I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando spegnare, allegrere, parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare, pentere sono in Dante; e in lui e in altri dissono, vedia, sentette, dicette, abbo, ei (ebbi), ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie, vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea; e i participj feruto, falluto, pentuto. Essi participj sono spesso adoprati pel nome: il destinato, il pensato, il gloriato, l’imperiato, i falliti, la finita, per destino, pensiero, gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato, l’arbitrato, il giudicato e simili.

Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come disianza, dolciore e dolzura, perdigione, bellore, increscenza, incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza e dotta, vengiare, issa, grazire, amanza, gelore e gelura, sezzajo, primajo, tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza, acceleranza, tristanza ecc. Smettemmo pure gli affissi in fratel-mo, moglie-ma, casa-ta, signor-so, e il suto dal verbo essere, che sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (è stato portato).

Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate, facendo consonare ora e ventura, destro e presto, lusinga e rimanga, pietate e matre, morte e raccolte, luna e persona, ottima e cima, majesta e gesta;

E men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Che andate pensando sì voi sol tre?

(Dante)

Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è,

Chi sciocco, chi invidiato sempre vive?

(Meo Abbracciavacca).

Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla lingua latina.