La gentilità in conseguenza rimane ristretta a quelle poche famiglie che in nessun tempo trovaronsi sotto patronato nè in servitù. In origine non furono tali che i patrizj; ma poi s’introdussero nella città stirpi plebee, le quali non erano state sottomesse alla clientela dei patrizj, come soleano i primitivi plebei; poi, come dicemmo, la clientela andò in dileguo, mentre rimasero la schiavitù e l’emancipazione. Le famiglie plebee poterono dunque costituire genti, col diritto di gentilità, non relativo a clienti che mai non ebbero, ma ai membri delle famiglie derivate da loro per l’affrancazione. E di fatto Cicerone, nella definizione a cui ci appoggiamo, non mette per condizione della gentilità il patriziato.

Da tutto ciò s’inferisce che il titolo e i diritti di gentile spettavano soltanto ai membri della famiglia patrizia del patrono, o della famiglia che essa affrancava, riguardo a quelli della famiglia de’ clienti o de’ liberti. Gentile indicava chi apparteneva ad una stirpe primitiva, con genealogia, propria e sempre ingenua. Il diritto di gentilità sparve di buon’ora: Cicerone già lo diceva raro; Gajo lo dà come disusato (III. 17). E la ragione è chiara, poichè la clientela rimase tolta dall’uguagliamento de’ plebei co’ patrizj: quanto alle emancipazioni, moltiplicandosi all’infinito la successione delle razze, le affrancate ne affrancavano altre; che generavano altre famiglie, considerantisi di maggiore ingenuità quant’era più lontano il tempo del loro affrancamento; per modo che dovettero smarrirsi le traccie della gentilità; si moltiplicavano ed appuravano le famiglie secondarie, mentre nelle successive perdeansi le famiglie primitive. Il diritto di gentilità sopravvisse solo in alcune famiglie poderose, che mettevano onore e interesse nella loro genealogia. Ma mentre i giureconsulti e gli eruditi discordavano intorno a siffatta istituzione, il popolo ne conservò il vero senso nelle voci di gentile, gentilizio, gentiluomo, e ne’ corrispondenti che negl’idiomi diversi esprimono una persona di buona estrazione, di puro sangue.


Tornando alle particolarità dei nomi, il prenome indicava l’individuo, come i nostri di battesimo; e davasi al bambino nove giorni dopo la nascita. I prenomi arrivavano appena alla trentina; alcuni erano prediletti in certe famiglie, e aveano da principio qualche significato. Noi gli esibiamo colle etimologie, comecchè spesso forzate, de’ grammatici:

Agrippa da ægre partus, nato con difficoltà.

Appius, variazione di actius, indicava qualche azione particolare: era proprio d’un ramo di casa Claudia, che si estinse colla repubblica: dappoi diventò nome di famiglia.

Aulus da alere, consacrato agli Dei alimentatori.

Cœso da cœdere, tratto dal seno materno con un taglio.

Cajus o Gajus da gaudium, gioja de’ genitori.

Cnæus da nævus, neo, macchia sulla pelle.