§ 3º Origini del latino.

Le primitive lingue italiche traggono interesse quasi unicamente dalla loro connessione colla latina, la quale, per quanta sia l’importanza del greco e degli idiomi asiatici, resta la più meritevole dell’attenzione di chiunque fida negli insegnamenti della storia, come quella (dice Du Méril) che meglio parve opportuna alla tradizione delle idee altrui, e ad iniziare alla scienza del passato; sicchè costituisce quasi un ponte fra l’antico mondo e il nuovo. Lo studio filosofico del latino, risalendo alle sue fonti e accompagnandone gli svolgimenti, dovrebbe dunque essere introduzione allo studio dei suoi monumenti letterarj.

I dubbj sulla origine di esso sono cresciuti da certe metafore incoerenti di lingua madre o lingua figlia. Non volendo qui fare che da storici, ricorderemo come il carmelitano Ogerio[5] voleva dedurre il latino dall’ebraico: frà Paolino di San Bartolomeo[6] e Klaproth[7] dal sanscrito, e in generale dalle lingue orientali; nel che concordano Calmberg[8], Madvig[9], Prasch[10], Jäkel[11]. Vi fu persino chi lo tirò dallo slavo[12]; nè era a credere vi facesse fallo la scuola un tempo di moda dei Celtisti; onde il Funcke pronunciò l’avola della latina lingua essere sconosciuta, madre la celtica, maestra la greca[13]. Oltre i già citati Donaldson e Edelstand Du Méril, abbiamo molte monografie di Tedeschi, fra le quali vogliamo distinguere i saggi di Hertz intorno ai grammatici latini[14].

L’artificio dei ciurmadori consiste nell’offrire un solo aspetto; gli scolari ignoranti e i leggicchianti si lasciano convincere, perchè non sanno che le medesime ragioni appoggiano anche assunti diametralmente opposti. Fatto è che il latino appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee. Perocchè dalle falde dell’Ecla fino alle rive del Gange, una folla di popoli, disgregati gli uni dagli altri per secoli, quai civili, quai barbari, quali oscuri, quali famosi, parlarono e parlano ancora lingue estremamente diverse a prima vista, ma d’incontestabile parentela, giacchè non solo hanno comune un certo numero di radicali, ma la grammatica di ciascuna ha profonde analogie colle grammatiche di tutte le altre, anzi tutte ne formano propriamente una sola. Al sanscrito, che di essa grande famiglia sta in capo, seguono come derivati l’antico e moderno persiano, il greco, il latino con tutti gli idiomi da questo rampollati, italiano, francese, spagnuolo, ecc.; infine gli idiomi germanici, gli slavi, e sino i celtici[15].

Che il latino sia figlio del greco sostennero gli antichi, massime dacchè, coll’imitare gli autori greci, si venne a ravvicinarlo[16]. Ma il vocabolario ha le origini stesse che le tradizioni e la vita d’un popolo, e la lingua non può essergli imposta da una potenza estrania alla sua vita. Molte voci latine derivano dal sanscrito senza passare pel greco; e fin nomi che più tenacemente si conservano perchè più aderenti alla famiglia: onde soror da svasar che in greco è ἀδελφὴ, frater da bhràtar: vidua da vidhavà, che in greco è χήρη: puer da putra: juvenis da juvan: vir da vira, che i Greci dicono παῖς, νεανίας, ἀνήρ.

Nella costruzione grammaticale, al latino vennero dal sanscrito senza intermedio del greco la terminazione in bus del dativo plurale, e in i del genitivo singolare, e quelle in bilis, bundus, brum, viepiù notevoli perchè il b occorreva rarissimo nel latino prisco. Il latino procedendo s’avvicinò al greco, anzichè se ne scostasse: Tirone[17] dice che veteres Romani græcas literas nesciverunt, et rudes græca lingua fuerunt; Festo aggiunge, che nel quinto e sesto secolo storpiavano i nomi ellenici, necdum adsueti græcæ linguæ.

