Agli appunti dell’invidia rispondeva con nuovi prodigi, e fu gridato principe, e svegliò l’attività. In riconoscenza, allo Zulian suo patrono offrì una Psiche, che poi Napoleone volle per sè e donolla al re di Baviera. La Maddalena non effigiò nella solita peccatrice, voluttuosa più che penitente, ma e colla sobrietà di rilievo e coll’aggruppamento della persona rimosse dalla compunzione ogni profanità. Tacciato di freddezza, lavorò l’Ercole e Lica, il Teseo col Centauro, l’Amore e Psiche, intrecci di caldissima azione. Anche i bassorilievi modella insignemente, nè confonde le ragioni loro con quelle della pittura.

Eppure egli non apriva una strada nuova, ma aspirava ad essere il migliore dell’antica, siccome Vincenzo Monti; e la grazia molle, l’attenuamento dell’espressione, un’eleganza sottile, e la materiale abilità vagheggiava meglio che il sentimento profondo; siccome allora faceano l’Appiani, il Volpato, il Morghen. I marmi antichi attraevano l’ammirazione piuttosto degli scienziati ed archeologi che degli artisti, i quali non pensavano a riprodurre con regole dedotte da essi. Canova il fece, e divulgava le copie greche e romane ingentilite, donde le lodi attribuitegli d’aver rinnovato l’antichità; e come un antico egli fu imitato, cioè secondo un metodo arbitrario e forme convenzionali; gli scolari suoi abjuravano alla propria personalità, non per cercare da esso modelli nuovi, ma per imitare in esso gli antichi, siccome i poeti faceano nel Monti; un’idealità convenzionale, anzichè la natura viva e vera.

Allo scultore men che ad altro artista è data libera scelta di soggetto; e il Canova dovette adulando rappresentare Napoleone da semidio, Ferdinando di Napoli da Minerva, e da muse e divinità le principesse. Bel campo per quelli che vogliono svilire questo maestro, certamente troppo esaltato dai contemporanei: ma a chi in Belvedere mostra quanto alle antiche statue rimangano inferiori la Venere e il Perseo, ch’egli fece per supplire a quelle rapite dal francese conquistatore, non lasceremo inferirne che l’arte nostra sottostia di necessità alla classica, ma che non si può pretenderne pieno il volo quando la si releghi ad imitare.

CAPITOLO CLXXIII. Scienze matematiche e naturali.

La matematica creata da Neuton e Leibniz, penetrò anche in Italia, quantunque sembrasse leso patriotismo l’abbandonare il metodo, col quale i nostri vecchi erano venuti famosi. Il padre Guido Grandi cremonese, buon idraulico, matematico del granduca, ammirato da quei due sommi, dimostrò geometricamente i teoremi ugeniani sulla logistica e la logaritmica, e immaginò certe curve correlative per isciogliere difficili problemi senza il calcolo differenziale. Il conte Giulio Fagnani, canonico di Sinigaglia, tolse pel primo a considerare le differenziali non riducibili alla quadratura delle sezioni coniche, e sta ancora fra i migliori, se non fra i più conosciuti analitici.

