colle minute insolenze, proprie di chi scarseggia d’intelletto e d’educazione. Quando Carolina d’Austria veniva moglie al re di Napoli, il papa dispose un’ambasciata d’onore che la ricevesse e accompagnasse traverso a’ suoi Stati; ma il Tanucci vi pretese condizioni sì umilianti, che fu impossibile accettarle; ed essa fendette il paese senz’apparato, alloggiando alla villa Borghese fuor di Roma[77]. Esso Tanucci scriveva al papa con villana alterigia, intitolandolo vescovo di Roma; i marmi, che occupavano da un secolo il palazzo Farnese, trasferisce a Napoli; quivi sfogasi nel fare ai frati quella guerra ove sogliono pompeggiare di coraggio coloro che ne difettano; sopprime conventi, abolisce decime, impedisce gli acquisti di manomorta, riduce i matrimonj a contratto civile, interdice ai vescovi di pubblicar bolle senza il regio visto, d’ingerirsi dell’istruzione pubblica o di processi; al clero di pagar a Roma le tasse solite di cancelleria; fa stampare con lusso le opere del Giannone e di frà Paolo, e alle querele del nunzio dà per tutta risposta che non lascerebbe entrar più veruna provenienza da Roma finchè il papa non abolisse i Gesuiti. Anzi fa marciare quattromila uomini fino ad Orbetello, per sorprendere al primo destro Castro e Ronciglione; e voleva aquartierarne mille nella villa Madama a Roma per sorvegliare i movimenti del papa. In tutto ciò pretestava ordini or di Francia or di Spagna: il che chiamerebbesi bassezza se fosse vero; come chiamarlo sapendo ch’era falso?[78] Anzi le Corti di Spagna e di Francia mostravansi di ciò indignate col papa; il quale, non osando resistere direttamente, incorava i vescovi ad opporsi. Quei di Capua e di Troja il fecero; altri pensarono a una rimostranza collettiva contro le crescenti usurpazioni; e il papa gemea di tanti mali, ma «si rimetteva alla loro prudenza, ed esortavali a far in modo che non paressero operar a preghiere e istigazione del papa»[79]. In quest’universale affrontata, solo il Re di Sardegna tenevasi devoto; e quasi ad espiare le lunghe avversioni di suo padre, fece un concordato, nel quale, fra altre concessioni, ottenne l’abolizione del diritto d’asilo ne’ luoghi sacri, dispensa delle rendite di molte badie.
Il papa rifuggiva dall’abolire i Gesuiti, sia perchè vedea qual sostegno sottrarrebbe alla santa Sede, sia perchè una potenza annichila se stessa quando lasciasi violentare; e torcevasi in ogni guisa perchè i potentati s’accontentassero di riformarli. Credendo imbonirli colle condiscendenze sopra altri punti, cessò di prolungare la solita bolla In cœna Domini; tacque allorchè impedivano l’invio di denaro a Roma, o la giurisdizione del Sant’Uffizio o gli acquisti del clero; entrò in corrispondenze particolari onde rassettare i litigj politici; ribenedisse il duca di Parma e sospese il monitorio; lo perchè l’infante si proferse mediatore presso le Corti borboniche: ma queste non rispondeano se non — Abolite i Gesuiti».
Clemente «pontefice dolce e umano, ma che Dio non avea creato a così violente procelle»[80], trovavasi sbolzanato fra due estremità; filosofi che o lo beffarono come papa o speravano ch’egli sovvertirebbe la Chiesa, e zelanti che lo compiangevano come papa debole, gli faceano colpa d’ogni concessione, e s’egli non pubblicava la bolla In cœna Domini, faceanla ristampare e diffondere con commenti. I re giunsero perfino a persuaderlo fosse circondato di stili e di veleni gesuitici, come di veleno filosofico cianciavasi perito il suo antecessore: onde per tali paure e per sottrarsi alla molesta visita degli ambasciatori, davasi per malato, non mangiava che poveri cibi ammanitigli da un fraticello, vivendo senz’amici, senza consigli.
Ma anche in quella solitudine giungeagli d’ogni parte quel grido — Abolite i Gesuiti». Per guadagnar tempo, promette non nominerà altro generale quando il Ricci muoja, non ammetterà più novizj; poi domanda che almeno tutti i re si mettano d’accordo su questo punto, sicch’egli non abbia ad offender gli uni per condiscendere agli altri; propone di radunar un concilio a tal uopo[81]; tratta di trasferire la sede ad Avignone: ma sempre gli sono addosso inesorabili i ministri, sebbene egli ne invochi un po’ di pietà, un momento di tregua, perfino mostrando ad essi le piaghe del macero corpo.
Intanto approva ciò che le tre Corti hanno operato; spiega rigore verso i Gesuiti, privandoli d’alcuni privilegi, mandando visite, mettendo imposizioni, lasciando che i creditori ne vendano all’incanto i mobili, molestandoli con fiscalità repugnanti all’indole sua; e poichè i principi non cessavano da quella domanda, — Ebbene (diceva) indicatemi le ragioni dell’ira vostra, acciocchè io possa motivare la condanna. — Le ragioni? (rispondevano essi) sono espresse negli editti di ciascuno, e basta; noi re non dobbiam conto alcuno al pontefice di nostra condotta; non l’abbiamo preso a giudice: mozzi una volta gl’indugi, abolisca i Gesuiti, e noi gli restituiremo subito Benevento e Avignone». Clemente or replica generosamente, — Un papa dirige le anime, non ne traffica»; or si desola, e geme, e protesta che abdicherà.
Parvegli la mano di Dio allorchè le Corti di Londra, di Pietroburgo, di Berlino, cioè un papa greco, un papa anglicano e un filosofo ateo, gli scrissero in difesa d’un Ordine, trafitto da un cristianissimo, da un cattolico e da un fedelissimo. Anche Maria Teresa raccomandava i Gesuiti al papa, e al nunzio cardinal Borromeo dava sicurezza che, lei viva, nulla avrebbero a soffrire ne’ suoi Stati[82]: ma poi li lasciò nelle peste, rispondendo essere un affar di Stato, non di religione; vietava all’arcivescovo di Milano ed agli altri suoi di pubblicare la bolla In cœna Domini[83], e cercava profittare di quello sdruccio per impadronirsi di Piacenza; alfine aderì all’abolizione sospinta da Giuseppe II che «agonava i loro beni con impaziente avidità» e che inchiuse il patto espresso di potersene valere con pieno arbitrio.