Una fuit labes: cetera lactis erat.

(cioè più del credibile; segnata di nero in mezzo alle corna; il resto era latte).

Festo scrive res minimi pretii, cum dicimus non hettæ te facio: e noi, Non ti stimo un ette[63].

Non si doveano unire due infiniti, eppure abbiamo in Livio (IV. 47) jussit sibi dare bibere; che è il nostro dar bere, dar mangiare.

Tutto ciò ne fa argomentare che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini dominavano nella rustica, adoperata dai plebei, la quale noi crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.

Oltre i comici, che al vulgo mettono in bocca modi affatto insueti agli scrittori colti, troviamo direttamente indicata la lingua plebea e rustica, che doveva essere più analitica, alle desinenze supplendo colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi; e determinava meglio le relazioni mediante gli articoli.

Plauto discerne la lingua nobilis dalla plebeja: la prima dicevasi anche urbana o classica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola dal nome de’ servi domestici (vernæ), e anche da Vegezio pedestris, da Sidonio usualis, quotidiana da Quintiliano, il quale muove lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridare voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsi due, tre, cinque, quattordice[64], e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto[65].

Cicerone scriveva a Peto (lib. IX, ep. 21): Veruntamen quid tibi ego in epistolis videor? Nonne plebejo sermone agere tecum?.. Epistolas vero QUOTIDIANIS verbis tenere solemus. Marziale ricorda certe parole da contado, risibili a delicato lettore,

Non tam rustica, dilicate lector,

Rides nomina?