Noi più volentieri consideriamo il latino, non come una miscela di varie lingue italiote[24], contratte, accorciate, addolcite al modo che fanno sempre le più moderne, ma come germogliato, al pari del greco, da altri polloni del tronco indo-europeo; sviluppato diversamente, come succede nelle individualità. La costituzione romana, personeggiata fin nella origine in una banda di fuorusciti di varj paesi, che si cercano mogli in un’altra gente, poi ammettono alla cittadinanza i Sabini, gli Albani, indi i Latini tutti, poi tutti gli Italiani, infine la classe eletta di tutto il mondo, rinnovava di continuo gli elementi civili, ma insieme doveva portare alterazioni nella favella (Μυρίa ὅσα οὔτε ὀμόγλοσσα, οὓτε ομοδίαιτα. Dionigi, i. 7).
Secondo Mommsen, sette alfabeti appajono nelle prische iscrizioni: il greco delle colonie, l’etrusco, il pelasgico, un antico che sta di mezzo fra l’etrusco e il pelasgico, l’umbro, il sabellico, il latino.
Sembra che il primo modo di scrivere de’ Latini fosse quello che intitolano bustrofedon, pel quale, giunti al termine d’una linea da sinistra a dritta, si ripiglia la seguente da dritta a sinistra, a modo del bifolco nello arare. Da ciò chiamavasi versus la linea, e arare, exarare, sulcare lo scrivere.
L’alfabeto latino era mal determinato da principio: si scambiavano le vocali: alcune lettere avevano espressione diversa; altre più d’un valore, come vedremo più avanti: a molte parole finite per vocale si soggiungeva n, d, t (men, allod, marit, per me, alto, mari): le consonanti non si raddoppiavano, bensì talvolta le vocali per esprimere le lunghe, come juus, feelix: le brevi erano spesso fognate nella consonante che le precede, come krus, cante, per carus, canite; e più spesso l’i, come ares, evenat, per aries, eveniat; e le m, n, s, onde Popeju, cosul, cesor, per Pompejus, consul, censor: i dittonghi ei per i, ai per æ sono frequentissimi, come Junoneis, sei, altai. Vuolsi che solo a mezzo il sesto secolo introducessero il g, non avessero il p nè il q, e invece della r usassero la s o il d; tardi certamente furono adoprate le k, y, x, z pei nomi forestieri; invece del b si trova in principio di parola dv e nel mezzo p, come dvellum per bellum, optinvit: la m finale si sopprime spesso, massime quando seguita da nome cominciante per vocale, forse perchè si pronunziava nasalmente come l’on e l’en nel francese e nei dialetti lombardi.
Nelle iscrizioni antiche la L somiglia alla greca, qual faceasi ne’ prischi monumenti cioè V; e che poi si mutò in Λ. Gli Eolj usavano un’aspirazione che indicavano col digamma F: questo non appare mai nell’alfabeto attico: eppure come cifra ha il sesto posto e la significazione di sei (ϛ), poi passò nell’alfabeto latino come f. Segno d’aspirazione era anche la H, ma scompare nei monumenti posteriori; solo rimase come lettera nel latino. Il Q, ignoto ai Greci, deriva dal
coph fenicio, che come cifra numerica era pure usato nella scrittura attica.
Tacito e Quintiliano si accordano nel dire che l’imperatore Claudio aggiunse tre lettere all’alfabeto latino, delle quali sono conosciute il digamma eolico e l’antisigma. Il primo era un F capovolto ed equivaleva a V, per esempio
L’antisigma faceva le veci dello Ψ greco (psi), e scrivevasi ƆC. La terza lettera alcuni pretendono fosse il dittongo AI, che trovasi nella maggior parte delle iscrizioni del tempo d’esso Claudio, come Antoniai, Divai, ma siam certi che era usato molto prima. Altri da un passo di Velio Longo hanno voluto inferire male a proposito, che cotesta lettera servisse solo a raddolcire il suono troppo aspro della R. Secondo altri, dev’essere stata la X; ma da Isidoro (De origin.) impariamo che questa fu usata fin sotto Augusto. Il φ dei Greci, come osserva Quintiliano, ha un suono diverso dal ph dei Latini; dal che alcuni congetturarono che Claudio inventasse una lettera corrispondente al φ greco. Ancora privato, Claudio pubblicò un libro sulla necessità di queste lettere; salito al trono, le impose per legge; ma appena morto lui se ne tralasciò l’uso, sebbene ai tempi di Svetonio e di Tacito comparissero ancora sulle tavole di rame dove si scolpivano i decreti del Senato per pubblicarli (Svetonio, in Claud., IV; Tacito, Ann., XI. 14).