I principi ebbero attestato che nessun freno più riconoscevano ai loro arbitrj; onde i popoli che allora cominciavano a domandare delle libertà, sentirono non poterle conseguire che per vie illegali e violente.

La paura di parere ingiusti rende ingiusti molti; ed essa ha dettato finora i suoi giudizj su questo atto: e i documenti sempre nuovi che si producono, attestano che il loro processo non fu istrutto con pienezza. I principi che avevano espulso i Gesuiti quando la pubblica opinione li reputava valenti e santi usarono ogni artifizio per avversargliela, e come gli ebbero denigrati, la insultarono di nuovo ripristinandoli. Che serve dunque addurre l’opinione di papa Ganganelli, le frasi del suo Breve, le condanne dei parlamenti, i decreti dei re di Spagna o di Napoli? Poco andò, e il re di Napoli, il quale aveali fatti cacciare colle bajonette, nel 1804 li richiamò perchè «coll’esemplare contegno potessero apprestare ai sudditi un mezzo pronto, sicuro, spedito a ottenere quanto si riferisce alla pratica delle cristiane virtù»; il re di Spagna nel 1810 li riconoscea «sostegni dei troni, d’incalcolabile vantaggio alla buona educazione, antemurale della religione»; Pio VII nel 1814 li ripristinava come quelli che «per probità di costumi, in tutto conformi alle leggi evangeliche, diffondono il buon odore di Cristo ovunque si trovino, e coi costumi e colla scienza s’affaticano a procurare la salute delle anime, ampliare la religione, ripulire i costumi, ammaestrare la gioventù»; e poichè «n’era richiesto dai prelati e dalle persone illustri d’ogni ordine di quasi tutto l’orbe cristiano», si sarebbe creduto reo di gravissima colpa se ai voti comuni non avesse accondisceso accogliendo l’ajuto salutare che la singolare provvidenza di Dio gli porgeva[91].

Che una generazione deva sempre abbattere gl’idoli della precedente?

CAPITOLO CLXVI. Idee innovatrici. Economisti, filantropi, filosofi.

Chi dice che la gran rivoluzione susseguì alla caduta dei Gesuiti, dunque ne fu l’effetto, dà nel vulgare sofisma del post hoc ergo per hoc: ma il congratularsi che ne fecero i filosofi convince che, sotto quel nome, combatteasi l’autorità, la tradizione, vale a dire il cristianesimo, e che la soddisfazione data dai principi e dai papi, incorò a maggiori ardimenti lo spirito irreligioso. Noi lo dicemmo incarnato in Voltaire, cui teneva dietro uno stuolo di libellisti, romanzieri, epigrammatici, combattenti una faceta guerra, ridenti sulle miserie di questo «ch’è il migliore dei mondi possibili».

Quello scherno perpetuo non trovò grand’eco nell’Italia, più morale, più seria, più affettuosa: e maggiormente vi fu gradito il ginevrino Rousseau, il quale, disgustato da quella negazione d’ogni fede e d’ogni virtù, volea ridestare le simpatie, addurre ad una morale filosofica quei che avevano cessato di sentire ed operare cristianamente; predicava che il cuore non inganna mai, che la natura ha sempre ragione, sempre torto la società, la quale però è correggibile: onde, traviando gli spiriti mentre Voltaire gl’intorpidiva, censurava tutte le istituzioni sociali, fin anco la proprietà; e dava risalto ai contrasti fra le colpe dell’incivilimento e la bontà dello stato naturale, alla cui ripristinazione devono rivolgersi tutti gli sforzi, e all’acquisto d’una libertà illimitata per via della pura ragione e senza tenere calcolo dei fatti e dell’esperienza. Gli uomini, originariamente barbari, costituirono la società mediante un contratto espresso; laonde essa derivando la volontà del popolo, questo è sovrano, e il suo volere è unica base storica e razionale degli istituti. La scolastica ammirazione pei Greci e Latini, e la recente per gli Americani che, scosso il giogo dell’Inghilterra, proclamavano allora i diritti primitivi dell’uomo e del cittadino, fecero prevalere quella dottrina e l’ideale universalità; sicchè immolando l’esperienza e l’autorità, voleasi innovare il mondo secondo canoni prestabiliti, non dipendenti da luogo nè da tempo.

