Nemo me lacrumeis decoret, nec funera fletu
Facsit. Quur? volito vivo’ per ora virûm[28].
Il latino, ch’era rauco e incolto nel carme Saliare, in Ennio risuona breve e marziale: malgrado il fare arcaico, questi poeti erano studiati nel secolo d’oro della lingua, come da noi i Trecentisti, sebbene Orazio non avesse per essi che disprezzo iracondo. Noi (qui non accogliendoli che come documenti storici) vi scorgiamo come allora si vacillasse nell’uso di certe lettere:
E per a (defetiscor, edor), per i (Menerva, magester, amecus), per o (hemo, peposci);
I per a (bacchinal, beneficere), per e (luciscit, quatinus, consiptum), per o (quicum, abs quivis);
EI per i lungo (inveisa, ameiserunt);
O per au (coda, plostrum, clostrum), per e (advorsum, voster), per i (agnotus, olli), per u (folmen, fonus), principalmente quando segue al v (volgus, vivont, servom);
U per e (dicundum, legundum), per i (existumo, dissupo, optumus), per o (adulescens, fruns, epistula).
AI per æ, AU per o, Œ per i o per u (triviai, caudex, poplœ);
B per v, e viceversa (ferbeo, amavile, vibus);