È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite, adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che se il Lombardo pronunzia l’eu, l’u e l’on e l’an nasali a modo francese, e contrae au e al in o, forse è dovuto alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia onza, panza, vittura, fasuli, citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì... per oncia, pancia, vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere, sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche forme lessiche ben più significanti, come mi vegl pa, io non voglio, rispondente affatto al piemontese mi voeuj pa e al milanese mi vuj no, e parallelo al tedesco Ich will nicht; se non che ci si può affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi, migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode pè, crù, conchetto (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].

I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’ varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e nelle prime italiane.

Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi: Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive in zae. E in una carta dei 1153 ap. Giulini: Et hoc vidi per annos octo et plus a terremotu in za, et a decem annis in là. Noi diciamo tal quale anche oggi[200]. Nel Novellino abbiamo che fu condotto ad Ezelino un ollaro cioè pentolajo; e che egli avendo inteso uno laro, cioè un ladro, mandollo alla forca.

Già le carte venete del XII secolo mutano il g in z (verzene, Zorzi)[201]; le bolognesi ci offrono altare sanctæ Luziæ, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano.

Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:

Com fo trahit el nos Signor

E vel dirò cunt grant dolor.

Al temp de quei malvas zudè

Un grand consey-de-Crist se fe

Chel fos trahit et ingannath