La filosofia sociale pertanto non era più un robusto studio d’associare il progresso politico con quello della società; di conciliare lo Stato antico che assorbiva le individualità, coll’evoluzione spontanea personale della società moderna; ma riduceasi a dire, «Tutto il passato è un male, e deve considerarsi come non avvenuto. Si innovi il mondo sopra canoni filosofici prestabiliti, eguali dappertutto, senza riguardo a storia, a nazionalità, ad abitudini, a sentimenti; per ottenere ciò basta volere, perocchè sono i grand’uomini, i filosofi che mutano le nazioni, e i decreti ottengono quel che si vuole; e perchè i decreti vengano emanati ed eseguiti, occorre che i Governi sieno dispotici, non incagliati da nobiltà, da clero, da corporazioni, da usi antichi». Posti questi termini, la libertà non è più l’indipendenza dell’individuo, ma il potere assoluto, esercitato in nome di tutti; eguaglianza è l’obbedire tutti a quel potere. Non altro fu il liberalismo d’allora.

Tolta l’idea d’un fallo originale e della conseguente espiazione, e le speranze di un paradiso, bisognava all’uomo prepararlo in terra, o fare ch’egli vi si trovasse il meno male. Di qui l’altro aspetto del filosofismo d’allora, la filantropia, diversa dalla carità in quanto faceva il bene non per Dio ma per gli uomini, e perciò facilmente cianciera e millantatrice. Amare l’uomo e aborrire il peccato era stato imposto dal vangelo: la filantropia amava l’uomo ma non aborriva il peccato; dubitava del dovere, dogma fondamentale, senza cui non sopravanza che azione fisica; e praticava quel che un filosofo nostro contemporaneo formolò dicendo, — Ama te stesso sopra ogni cosa, e il prossimo per amor di te». Quindi un parlare universale di moralità, di ragion naturale, di diritti degli uomini, di carceri e giudizj da correggere, di case di lavoro da istituire, di migliorare abitazioni e pratiche agricole, d’estendere l’educazione, di propagare i lumi sulle moltitudini, di cure pel povero popolo, pei poveri contadini, pei poveri malati, per la povera infanzia, pei poveri trovatelli.

Qualunque valore avessero in sè e nell’applicazione questi concetti separati dalla vera loro fonte, ne derivava un’ammirazione piena di speranze; cognizioni sempre nuove, rapidi progressi, espansivo incivilimento; i costumi si addolcivano, gli spiriti si dilatavano, la vita faceasi sempre più facile ed animata; tutti credeansi buoni e capaci, e non vedeano l’ora di mostrare e bontà e potenza.

Continuavano i Governi economici, fondati su usanze tradizionali; le leggi erano motu-proprj; viglietti del principe sospendeano le procedure, cassavano le sentenze, restituivano in integro le ragioni prescritte. Ma que’ despoti patriarcali s’accorsero che la loro missione consisteva nel dilatare la bontà e il benessere; onde si accinsero a migliorare la coltura intellettuale del popolo, rivedere le leggi, coordinare l’amministrazione, favorire il commercio, l’industria, l’agricoltura, svincolare il terreno e le arti, abolire i monopolj e le reliquie della feudalità, sminuire le disuguaglianze delle classi e i privilegi de’ singoli a favore del diritto di tutti. Gaja campagna contro il passato, tutta di frizzi, aneddoti, cene, pastorellerie, sensibilità, chi avrebbe preveduto dovesse riuscire alla sovversione d’ogni ordine? che negato alla società il diritto di mandare un reo al supplizio, si lascerebbe che gl’invasori della società piantassero tante ghigliottine quante la Francia ha città e borgate, quasi a dimostrare indelebilmente come l’uomo, abbandonato che abbia Iddio, non è che abisso di contraddizioni, mostro d’immanità?