Via via si andò declinando sotto gl’imperatori. La lingua accettò dall’adulazione parole inaudite alla prisca semplicità; e se non bastarono i titoli di cœlestis e divinus, fin cœlestissimus si volle dire, e sacre si chiamarono le occupazioni del principe, e majestas la sua persona, innanzi alla quale l’uomo cercò quasi annichilarsi, non parlando più di sè ma della sua parvitas, mediocritas, sedulitas. I quali nomi astratti, sostituiti all’aggettivo concreto, sono un carattere di decadenza che vediamo ognor più dilatarsi nelle scritture odierne, ad imitazione dei Francesi dicendo il pauperismo, le notabilità, le capacità, il commercio, il brigantaggio, ecc.
A ribocco furono allora introdotti i modi greci[42]; s’accomunarono alla prosa traslati affatto poetici: e prœmia per spolia, limen belli, claudæ naves, moriens libertas, exedere rempublicam, laudare annis leggiamo in Tacito.
Mentre poi da una parte s’affettava l’arcaismo, dall’altra si foggiavano voci nuove, o vi si attribuiva senso diverso, terminazione variata, alterata costruzione[43]. Mutarono o estesero il proprio senso ægritudo per malattia, advocatio per dilazione, fiscus, famosus per celebre, ingenium applicato a cose inanimi, avus per atavus, gener per marito della vedova del figlio[44], subaudire per sottintendere, decollare per decapitare, imputare per chiedere ci si tenga conto d’alcuna cosa come d’un favore, studere assoluto.
Variaronsi le terminazioni[45]; costruzioni alterate piacquero[46]. Dalle provincie, massime dalla Spagna, venivano alla metropoli elementi ed esempj di guasto; Seneca stesso, gran corruttore, lagnavasi fosse disimparato il parlare latino[47], altrove[48] dice che molte voci erano cadute in disuso, come asilo, che Plinio già chiamava tavano[49]; e deride coloro che prediligevano solo parole viete, mentre altri non soffrivano se non le più divulgate, guastando e vituperando così la favella col seguir l’uso particolare[50]. A. Gellio[51] si duole che ai giorni suoi le parole latine, dal senso ingenuo, fossero passate ad altro o simile o diverso; per abuso od ignoranza di chi le adoperava senza averne appreso il significato. Quintiliano[52] distingue le parole in latine e peregrine, così chiamando quelle che ex omnibus prope dixerim gentibus vennero; e cita rheda e petoritum derivati dai Galli, mappa dai Cartaginesi, gurdos dagli Spagnuoli.
§ 7º La lingua scritta e la lingua parlata: la lingua rustica.
Tutto ciò si riferisce alla lingua degli scrittori. Ma v’è paese dove si scriva appunto la lingua che si parla? Che i Romani usualmente adoprassero la sintassi artifiziosa che troviamo in Livio o in Cicerone, ci vieta di crederlo, primo, il conoscere come i Greci, maestri dei Latini, scrivessero semplicemente e disponessero le parti del discorso alla schietta, anche coloro che facevano studio speciale dello scrivere, cioè i retori. Cresciuti in repubblichette, sublimi nella loro piccolezza, piene di attività, governate a popolo, a questo voleano piacere coll’arte del bello, del cui sentimento ebbe dono specialissimo la Grecia.
I Romani invece ebbero assai di buon’ora l’orgoglio del dominio, s’intitolarono rerum dominos, gentemque togatam, e come i Greci l’originalità e il limpido gusto, così essi ebbero propria la maestà, della quale ai Greci mancava sin la parola. Lo scrivere per essi era uno squisito piacere, procurato all’intelligenza delle persone colte, cioè dei signori, o di quella porzione di cittadini che poteano esercitare la pienezza de’ diritti civili. I bei parlatori aveano forbito la lingua col delectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia, rimovendo le parole troppo usuali od aspre, per attenersi alle dolci, tornite, numerose.
Facile era cadere nella gonfiezza; nè di questa si tennero mondi i sommi autori. È proverbiale l’esse videatur di Cicerone; il quale, ne’ libri retorici, si dilata sul modo di formare i periodi, sulle varie cadenze col giambo o col trocheo; e racconta con che meraviglia il popolo accoglieva certi periodi, fino a prorompere in applausi.
Per poco che uno abbia familiarità coi classici, gli si fa evidente la differenza che corre fra gli oratori e in generale i prosatori d’arte, e quelli semplici, come Cesare negli aurei commentarj, o Cicerone stesso nelle epistole, e più in quelle che a lui dirigevano gli amici e familiari suoi.
Lo scrivere tramandatoci dai classici era dunque ben discosto da quello che appellavano quotidianum sermonem, quo cum amicis, conjugibus, liberis, servisque loquimur. Talora quella favella senza grammatica traforavasi nelle scritture: onde Cecilio ebbe ad avvertire cento generi di solecismi, ad evitarsi da chi volesse scrivere corretto[53]; di Curione si disse che favellava latino non pessimamente, condotto dalla sola domestica usanza, e benchè affatto di lettere digiuno[54]; Tullio vuole l’oratore parli latinamente, il che apprenderà colle lettere e colle scuole elementari[55]; A. Gellio avverte che, quei che chiamansi barbarismi, non dai Barbari vengono, ma da locuzioni del vulgo: quod nunc autem barbare quemque loqui dicimus, id vitium sermonis non barbarum esse, sed rusticum; et cum eo vitio loquentes, rustica loqui dictitabant[56]; e sant’Agostino cita alcuni modi vulgari e poco latini[57].