§ 21º Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio.

Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’urbanità, di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro paese (fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo; Dante), così avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità, conchiudendo: Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate donata[187].

Agli Urabro-Tusci mancava l’o, e ancora in que’ dialetti sentiamo spesso l’u al luogo dell’o; come in dopo, quattordici, Giorgio, posto: lo che avviene pure in Sicilia.

L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome conservarono i moderni Toscani.

Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere la pronunzia de’ rustici odierni: come combner per convenire: Kapfa per Capua, siccome alcuni proferiscono afdace, aftunno; fi e fia per filius e filia; faka e facat per faciat. Embratùr per imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.

A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora pzein, dla, vgnè, cminzò, cm’un (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il mutare l’e in ei, come oggi in veina, lein, canteina, per vena, lino, cantina.

Festo il nome di famuli deriva dagli Oschi, fra cui servus FAMEL nominabatur; e famei in molti dialetti si dice anche oggi il mandriano. Lo stesso dice che aruscare significa undique pecunias colligere; e ruscà su dicesi ancora in Lombardia per raccogliere d’ogni dove. Lo stesso nota antios per excruciatus; e sarebbe la voce nostra ansioso. Bacar o baccar era un vaso da bere il vino, e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole che Sabinorum lingua, saxa HERNA vocantur, ed ecco l’origine di caverna.

Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri, da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone l’avverte che vi udrà verba parum trita Romæ. A Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt[190]: il che significa che il tosco era ben disforme dal latino.

Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori. Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la favella latina: i Cumani chiesero ut publico latine loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset[192]. Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno a Capua, Terracina, Velletri, obsce et volsce fabulabantur, nam latine nesciunt[193]: e bilingues Brutiates diceansi i Bruzj perchè parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio, e l’adoprarono fin nelle monete.

In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini, Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci, dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret[196].