C per g, qu, x (macistratus, cotidie, facit per faxit);

S per r e x (esit, arbos, nugas);

D per l e r (dacrume, medidies);

F per l’aspirazione h (fostis, fircus);

M per s, e viceversa (prorsum, domus), ecc.

Talvolta si sopprime qualche vocale nel mezzo[29] o in fine di parola[30]: ed anche intere sillabe[31], mentre in altre occasioni si appicciano lettere e sillabe[32].

Molte voci offendono, che poi furono abbandonate dai classici[33].

Altre portavano significato differente da quel ch’ebbero poi; arrhabo per arra o caparra; caudex per un imbecille, come noi diciamo ceppo; flagitium per flagitatio; heres per proprietario; hostis per straniero; labor per malattia; nugæ per nenia; usus per opus...; o vi diedero terminazione diversa.

Adoprarono al singolare parecchi nomi, usati poscia unicamente in plurale (mœne per mœnia); formarono diminutivi, che poi disparvero (digitulus, diecula); declinarono sul terzo modello varj nomi, relegati poi al primo (angustitas, concorditas, differitas, impigritas, indulgitas, opulentitas, pestilitas, tristitas); e così dissero autumnitas, amicities, avarities, luxuries, duritudo, ineptitudo, miseritudo, mœstitudo. Mettevano nomi in generi diversi, come gladium, nasum, collus: servivano ai due generi agnus, lupus, porcus: ærarium, ætas, grando, guttur, murmur, frons, stirps, lux, crux, calx, silex furono concordati col mascolino; finis, præsepe, metus col femminino; col neutro sexus: deliquio, emenda erano neutri con questa terminazione inusata; così dicevasi similitas e similitudo, vicissitas e vicissitudo, dulcitas e dulcedo, claritas e claritudo, inania e inanitas, cupedia e cupiditas, largitas e largitio; ed anche artua e raptio per artus e raptus. Si declinavano come della seconda genum, cornum, gelum ecc.; nella prima il genitivo termina spesso in ai o as alla greca; nella seconda finisce in semplice i il genitivo dei nomi in ius e ium, aggiungesi un e al vocativo dei nomi in r (puere); il genitivo plurale spesso contraesi in ûm; gli accusativi e dativi della terza si terminano in im o em, i od e; si fa il nominativo plurale in is, il genitivo in um o ium. La quarta scambiasi sovente colla seconda declinazione; se ne fa il genitivo uis (domuis, exercituis), e levasi l’i del dativo (anu). Nella quinta il genitivo non si discerne dal nominativo, e si toglie l’i dal dativo (facie per faciei).

Si abusava di termini greci[34] e di composizione di parole che parvero mostruose ai contemporanei di Augusto[35].