Ogni Romano libero aveva tre nomi, prænomen, nomen, cognomen; alcuni v’aggiungeano l’agnomen. A tale attribuzione s’innesta una delle quistioni più controverse fra gli archeologi e i giurisperiti, che cosa s’intendesse per gens e gentilis. Cicerone, nelle Topica, VI, volendo dare un esempio della definizione, adduce questa: «Gentìli sono coloro che hanno lo stesso nome; non basta: che sono d’origine ingenua; non basta: de’ cui ascendenti nessuno fu in servitù; manca ancora qualcosa: che non furono diminuiti del capo; tanto forse basta, nè altro vedo v’abbia aggiunto Scevola pontefice». Il luogo degli Istituti di Cajo, ove la quistione era trattata, manca: sicchè molti sistemi si formarono sopra tal punto.
Credono alcuni che ciascuna gente si dividesse in stirpi, e le varie stirpi in famiglie, con un nome comune per tutta la gente, un agnome per ciascuna stirpe, un cognome per ciascuna famiglia: agnati sarebbero i membri della stessa famiglia o stirpe; gentili gli altri. Secondo alcuni, gli agnati si fermerebbero al decimo grado; più in là sarebbero gentili. Altri fermano gli agnati ai collaterali, provenienti da avo o da padre comune, e dalla loro discendenza; e gentili chiamano i collaterali, provenienti da bisavoli, trisavoli, o altri ascendenti più remoti. Distinzioni arbitrarie, e tanto più il supporre che la gente si componga di famiglie, fra cui il nome comune indica comune origine, sebbene lontana a segno, che fra i membri non si potrebbero provare legami civili d’agnazione.
Il Niebuhr farebbe la gente un’aggregazione politica di famiglie patrizie, senza legami di sangue o di podestà patria, bensì consociati sopra una divisione territoriale della città, per esempio un quartiere, con nome e riti comuni, e partecipazione complessiva alle funzioni politiche della città. Non sarebbe stata propria che de’ nobili: pure il Niebuhr è costretto riconoscere che i clienti e i liberti facevano parte della gente; e vi erano genti plebee, come la Popilia, la Elia ed altre, fra cui non compajono cotesti legami politici.
Certo i Romani all’espressione di gente affissero l’idea d’una derivazione comune: ma tale derivazione poteva essere o naturale o civile. Nella convivenza civile o naturale de’ Romani voglionsi distinguere, 1º la famiglia, a cui corrisponde l’agnazione; 2º la gente, a cui corrisponde la gentilità; 3º la cognazione.
La famiglia ha luogo per tutti i cittadini, patrizj siano o plebei, di razza ingenua o liberti: fondasi sopra una base affatto civile, qual è la podestà paterna o maritale, che tutti congiunge sotto un capo comune, qual è il capostipite se fosse ancora vivo.
La gente non abbraccia tutti, ma quei soli che stettero sempre liberi, e i cui ascendenti non furono mai in servitù nè in clientela, e perciò tessono la propria genealogia di generazione in generazione; mentre quelli, un cui ascendente fu cliente o schiavo, devono la loro generazione civile alla stirpe di cui assunsero il nome e i riti. Adunque i membri delle famiglie sempre ingenue sono fra loro agnati e gentili: inoltre sono gentili de’ membri di tutte le famiglie di clienti annesse alla loro gente, o di quelle prodotte dalla famiglia loro mediante l’emancipazione. Questi ultimi hanno dei gentili, ma essi non sono gentili di nessuno: portano il nome e partecipano ai riti della gente cui si attaccano o da cui emanano; possono essere deposti nel sepolcro di quella gente; ma non hanno la qualità di gentili, nè i diritti di eredità e di tutela annessi a tale qualità. In siffatta ipotesi regge la definizione di Cicerone, mentre cade in quella del Niebuhr.
La cognazione, al pari che la famiglia, ha luogo indistintamente per tutti i cittadini, esprimendo il legame fra persone unite per sangue naturalmente, o che la legge reputa tali. Perciò ogni membro della famiglia è pur membro della cognazione; membro anche della gentilità, se trattasi di famiglia perpetuamente ingenua. Laonde tutti gli agnati sono anche cognati fra loro; e nel caso di famiglie sempre ingenue, tutti gli agnati sono anche gentili e cognati fra loro; oltre che son gentili di tutti i membri delle famiglie derivate dalla loro gente.
Ciò condusse alcuni nella falsa credenza che la famiglia e la gente fossero una cosa sola; siccome fece il Vico, al quale rimase sconosciuto il carattere speciale e civile di tale istituzione (De constantia philologiæ, tom. III. p. 198, 279: De uno universi juris principio et fine, tom. III. p. 58-107, ediz. dei classici). Erra egli egualmente nel supporre che la gentilità non si perde da chi esce dalla famiglia per adozione: il che ripugna e col senso del diritto civile romano, e colla definizione suddetta di Cicerone. Perocchè ogni membro escluso dalla famiglia cessa d’essere agnato; cessa pure d’essere gentile se trattasi di famiglia gentilizia; ma non cessa di essere cognato di quelli cui è legato per sangue, atteso che l’agnazione e la gentilità sono legami civili, mentre la cognazione è legame naturale.
Adunque la gente, nelle varie agnazioni ond’è composta o che ne dipendono, comprende: 1º la famiglia o agnazione, d’origine perfettamente ingenua; 2º in posizione subordinata, le famiglie o agnazioni plebee dei clienti, le quali fra loro nella famiglia rispettiva sono agnati e cognati, ma tutti hanno per gentili i membri della gente superiore di cui portano il nome; 3º al di sotto ancora le famiglie o agnazioni ingenue adesso, ma che provengono da un’emancipazione operata dalla gente. Se di molta oscurità è involto il legame della clientela, non è meraviglia, giacchè su questo privilegio patrizio pochi documenti rimangono, e cessò presto, mentre durarono sempre la schiavitù e l’emancipazione.
Come dunque l’agnazione è fondata sopra un legame comune di podestà patria o maritale, così la gentilità fondasi sopra un legame di patronato, comunque antico; e l’una e l’altra portano comunanza di nome e di riti, mentre la cognazione si deduce soltanto dai vincoli del sangue; quelle sono legame civile e religioso, questa è di mero diritto naturale.