Effettivamente nel latino possono discernersi due elementi; uno originale, uno affine al greco, benchè abbastanza distinto da quello. Massimamente s’accosta al dialetto eolico, con affettazione di accento; onde Dionigi d’Alicarnasso disse che «i Romani parlano lingua nè affatto barbara, nè del tutto greca, la cui maggior parte è dall’eolico»[18]. Asserì alcuno che nel latino derivino dal greco le parole di economia domestica e rurale, non quelle attenenti a guerra e a governo. Sarebbero delle prime bos, vitulus, ovis, aries, e arvigna, agnus, rus, caper, porcus, pullus, canis, ager, silva, aro, sero, vinum, lac, mel, sal, oleum, lana, malum, ficus, glans; oltre forma travolto da μορφή, repo da ἕρπο, specto da σκοπέω: mentre non hanno a fare col greco tela, arma, currus, lorica, scutum, hasta, pilum, ensis, gladius, sagitta, jaculum, clypeus, cassis, balteus, ocrea; nè i termini forensi jus, lis, forum, mutuum, vas, testis; nè rex, populus, plebs[19]; ἄριστος diceano i Greci l’uom migliore, da Ἄρες dio della guerra: optimus lo dicono i Latini, da opes ricchezza. Chi peraltro da ciò volesse, come il Niebuhr, arguire che una popolazione aborigena pacifica vi rimanesse soggiogata da una bellicosa, ricordi che in tutte le lingue indo-europee trovasi somiglianza de’ termini riferentisi alle pacifiche occupazioni, mentre sono più speciali di ciascun popolo quelli di caccia e guerra.

Inoltre l’asserzione del Müller è troppo assoluta, giacchè vitulus (ἴταλος) non si trova che nel dialetto siciliano, ove molte parole italiche introdussero gli Enotri; e vacca, mulus, juvencus, verres non hanno a fare col greco; agnus e aries sono troppo stiracchiati da ἀρνός e da κριός: asinus ed equus poco tengono a ὄνος e ἵππος; e πῶλος nel senso ristretto di pullus è poco antico: mentre invece equus somiglia al sanscrito AÇVA, pecus a PAÇV, ovis ad AVI, canis a ÇVAN, anser a HANSA; e con parole tutt’altro che greche si esprimevano i prodotti dell’agricoltura, ador, avena, cicer, faba, far, fœnum, hordeum, seges, triticum. Nei pochi frammenti rimasti di Epicarmo e Sofrone siciliani s’incontrano altre voci ignote al greco e affini al latino, γέλα gelu, κάρκαρον carcer, κάτινον catinus, πατάνα patina[20].

Ma derivate da ceppo comune, le lingue italiche, col lungo errar de’ popoli, col lasso del tempo, colle mescolanze, si alterarono in modo, che differente parlarono gli Umbri, gli Osci, i Volsci, i Sabini[21]. Noi crediamo che le varie lingue dell’Italia meridionale fossero tutte dialetti d’una sola, ciascuna ritenendo però alcune parole e forme proprie, e tutte contribuirono alcun che alla formazione o trasformazione del latino. Grotefend[22] forse esagerò l’influenza che ebbero in ciò i prischi idiomi italici, massime l’osco; ma, per quanto questo restasse comune, un’altra lingua, che, almeno nella pronunzia, ne differiva assai, dovette contribuire a formare il latino, se in questo vediamo al P degli Oschi e de’ Greci surrogato sì spesso il Q fino in nomi proprj, come ἵππος equus, da ἔπω sequor, da ἦπαρ jecur, da λείπο linquo, da κόπυς coquus, da Ταρπίνιος Tarquinius, ecc. Schwegler[23] persiste nel considerare la lingua latina come mista di due dialetti italici, affini tra loro. Ma i linguisti più sperimentati, qualora una lingua sia presentata come una transizione fra due altre, la riguardano come uno sviluppo organico, anzichè una reale mescolanza. Certo non vi si riscontra l’elemento sabino.

Il latino conservava dalle lingue precedenti alcune flessioni, che riescono anomale nell’organismo suo: così memini, odi, cæpi, novi, di forma pelasgica: il sum e possum di forma ariana: i verbi deponenti e comuni, che forse, negli antichi parlari, precedettero il verbo attivo, non essendo naturale che si inventasse una forma passiva ad esprimere quel che già dava l’attiva. Così perdette l’aoristo, il duale, salvo nei nomi duo, ambo, uterque; perdette il caso locativo, salvo humi, belli, domi, militiæ. Della radice es si perdette la vocale, restando sum, sumus, sunt, invece di esum, esumus, esunt, e la conservò in eram, essem, esse: e sopprimendola affatto in fui, fuisse.