A lui Luigi Lagrangia (1736-1813), nato e educato in Torino, esponeva in lettera una serie da esso inventata per le differenziali e integrali di qualunque ordine. Aveva diciott’anni, ed è la sola opera che scrivesse in italiano. A diciannove rispose all’invito di Eulero, che invano cercava un metodo di calcolo, indipendente da qualunque considerazione geometrica; e al teorema di esso intorno ad una nuova proprietà del movimento dei corpi isolati seppe dare una generalità, applicabile a tutti i problemi di meccanica. Eulero proclamò la scoperta del giovane, ponendole il nome di Metodo delle variazioni. Ammirato allora da tutta Europa, Lagrangia continua ad avventurarsi nelle sublimità matematiche; decide controversie fra Leibniz, Bernoulli, Eulero, D’Alembert, Neuton, del quale repudia la teoria delle onde sonore. Direttore all’accademia di Berlino per ventun anno[290], sa cansarsi dalle chiassose dispute e dalla brigosa servilità; e franco e semplice, «filosofo senza strepito» come Federico II il chiamava, costringe l’invidia a rispettarlo, se non vuole onorarlo[291]. Morto quel re, alle Corti di Torino, Firenze, Napoli che il chiedeano, preferì Parigi, ove pubblicò la Meccanica analitica, che egli vivrà accanto ai Principj di Neuton e alle opere d’Eulero. Traversò immune la rivoluzione, poi riordinò la scuola normale e la politecnica. Restituitosi alla geometria di cui era parso disamorarsi, stese la Teorica delle funzioni analitiche, ove, sempre intento a generalizzare i principj, arrivò alla metafisica delle funzioni primitive e derivate, tutto riducendo ad un’investigazione algebrica elementare, rimovendo dall’analisi ogni idea d’infinitesimi, di flussioni, di limiti, e dall’apparato delle soluzioni le complicate costruzioni che nocevano all’eleganza e all’uniformità. E appunto per l’eleganza di forme che associava alla generalità di metodo e all’unità di concetti, fu detto il Racine de’ matematici; e il suo stile rimase classico nell’analisi.

Colle verità dinamiche dato fondamento all’analisi delle forze, le applicò al sistema del mondo; e stabilì i canoni da cui inferire la invariabilità delle distanze medie dei pianeti. Assicurati i metodi d’approssimazione, potè dare una teoria matematica delle ineguaglianze dei satelliti di giove, fin allora conosciute solo empiricamente; variò i modi di calcolare le perturbazioni delle comete, e i movimenti dei nodi e delle inclinazioni delle orbite planetarie. Riconosciuto che il variare dell’eccentricità di giove dee alterare il movimento de’ satelliti, l’applicò alla librazione della luna, complesso di fenomeni singolari scoperti da Cassini, e che egli ricondusse al peso universale, mostrando qual modificazione produssero nella luna le attrazioni della terra nell’atto di solidificarsi, e perchè essa volga si può dire sempre la medesima faccia a noi; determinò la vera teorica dell’equazione secolare di quel satellite, prodotta dal cambiarsi dell’eccentricità dell’orbita della terra in grazia de’ pianeti maggiori. Trovò poi tal equazione secolare non darsi nè in giove, nè in saturno; e infine introdusse nella meccanica celeste la funzione detta perturbatrice, per cui l’analisi relativa a un numero qualunque dei corpi resta semplice, come ne fosse considerato un solo.

Giammai l’analisi matematica non avea raggiunto verità così profondamente avviluppate nelle azioni complesse d’una moltitudine di forze; giammai coll’applicazione di regole inflessibili non si era comprovata la legge di gravitazione che mantiene l’ordine nella varietà; nè così assicurata l’inalterabilità del sistema solare, dove le orbite oscillano attorno ad una posizione media, con corsi e ricorsi, di cui fino ai secoli più remoti le osservazioni dovranno verificare la stabilità.

Con lealtà e limpidezza espone le scoperte precedenti alle sue. Semplice di carattere, poco sensibile di cuore, dalla conversazione e dalla musica facilmente distraevasi per andar alla ricerca di qualche problema. Una sera arrivò al teatro che non anco erano accesi i lumi; e la moglie in broncio dimandando — Or che faremo?» egli rispose: — Che! non si può pensare qui come altrove?» Amò il conversare colle donne e meglio colle più giovani; le baruffe letterarie evitava; spesso usava formole dubitative, ma qualora fosse certo, asseverava, e — Quando lo dico io, è segno che sta così».

Creato l’Istituto di Francia, il primo nome iscrittovi fu questo italiano. Quando i Francesi repubblicani occuparono Torino, al commissario D’Eymar ordinava Talleyrand si presentasse al nonagenario padre di Lagrangia «per felicitarlo d’un figlio che il Piemonte è glorioso d’aver prodotto e la Francia d’aver adottato». Il padre pianse, rammentò che da trentadue anni non lo vedeva, e soggiunse: — Sì, mio figlio è grande al cospetto degli uomini; possa essere altrettanto in faccia a Dio».