Non indico i nomi scherzevolmente formati per onomatopeja da Plauto ed altri, bilsbare, pubulicottabi, buttubata, taxlas.

Più libera andava la formazione degli aggettivi, declinati spesso differentemente[36]; talora anche intesi diversamente da quel che usò dappoi[37].

Alter, solus, nullus e loro conformi non cadevano al genitivo in ius e al dativo in i: celer in neutro faceva celerum; dicevasi gnarures per gnari, gracila per gracilis, hilarus per hilaris, utibilis per utilis, munificior per munificentior, spurcificus per spurcus, tentus per extentus. Così ipsus per ipse, ipsipsus per ille ipse, qui e quips per quis, ips per is, cujatis per cujus, em e im per eum, emem per eundem; hic, hæc, isthæc per hi, hæ, hæc; hisce per his, quojus per cujus, vopte per vos ipsi, me per mihi, sum, sam, sas, sos per suum, suam, suas, suos; ibus per iis ecc.

Molti verbi, consueti in quelle prische scritture, furono repudiati dall’uso, ritenuto arbitro supremo del parlare tanto da Orazio come da Quintiliano[38].

Alcuni vennero usurpati in altro senso, o sotto forme e cadenze che poi deposero quando la conjugazione restò fissata; come corporare far morire, decollare privare, grassare andare e adulare, innubere mutarsi da luogo a luogo, latrocinari militare. Usavano attivamente alcuni che in appresso si ritennero solo al deponente[39], e di rimpatto usavansi come deponenti adjutor, bellor, certor, consecror, copulor, emungor, punior, sacrificor, spolior. Diversamente dai moderni terminavano accepto per accipio, augifico per augeo, blatio per blatero, congrueo per congruo, viveo, diceo, duo per do, creduo, perduo, moriri, scalpurire per scalpere. Diceano poi estur per editur; facitur per fit; osus sum per odi; potestur, posetur e poteratur; donunt per dant; nequinunt, soliunt per nequeunt, solent; ferinunt, prodinunt, scibam, capsi per cepi; descendidi, exposivi, loquitatus, morsi per momordi; parsi, sapivi, soluerim per peperci, sapui, solitus sum. Il futuro della terza e quarta conjugazione usciva talora in ebo e ibo, onde Plauto disse scibo: così gl’imperativi duce, face, dice; e siem, volam, edim per sim, velim, edam; faxo e faxim per faciam, axim per egerim, passum per pansum, sustollere per auferre, ecc. Al passivo infinito aggiungevano talvolta er, come il dicier che neppure spiacque a Persio; dixe per dixisse che è in Varrone. Un’iscrizione presso il Lanzi porta FERONIA STATETIO DEDE.

Nè minor divario correva negli avverbj[40] e nelle preposizioni; dove am per circum, apor per apud, ar e ab per ad, af per a, se per sine, endo per in; e più nelle frasi che se ne formavano[41].

De’ quali modi si dilettarono anche taluni d’età migliore, specialmente Catullo e Sallustio, affettanti l’arcaismo, che è un’altra delle forme della decadenza.

§ 6º L’età dell’oro e dell’argento.

Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito dalle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della repubblica aveva acquistato nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza degna del popolo re; e dalle conquiste fu portato sin all’estremità dell’Europa e dell’Oriente.

Eppure Cicerone collocava il miglior parlare ai tempi di Scipione e Lelio, lamentandosi che in Roma fossero accorsi tanti che parlavano scorretto; e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udire quella vecchia loquela incorrotta, che gli rammentava Plauto e Nevio: appunto come noi in qualche vecchia fiorentina o in qualche montanaro pistojese crediamo udire Giovan Villani o il Firenzuola.