I grammatici con Fortunaziano insegnavano che longioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti come inaurare, aggregare, apparere, extinguere, obserare, exprimere, non i loro semplici, i quali però dovettero restare nella lingua del popolo. Anellus e scutella abbiamo in Cicerone, adjutare in Pacuvio, minacias, agnellus e bucca in Plauto, in Lucrezio bene sæpe, come bene impudentem in Cicerone[58]; bellus e russus in Catullo, e russata era una delle fazioni del circo; caballus in Orazio; casa in Apulejo; bellissimum in Terenzio; adjutus in Macrobio; campsare per cansare è in Ennio; cooperculum in Plinio il vecchio; nel glossario d’Isidoro campsat, flectit; santra, apocope d’Alessandra, è in Marziale; in Nonio e nel codice Teodosiano birotta e birotium il biroccio. Cesare già diceva postridie hujus diei (de B. G., I, 23) come noi diciamo oggidì. Festo asserisce che subulo tusce tibicen dicitur, ch’è il nostro zufolo. Pinna chiamavasi la crista cassidi imponi solita, che noi diciamo penna o pennacchio. Tata in varj dialetti odierni chiamasi il babbo; e Valerio Flacco scrive, Attam pro reverentia cuilibet seni dicimus; quasi eum avi nomine appellemus et atavus, quia tata est avi, idest pater. Servio, nei commenti alla Georgica, c’informa che, invece di fimus, plebeamente dicevasi letamen; e A. Gellio[59] che il pumilio dal volgo imperito chiamavasi nano: due voci ora vive in Italia.

Così si ha testa per capo in Ausonio; ruvido in Plinio[60], fracidus in Catone de re rustica; cribellare in Palladio; minare per menare in Apulejo; jornus e tonus per giorno e tuono in Seneca; in altri retornare, putilla, puta, strata, per redire, puella, via; in Plinio molli fermentati panis; in Vitruvio remi strophis religati: il quale stropa per vinco rimane in qualche dialetto (struppolo in napoletano): in molti vadere per ire[61], basium per osculum, belare per balare: campania per campagna l’abbiamo nel nome della Campania felix.

Svetonio narra che Augusto diceva, pro stulto, baceolum, come noi bacello; e tolse la dignità consolare ad uno che, invece di ipsi, avea scritto ixi (essi). così dicevasi granarium, jubilare, pausa, bassus, morsicare, auca (oca), planuria quel che nobilmente chiamavasi horreum, quiritare, mordere, anser, planicies; e sanguisuga per hirudo, majale per verres, rasores per novaculæ, cloppus (clopin fr., zoppo it.) per claudus, parentes per affines, pisinni per filii (piccini). Molto potrebbe spigolarsi negli scrittori d’agraria e d’agrimensura raccolti dal Goes, come botones per mucchi di terra (butte fr.), brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, quadrum e ben altri modi, ignoti allo scrivere letterario. È probabile si dicesse nascere, sequere, irascere, piuttosto che nasci, sequi, irasci; parescere anzichè videri; e così volere e potere per velle e posse: e già ne’ vecchi latini troviamo potesse.

Isidoro (19, 1) nomina barca, quæ cuncta navis commercia ad litus portat: san Girolamo dice che solent militantes habere linteas, quas camisias vocant: e Isidoro: Camisias vocamus quod in his dormimus in camis, e spiega che camus è lectus brevis et circa terram: e altrove dice che «cortinæ sunt aulea, idest vela de pellibus»; e che «mantum hispani vocant quod manus tegat tantum, est enim brevis amictus». Sulpicio Severo dice che vestem respuit grossiorem.

Certi, che ora ne pajono idiotismi italiani, non sarebbe difficile riscontrarli nell’età migliore:

Orazio. Præter plorare.

Virgilio. Dispeream nisi me perdidit iste putus[62].

Lucrezio. Tota nocte pluit. Ad levare sitim fontes fluviique vocabant.

Giustino. Facere amicitiam, literas, fœdus, classes.

Quintiliano. Sic descernet hæc discendi magister, quomodo palæstricus ille cursorem faciet, aut pugilem aut luctatorem... Omnes tres de bonis contendunt.