Nella generazione precedente alla nostra, la Germania si afforzava di studj robusti, e colla filologia accoppiando la critica indipendente e profonda, sentivasi chiamata mediatrice fra le età più lontane e le nostre. Dopo Lessing e Voss più non si vollero tollerare quelle parole indefinite, quelle idee vaghe, comprese soltanto per metà; le osservazioni superficiali cedettero alle positive; si volle ne’ classici interpretare quel che essi accennavano appena supponendolo conosciuto, e penetrare nella vita intima, nelle idee religiose, nelle forme più minute del governo, come si farebbe con gente divisa soltanto per ispazio non per tempo: le grandi esperienze dei moderni soccorrevano a rialzare il velo che copriva l’enigma antico.
Più ardita mano portò nei santuarj della romana Vesta il danese Giacomo Niebuhr. Studiosissimo dell’antichità, adoprato in impieghi dalla Prussia, ch’ebbe sempre l’arte di non mostrarsi gelosa de’ gagliardi pensatori, arrestò l’attenzione sopra la storia romana; e sceveratosi affatto dalle opere moderne per aspirare pieno l’alito degli antichi, indipendente nelle opinioni, indefesso nelle indagini, immaginoso nelle ristaurazioni, rifabbricò l’antica città con tentamento sempre ardito, se non sempre fortunato. Pubblicava egli la prima parte della sua Römische Geschichte nel 1812; e dopo che la guerra delle nazioni cessò di tenere occupata la sua penna e il suo tempo nell’incitare l’amor dell’indipendenza, venne spedito in Italia perchè trattasse colla santa Sede, o forse per allontanarlo da un paese, a’ cui principi cominciava a fare ombra quell’ardore patriotico, di cui tanto aveano prima fatto profitto. Qui ricevette l’ispirazione che nessun libro può dare, quella dei luoghi, ed ebbe la fortuna di scoprire nell’archivio capitolare di Verona, o, dirò meglio, pubblicare gli Istituti di Gajo, al tempo stesso che uscivano in luce Lido De magistratibus reipublicæ romanæ, i libri della Repubblica di Cicerone, i frammenti di Frontone. Nuova messe si offriva dunque alle sue indagini; ed egli rifuse il proprio lavoro, portandolo da due a tre volumi (Roma 1824), cambiando anzi affatto il modo di vedere intorno ai prischi abitanti della città eterna. In una terza edizione poi lo riformò di nuovo in molte parti, e principalmente quanto all’origine dei Luceri, che più non tenne come Etruschi.
Certamente allorchè egli rintegra a suo senno una iscrizione, di cui non rimasero che pochi frammenti, e vuole indurne un fatto nuovo; quando trova che Cicerone o Livio errarono nel capire la costituzione del loro proprio paese, e suggerisce il come dovevano intenderla; quando vi pianta le asserzioni più nuove colla formola tutti sanno, o nessuno ignora; quando v’incontrate in modi sul fare di questi: Erodoto in un momento di cattiva ispirazione giudica che...; — Questo avrebbe dovuto dire la tradizione: — Gajo fallò nello scrivere a tal modo, e doveva scrivere al tal altro; — Son io che fo fare a Camillo questa preghiera nel tempio; ma è certo che ciò è secondo lo spirito della tradizione; — Nessuno storico parla di siffatto assegnamento, ma era indispensabile...; voi domandate a voi stessi se forse non sia meglio che un paradosso da sofista questo spingere le avventate ipotesi, e con frammenti sconnessi distruggere ciò che altri ha posto in sodo. Quando poi abbracciate il complesso, non sapete indurvi a credere ad una costituzione, non solo contraddittoria all’indole dell’antichità, ma, per confessione dell’autore, contraria ad ogni analogia nella storia.
Pure la sconfinata sua erudizione, la felicità con cui ripristina od emenda passi di cento autori, la franchezza onde passeggia sul suo campo, e raffronta le antiche colle istituzioni moderne più minute e complicate, la convinzione infine che egli reca nelle sue ricerche, sin talora a pregarvi di credergli sebbene nol provi, soltanto perchè egli n’è intimamente persuaso, v’inducono a rispettarlo anche là dove da lui dissentite, anche là dove vi pare si contraddica, anche là dove (ciò che troppo spesso gli avviene) s’avvolge in un linguaggio oscuro e sibillino. Egli scriveva a Lerminier: — Quel che m’importa soprattutto di vedere riconosciuto, si è che la mia cura è di comunicare ai lettori la persuasione di cui sono penetrato io stesso. Il libro dee da se medesimo convincere chi se ne occupa di buona fede. Non v’ha parola che non sia posta colla possibile esattezza onde esprimere una maniera di vedere o una convinzione mia. Sarebbe il sommo dell’ingiustizia l’attribuirmi la smania de’ paradossi».
