Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche. Queste ci diedero bensì alquante voci, come rubare, bicchiere, fiasco, sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo... ma non un complesso, nè tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso; land che pei Tedeschi è terra, per noi fu un terreno incolto; ross non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; barone divenne sinonimo di paltoniere e birbo; grosso significò tutt’altro che grandezza; volk non indicò popolo ma popolaccio.
Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate, e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico, s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare. Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e pazienza e sapienza dai glottologi.
Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema, diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari negli Scrittori del Trecento.
Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo chiamati Wälschen, nome affine a Walachen, e dai Polacchi Woloch, dai Boemi Wlach. Il fondo del valacco è di parole latine, miste a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come albo, fur, ove, da cui noi serbammo albore, albume, furtiva, ovile; e così ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare. Come usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile, femminile quel de’ frutti, pruni e prune, peri e pere: come in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi, vezzeggiativi: muiierone una donnona; omoiu un omaccione; domicelu signorino; canubin il canino; mariutia, negrutiu, orbetiu, fiiastro; d’onde io argomenterei esistessero già tali alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono queste colonie.
Forma i plurali, non con affiggere la s come altre lingue neolatine, ma col cambiare l’a in e, l’u in i; molti finiscono in uri, come da jugu juguri, da nodu noduri, da fumu fumuri, somiglianti a donora, pratora, campora, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il genere neutro; l’articolo derivò da ille, ma invece di prefiggerlo, il suffigge dicendo parinte-le il parente, domn’ul il donno, omu’l l’uomo; e pel femminile a, ovvero oa se termina in è. Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179], valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: eu, tu, elea; nei, voi, ei; così nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu, tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot, totu; e gli avverbj che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma, giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte. Il superlativo e comparativo forma alla francese; maí bon, cel maí bon, che del resto non è insolito ai Latini (magis dives ecc.). I numerali ha identici ai nostri fin al cento, che dicesi sata come nel sanscrito. I verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei dialetti dell’alta Italia, in à, è, e muta, ì; e sono preceduti sempre dall’a, come gl’inglesi dal to; per es. a cantà cantare. Perdettero il futuro semplice, supplendovi con voiire volere, ma conservarono il trapassato: eu avusem, io avea veduto. Pel passivo fanno eu me vedu, io sono visto; el se vede, egli è visto; affiggono i pronomi come noi: dami, dai, dali, per dammi, dagli, danne[180].
La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana: semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso all’ablativo latino, come pulvere, sore (sole), munte, margine, facie, vale (valle), morte, langore.
Frequentissimi i participj in utu, avutu, credutu, crescutu, conosciutu, implutu, battutu, alcuni de’ quali non si hanno in latino (batuto), altri assai differenti (cognitus, cretus) mentre in italiano son eguali.
Hanno bolta, usia (uscio e volta), stala, cucina, supa, sala, sappa, vechiu, rosiu (rosso), verde, fiastra, sora (suora), caldura, ochi, urechi, voja (voglia), ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare, inaltiare, manciare (mangiare), tocare, repansare, adunare, lasare, jocare... che sono molto piu simili all’italiano che al latino scritto.
È rara nel latino la terminazione in esco, mentre noi abbiamo conosco, patisco, nutrisco, ardisco, ecc., e così nel valacco nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco.
Anche nel moldavo oggi si dice porta, bove, vacca, leo, lupe, volp, urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur (oro), fier (ferro), plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba, sordisce, vulture, magine, ciudad, alterazioni ben facili di domine, fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas; e i verbi cresk, floresk, nesk, schio, per cresco, floresco, nascor, scio.