È dell’indole dell’italiano l’omettere la nasale avanti la sibilante, sicchè da mensis, impensa femmo mese, spesa. Ora questo usava già fra gli antichi, e Cicerone pronunziava foresia, hortesia, megalesia, e nelle lapide ricorrono albanesis, alliesis, ariminesis, africesis, ateniesis, castresis, miseniesis, narbonesis, ostiesis, picenesis; come anche clemes, pares, potes per clemens, parens, potens.
Sembra poi che gli Umbri trascurassero regolarmente le finali, massime le nasali, poichè nelle loro iscrizioni troviamo vinu, vutu, nome, tota jovina per vinum, vultum, nomen, totam jovinam (civitatem iguvinam); e anche dagli Osci abbiamo scritto via pompaiiana teremnattens per viam pompejanam terminaverunt. Negli Umbri ancora riscontriamo fuia, habia, habe, portaja, mugatu per fuat, habeat, habet, portet, mugiatur, e fasia per faciat, che ricorre nel volsco.
La terminazione culo dagli Osci e dagli Umbri contraevasi in clo, e lo facevano pure i Romani, sicchè ne nascevano apicla, oricla, circlus, cornicia, oclus, panucla, pediclus, masclus,... che facilmente convertivansi ne’ nostri pecchia, orecchia, cerchio, occhio, cornacchia, pannocchia, pidocchio, maschio.
È presumibile che nella parlata de’ Latini già usassero certi scambj di lettere che troviamo tuttodì nelle nostre, e massime nella toscana. In planus, plenus, glacies e simili, la l fu cambiata in i, come tuttodì fa il volgo dicendo i — padre — voi fare — ai campo — moito — aito. Già Catullo beffava un Arrio, che aspirava le vocali, dicendo hinsidias, hionios, e fu chi quell’Arrio suppose toscano, per indurre che già allora adopravasi in quel paese l’aspirazione, che ora ne è quasi caratteristica. Certamente l’aspirazione del c doveva essere abbastanza usata, se alterò alcune voci greche, come camus in amus, chortos in hortus, cheimon in hiems. Il c confondeasi col t, dicendo indifferentemente condicio, nuncius, servicium, e conditio, nuntius, servitium, come oggi si dice schiantare, schietto, maschio, al par di stiantare, stietto, mastio, e nel volgo andache, ho dacho.
Il v talvolta è soppresso, come in facea, fuggìa, e tra i volgari in arò, arei, laoro, faorire; e forse già diceasi caulis e cavolis, come oggi caolo e cavolo, manualis e manovalis.
Molte volte al semplice o latino è sostituito nell’italiano l’uo, come vuole, duolo, suolo, e probabilmente già faceasi dal volgo, che anche da noi usa ancora pote, vole, dolo.
Inclina anche oggi il volgo a trarre tutti i verbi alla prima conjugazione; e fa vedano, leggano, sentano all’indicativo, e al congiuntivo vedino, legghino, sentino.
Molto si studiò recentemente sopra gli accenti, e se non si saprebbe alla prima indicare come da dixerunt, fecerunt derivassero gli sdruccioli dissero e fecero, non sarebbe difficile provare che vecchiamente si usava disserono, fecerono: da cui disseno, feceno per sincope. Quella desinenza no è caratteristica del plurale, talmente che il popolo talvolta l’applicò anche ad altre voci che ai verbi, come ad eglino ed elleno. Del resto il popolo dice andàvamo, volèvamo dove i colti fanno piana la voce, cioè mantiene l’accento sulla radicale, come fanno costantemente i Tedeschi[81].
Molte voci contraevansi, come populus, circulus, soldum, lardum, sartor, posti, del che è qualche vestigio pur nello scritto; e Quintiliano (I. 6) dice che Augusto pronunziava calda invece di calida. Meus dovette dirsi mius, del che è restato il vocativo mi: e in Ennio abbiamo debil homo.
E che veramente il modo di pronunziare s’accostasse più che lo scritto a questo che usiam noi, ce ne sono argomento i tanti errori delle iscrizioni. Un vaso trovato a Pompei porta scritto, Presta mi sincerum (vinum). Le bizzarre iscrizioni, ivi graffite da mani plebee e soldatesche, oltre le scorrezioni ortografiche, hanno anche errori grammaticali e modi plebei. Per esempio: Saturninus cum discentes rogat. Cosmus nequitiæ est magnissimæ — O felice me[82].