Meramente scolastico non crederà questo studio chi sappia che la storia della parola è storia dello spirito umano e talora segna le epoche. Questo solo noi vogliamo, senza ardire di inoltrarci in quella nuova filologia[2], che studia il linguaggio nelle sue relazioni collo spirito umano, negli elementi costitutivi delle favelle, nell’interna loro struttura; nell’attenzione ai dialetti, nell’indagine paleontologica, che tanto innanzi portò la prova della evoluzione delle lingue, e insieme tanto profittò all’etnografia, all’archeologia, alla conoscenza delle religioni. Noi ci limitiamo ad uffizio di storici.

§ 2º Lingue de’ prischi Italioti.

Allorchè, sul terminare del medioevo, si rintegrò lo studio dell’antichità, poteasi rivolgere l’attenzione alle prische lingue, mentre tanta ne costava il purgare la latina? Ma dopochè la filologia fu ajutata da ricca messe di nuovi documenti, parve vergogna il porre all’indiano o all’egizio maggior cura che non ai parlari italiani antichi, e i dotti vi applicarono quell’assiduità che merita tutto ciò che avvicina alla cuna d’una lingua com’è la latina, studiata da tutt’Europa perchè ha monumenti in ogni paese, dal lembo dei deserti africani sino ai perpetui geli polari.

Però l’interpretare iscrizioni in favelle che non si conoscono e con caratteri per lo meno incerti, richiede circospezione insieme ed ardimento, quali non sempre accoppiarono i moltissimi che, ai dì nostri, assunsero questo tema[3]. Le conchiusioni, a cui arrivano questi e gli altri laboriosi cercatori, differentissime, eppur dimostrate tutte con altrettanta certezza, attestano che non fu raggiunto ancora un vero assoluto, e neppure scientifico. È pur doloroso che, mentre s’avanzò tanto la cognizione e dei caratteri e delle lingue egiziana e babilonese e persepolitana, restiamo così indietro quanto alla etrusca, fino a non accertare a qual gruppo essa appartenga.

Guglielmo Corssen (Ueber die Sprache der Etrusker, Lipsia 1874) espone i lavori dei precedenti investigatori, cominciando dal favoleggiatore Annio di Viterbo, fino al Risi (Dei tentativi fatti per spiegare le antiche lingue italiane e specialmente la etrusca, Milano 1863); e riprovando lo Janelli, il Tarquini, lo Stickel... che l’etrusco reputano semitico, e peggio quei che lo danno per armeno, o finnico, o celto, o slavo; loda i nostri che, fino al Conestabile e al Fabretti, adoprarono la comparazione per attestarlo affine al latino, come egli pure lo crede. Valendosi dei tanti monumenti scoperti ed esaminati ultimamente, e argomentando sull’epigrafia, l’archeologia, la onomatologia, la fonologia, lo crede idioma flessivo, di stipite indo-europeo, di famiglia italica, poco differente dall’osco, dall’umbro, dal latino, ma più duro, con inasprimento, e molte consonanti, con caratteri affini agli altri idiomi italici. Alla sua opinione contrasta l’autorità di Dionigi di Alicarnasso, che, al tempo d’Augusto e mentre vivea Varrone, cercando in Roma le antichità italiche, asseriva che gli Etruschi nel vivere come nel parlare erano dissimili dalle altre genti. In fatti egli troppo asserisce senza provare le deduzioni ardite, e noi, dolendoci che non ce ne restino se non iscrizioni di tombe e qualche specchio, eserciteremo l’ars nesciendi.

Aufrecht, professore di Edimburgo, che col Kirchhoff esponendo le Tavole Eugubine, vi riconobbe il linguaggio degli Umbri, testè alla Società filologica di Londra indicò il suo parere sull’indole della lingua etrusca: ed enumerava il poco che se ne conosce. Ciò sono i primi sei numerali e loro composti: avils età; ril anni; clan figlio; hinðial spettro; fleres statua; il suffisso al è affine al latino ali; i suffissi asa, esa, isa, usa indicano i cognomi di donne: p. es. pumpuasa, lecnesa, moglie di Pomponio, di Licinio: e conchiude che l’etrusco differisce da tutti gli altri linguaggi europei. In precisa opposizione al Corssen è anche W. Deecke (Corssen und die Sprache der Etrusker, Stuttgard 1875); ribatte tutte le prove di questo, e crede col Mommsen gli Etruschi un popolo estraneo agli altri d’Italia[4].

Nella lingua sanscrita, che è la classica e sacerdotale degli antichi Indiani, AVI significa vivere, e RIS tagliare, da cui il greco ῥαίω, ῥέσσω, il latino rodo e rado, il tedesco reissen, il russo riezu; RI esprime anche movere, trascorrere, da cui il greco ῥέω, il latino ruo, il francese rue, l’inglese ride. Il RIL etrusco potrebbe derivare dall’uno o dall’altro, considerando l’anno come uno scorrimento di tempo, o come una divisione.

Altre parole etrusche di non ben sicuro significato sono antar aquila, usil il sole, tutas il verbo tutari, lar signore, nepos lussurioso, clan figliuolo, see figlia. I filologi dalla somiglianza di queste voci con altre d’idiomi viventi si fanno forti per aggregare l’etrusca alle lingue indo-europee, anzichè alle semitiche.

Della lingua umbra il monumento principale sono le Tavole Eugubine di bronzo, scoperte il 1444; cinque scritte con caratteri etruschi; le due più grandi (che sono il maggiore monumento di liturgia pagana) con lettere latine, come pure undici linee d’una terza, che alcuni non credono appartenere alla serie delle altre; tutte poi di ortografia, scrittura e linguaggio differenti fra loro in modo, da farle credere di età diversa; ma non si sa di quale: nè veruna ragione fa piede alla congettura di Lepsius, che quelle scritte con caratteri latini sieno posteriori a quelle d’alfabeto etrusco, e queste appartengano al sesto, quelle al quarto secolo di Roma. Perfino il chiamare umbra la lingua in cui sono scritte è convenzione, non fondata su d’altro che sul paese dove furono trovate; anzi la bizzarria delle forme potrebbe trarre a vedervi un esempio delle scritture arcane, usitate fra i sacerdoti nell’antichità.

Bizzarrissime interpretazioni se ne diedero, seguendo il capriccio, anzichè canoni di filologia comparata; Gori, Lami, Bardetti pretesero leggervi i lamenti de’ Pelasgi per le sciagure sofferte, e tutti vi fanno le più arbitrarie rimutazioni. Per esempio, in una d’esse Tavole si legge: