A Virgilio fu apposto d’usare voci da villa, e nominatamente il cujum pecus e il tegmen[66]. Che v’avesse maestri del ben parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il sapere il latino, quanto vergogna l’ignorarlo[67]; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume[68], Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare linguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere agli amanti in lingua pura e usitata[69]. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e perseverò nell’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna[70].

Abbiamo uno strano libro, sul quale forse non fu ancora detta l’ultima parola, il Satiricon di Petronio. Leggendolo, sentesi un parlare disforme dal consueto; composizioni insolite di parole, come: pietaticultrix, gracilipes, choraula, præfiscini, fulcipedia e gallinæ altiles, e periscelides tortæ, e domefacta per domita; frequenti diminutivi: taurulus, alicula, amasiunculus, manuciolum, palliolus, tunicula, vernaculæ meliusculæ; frasi insolite: non sum de gloriosis; Capuæ exierat; invado pectus amplexibus; defunctorio ictu; e parole che per avventura trovansi anche altrove, ma qui colpiscono per essere in tanto numero: come lautitia, tristimonium, barbatoria; ingurgitare; vicinia, gingillum, catillum, candelabrum, camella, bisaccium, capistrum; plane matus sum: vinum mihi in cerebrum abiit.

Altre sue frasi di schiavi s’accostano alle nostre moderne: — «Non potei trovare una boccata di pane. — Quello era vivere! — Come un di noi — Mi sono mangiato i panni». (Non hodie buccam panis invenire potui. — Illud erat vivere! — Tamquam unus de nobis — Jam comedi pannos meos).

Catone, che scriveva pei campagnuoli, dice, Arundinem prende.

Nell’Asino d’oro, un soldato domanda a un giardiniere quorsum vacuum duceret asinum? Quegli non comprende, onde l’interrogante replica: Ubi ducis asinum istum? e l’altro capisce e risponde. Ciò significa che la voce quorsum non avea corso tra il popolo. Avea corso invece quella di boricco per cavallo di vettura, non usata negli scritti; onde san Girolamo (in Eccles., X) Mannibus, quos vulgo buricos appellant. Il popolo, ne’ migliori tempi, dicea scopare, stopa, basium, bellus, caballus, bigletum, bramosus, brodium, dove gli aristocratici usavano verrere, linum, osculum, pulcher, equus, schedula, cupidus, jusculum.

Maggior colpo mi fa Varrone, dove attesta che i Latini usarono il solo ablativo, e la inflessione fu introdotta soltanto per utile e necessità[71]. Non stiamo ad appuntargli che un sì importante elemento non può intromettersi per proposito; ma consideriamo che le parole nostre italiane sono, la più parte, l’ablativo delle latine. A. Gellio menziona un libro di T. Lavinio de sordibus verbis, il quale sarebbe prezioso al caso nostro[72], ma è perduto; ed egli stesso dice che arboretum ignobilius est verbum, arbusta celebratius; e mette fra i verba obsoleta et maculantia ex sordidiore vulgi usu, botulus, voce che è in Marziale, e da cui il nostro budello[73]: e così dice che sermonari rusticius videtur sed rectius: sermocinare crebrius est sed corruptius[74]: taxare pressius crebriusque est quam tangere[75], donde il nostro tastare[76].

I legionarj nelle colonie e ne’ campi esteri adottarono parole germaniche, e in Vegezio abbiamo, Castellum parvulum, quem burgum vocant. Poichè la lingua scritta era diversa dalla parlata e doveasi impararla, tanto valea studiare quella o la greca[77]. Onde usavasi indistintamente il greco; fin i primi cristiani se ne valsero, e Giustino e Taziano, che pur pubblicavano le loro apologie a Roma: e Tertulliano fu il primo cristiano che scrivesse in latino, benchè il facesse anche in greco: lo stesso Giuseppe Ebreo, onde presentare la sua storia all’imperatore romano, la fece tradurre dall’ebraico in greco: greche sono spesso le iscrizioni anche mortuarie, e con caratteri greci.

§ 8º Della pronunzia.

Occorre dimostrazione per far convinti che la pronunzia volgare fosse diversa da quella delle persone colte? È essa un accidente sfuggevole, per modo che non si conosce se non per congetture; ma abbiamo qualche notizia certa di alterazioni fonetiche. In essa elidevano spesso la m, la c, la s finali. Oltre l’uso dei poeti antichi che, per esempio, finiscono l’esametro con Ælius sextus, ovvero optimus longe, questo detrimento è attestato da Vittorino (De orthogr.): Scribere quidem omnibus literis oportet, enuntiando autem quasdam literas elidere. Quintiliano (IX. 4) dice che la m appena pronunziavasi: Atqui eadem illa litera, quoties ultima est, et vocalem verbi sequentis ita contingit, ut in eam transire possit, etiam si scribitur, tamen parum exprimitur, ut MULTUM ILLE et QUANTUM ERAT, adeo ut pene cujusdam novæ literæ sonum reddat. Neque enim eximitur, sed obscuratur, et tantum aliqua inter duas vocales velut nota est, ne ipsæ coeant. Cassiodoro[78] cita un passo di Cornuto, ove dice che il pronunziare la m avanti a vocale durum ac barbarum sonat; par enim atque idem est vitium, ita cum vocali sicut cum consonanti m literam exprimere. Era questa una fina distinzione che al volgo dovea sfuggire. E però la m è taciuta in molte epigrafi[79], come per esempio ante ora positu est. La m finale dovea dare alla sillaba un suono nasale, simile all’on, en francese, conservatosi in alcuni dialetti italiani, dove pure non toglie l’elisione colla vocale susseguente. Infatti il cum diede origine a confondere, constantia, conquero; e in italiano originò e il come e il con.

Anche mutavano l’u in o (servom, voltis); pronunziavano o invece di e o di au (vostris, olla per aulla), e il v pel b (vellum per bellum); col che da culpa, mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic, per hoc, escono colpa, mondo, fede, tre, oro, scrivere, sì, però. Onde Festo[80] scrive: Orata genus piscis appellatur a colore auri, quod rustici ORUM dicebant, ut auricolas ORICOLAS.