Singolarmente meritano riguardo le sue riflessioni sull’Italia primitiva, sulle famiglie patrizie e le curie, sul Comune e le tribù plebee, sulle centurie e la costituzione di Servio Tullio, e sui nexi. Suppone che le favole de’ primi tempi nascessero dalle nenie onde si celebravano i morti, e dai canti che dicemmo usarsi nei banchetti; talchè le prime avventure di Roma sarebbero o canti isolati o epopee. La storia di Romolo costituisce da sè un poema; brevi canzoni separate si riferiscono a Numa; un altro poema comprende Tullo Ostilio, gli Orazj, la ruina d’Alba; la storia d’Anco Marzio non dà sentore di poesia, ma con Tarquinio Prisco comincia un altro poema, che finisce alla battaglia affatto omerica del lago Regillo, poema più grandioso di quanto Roma abbia mai più immaginato, e che non è ristretto all’omerica unità, ma piuttosto corrisponde alla varietà dei Niebelunghi, cioè del gran poema della primitiva Germania, scoperto anch’esso a’ nostri giorni.
Conobbe egli il Vico? Egli concorda con questo nel considerare poetica la natura della storia romana, paragonarla alle più antiche, e rischiararla con le moderne. Entrambi videro la città fin dall’origine ripartita in due classi, patroni e clienti; ma in questi il Vico scorge subito l’origine della plebe romana, mentre il Niebuhr non la fa nascere se non quando Anco aggrega i vinti alla polizia di Roma. In Servio notano entrambi un progresso de’ plebei verso l’equità civile: ma il Vico trova concesso loro soltanto il diritto naturale o il bonitario possesso dei campi, pagando un annuo censo, e obbligandosi a servire nell’esercito; mentre il Niebuhr, oltre la conferma del dominio quiritario, fa concesso a loro il suffragio ne’ pubblici affari, quindi un censo pubblico, e soldo dato ai guerrieri. Il Vico poi mette principalissimo fondamento del suo sistema storico la religione degli auspizj, mentre il Niebuhr non ne tocca tampoco; e questa è forse la ragione che più vaglia per quelli che asseriscono non avere il Danese conosciuto il nostro pensatore, del quale mai non fa cenno.
Guglielmo Schlegel, negli Jahrbücher von Heidelberg, 1816, Nº 53, entrò quasi a piè pari nell’opinione del Niebuhr, sebbene in alcune particolarità lo confuti, e massime neghi che i poemi cantati ai conviti potessero essere epici, supponendoli soltanto canzoni brevi e sconnesse, quali convenivano ai Latini, diseredati del genio epico della Grecia. Staccossi invece affatto dal Niebuhr Nicolò Wachsmuth nella Aeltere Geschichte des römischen Staats, pure combattendo Tito Livio e le scolastiche opinioni.
Carlo Peter continuò la storia del Niebuhr dal punto ove questo l’avea lasciata in tronco. Fiedler sostiene che molti documenti scamparono dall’incendio gallico; ed anche altre città ne conservarono, quantunque i più antichi storici non se ne valessero. Più ameno il francese Michelet, nella Histoire romaine profittò di tutti i precedenti, come il mostrano le copiose note di cui la arricchì; mentre nel testo espone i risultamenti della critica, volendo fare una storia, non una dissertazione. Seguace, non ligio del Niebuhr sul principio, ha sopra questo (oltre il metodo e l’esposizione) l’avvantaggio di considerare intera la vita di quel popolo, non le origini soltanto. Distingue egli nella civiltà romana tre età: l’italiana fino a Catone; la greca, cominciata cogli Scipioni, e che produce il secolo d’Augusto in letteratura, e di Marco Aurelio in filosofia; l’orientale, che vince i vincitori dell’Oriente. Quanto alla storia politica, nella prima epoca la città si forma col pareggiamento e la mistione dei due popoli, patrizio e plebeo, fino al 350; nella seconda si forma l’impero colla conquista e l’ammissione degli stranieri; poi dopo la guerra Sociale, la città è aperta a tutti i popoli.
Fu pubblicato a Londra An inquiry into the credibility of the early roman history, 1855, vol. II, di Giorgio Lewis Conwall cancelliere dello Scacchiere della regina d’Inghilterra, ove si sostiene che quasi nulla sappiamo delle cose romane prima dell’invasione di Pirro. Invece Gerlach e Bachofen (die Geschichte der Römer, Basilea 1851) sostengono la verità de’ primi fatti romani.
Vedasi pure H. Taine, Essai sur Tite Live; saggio premiato dall’Accademia Francese nel 1856.