APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA

(Vol. I, pag. 83).

Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt.

Virgilio.

§ 1º Proposizione.

Senza toccare le origini del parlare, che è il problema capitale nello studio dell’uomo, avvertiremo solo come nel linguaggio trovasi una convenzione tacita per designare le cose stesse colle stesse parole, esprimere gli stessi giudizj colle stesse forme grammaticali; onde bisogna supporvi condizioni fisiologiche, val a dire un organo per produrre i suoni elementari, vocali o consonanti; un organo di udito per raccoglierli dalla bocca altrui e dalla propria; e condizioni soprorganiche, cioè un’attività volontaria per mettere in moto gli organi fonici, e ripetere con intenzione i suoni semplici o complessi che ciascuna lingua ammette; inoltre un’intelligenza capace di idee generali e di una coordinazione per istituire delle radicali, per recarle ad associazioni o derivazioni, per istabilire regole di sintassi.

V’è dunque alcuna cosa nell’uomo che lo fa, non solo superiore, ma essenzialmente diverso dal bruto; nè, speriamo, si dirà inopportuno il cominciare da tale protesta.

Dalla quale raccogliendoci allo scopo del presente lavoro, diremo come tre opinioni diverse corrono sull’origine dell’italiano. L’una che, per l’irruzione de’ Barbari, la lingua latina sia stata mutata e lessicamente e grammaticalmente, fino ad originarne una nuova, questo vulgare nostro; è il sistema di Castelvetro, Muratori, Raynouard, Max Müller[1]. L’altra, che sia il latino, svolto sotto gl’influssi degli idiomi indigeni nei paesi ove quello fu portato dalla conquista; sistema del Fauriel. La terza, che questo nostro vulgare sia il latino anticamente parlato, non cangiato di essenza e di natura, ma soltanto modificato dal tempo e dagli accidenti.

Noi intendiamo provare che l’italiano non è se non l’alterazione naturale della lingua che usava il Lazio antico: sicchè la legge di continuità, dal Leibniz stabilita nella fisica, e quella dell’evoluzione, oggi in moda, avveraronsi anche nell’idioma nostro; non sovvertimenti improvvisi, ma successivi svolgimenti, conformi ai metodi con cui lo spirito umano crea, usa, trasforma la parola, e perciò somiglianti a quelli d’altri linguaggi. Tale è la nostra opinione, e cercheremo dimostrarla storicamente, seguendo l’alterazione passo passo dall’età arcaica e traverso al medioevo, sin quando, verso il 1200, anche nelle scritture si adoperò la nuova forma che si costituiva, insieme coll’antica che si sfaceva. E al modo che l’Ausonia, l’Enotria, l’Esperia si chiamò Italia senza per questo mutarsi, così la lingua latina cangiò il nome in italiana. Venuta a mano degli scrittori, i più insigni tra questi, per un sapiente caso, furono toscani, e adoperarono francamente la propria favella, mentre a questa cercarono accostarsi coloro che parlavano altri dialetti; onde ebbero assicurato al toscano il vanto di lingua nazionale tipica.