Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo i Saggi ladini dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.
§ 20º Illazioni. Sistema della trasformazione.
Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina, qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di essi[181].
Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei. Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam, caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis e frons al femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il fortis, non forcia ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze. Così è di giardino, di gatto. Blanch c’è nello spagnuolo, nel valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi boje, in romancio bojer, in ispagnuolo boja quel che in latino carnifex. In valacco abbiamo inaltzà, bâte, per inalzare e battere; e così citu per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. Mannaja sarebbe nome nuovo, ma nel romancio abbiamo manera, e in dialetti lombardi manerin. Tacio il capitaneus che è già in un papiro del 551 presso il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?
Nel daco romano abbiamo nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù zicë nimic, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano; ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa credere che altrimenti usasse il vulgo[182].
Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi, i nostri preferissero l’uno, come grandis, fames, niger, senior, totus, piuttosto che magnus, esuries, ater, omnis[183]; e così piuttosto di sicut il quomodo[184]; de mane piuttosto di cras; subito piuttosto di cito; penso piuttosto che cogito; e supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri plus che magis; hac hora (ora) che nunc; illa hora (allora) che tunc; ad minus (almeno) che saltem; per hoc (però) che ideo e nam; perfecta mente che perfecte.
Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’ cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli protesi quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; aferesi quando la si toglie, come da rotundo tondo; apocope quando levasi la finale; sincope quando di mezzo alla parola si leva una lettera o una sillaba; onde da rubigine ruggine, da parabola parola, da civitas città, da Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare, Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; epentesi quando s’introduce una lettera nuova, come pietra e fiera in petra, fera; antitesi quando si cangia una lettera, onde diurnus, de mane, hordeum, vestro, radium diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; metatesi quando si muta ordine alle lettere, col che aer, luscinia, super divengono aria, usignuolo, sopra; antifrasi quando alla parola si dà un senso contrario, come da vir bonus, birbone. L’eufonia, cioè la dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse suprema di tutti i cambiamenti.
Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e. ripigliammo palla, di cui i Latini aveano fatto pila, e le terminazioni in osus, ontius, entius, così comuni nei primi cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto nei composti: onde non avemmo struere, ma costruire; non ducere, ma condurre, addurre, produrre; non voco ma convoco, invoco; non clamo, ma declamare; non pingo, ma dipingo.
Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine; il friulano, per esempio, dice, Vos statis in tantis miseriis: oltre quel che riferimmo del sardo.
Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’au in o, non mutare la l in i avanti ad a b c f p, nè lo j in g, nè inserire la i avanti ad e[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso, volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole latine: dece, il libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco, cogitare, manduca, unqua...; e i plurali, campora, ramora, palcora, nomora...; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina, come umeri, triumphi, justo, jurare. Vi scambiavano di lettere, resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena, dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio, fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole, rimore, sanza, neente, Deo, eo; o di generi, le sacramente, la fiore, la mare, l’oblìa, il nojo, il sedio, e in Dante il domando e il velo; e massime dell’articolo lo per il; od eccedevano in quelle desinenze provenzali d’anza, aggio. Talora sono lettere trasposte, come preta, grolia, impretare, grillanda, stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire; o lettere fognate, come in memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato, rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane, stribuire, douto; o aggiunte superfluamente, come triemare, bointà, Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare, puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli, o non ancora assimilate, come adsai, ciptadini, ecceptiamo; o sciolgonsi i dittonghi, come in audire, tesauro, aulente, claudo, pausare, gaudere; o mutasi una delle vocali in consonante, come blasmo, claro, galdio, laldare, aldire. Talora vi appajono sincopi strane: semmana, volno, venno, pensrà, sen (senza), avan’, soven’, ca, foss, fi, fol, nul; quando allungamenti, massime nelle desinenze (partiraggio, rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza e coraggio per pietà e cuore, e tue, mene, quici, mee). Le finali sono spesso viziate (interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno, le porti, febbra, adessa). Talvolta si tace la preposizione (dico voi, grazie voi sia, fa noi grazia) o si pone a sovrabbondanza (in ninferno).