Quello che Quintiliano dice che «ciò che mal si scrive, di necessità mal si pronunzia», può anche voltarsi a dire che mal si scrive ciò che mal si pronunzia: e l’essere le iscrizioni per lo più di cristiani, cioè di gente ineducata e affettuosa, appoggia sempre meglio il mio assunto, che il parlare nostro odierno sia il vulgare medesimo di Roma antica.

Questo accadeva nelle vicinanze di Roma; ora che doveva essere nelle provincie, discoste dal luogo dove meglio si parlava e proferiva, e dove sopravviveano i prischi dialetti? Racconta Erasmo che, essendo venuti ambasciatori d’ogni gente d’Europa per congratularsi con Massimiliano d’Austria fatto imperatore, recitarono un’orazione, tutti in latino, ma pronunziandola ciascuno a modo del suo paese, sicchè fu creduto si fosse ognuno espresso nella lingua materna[87]. Argomentatene come dovesse alterarsi il romano idioma su bocche sì diverse, e come soffrirne l’ortografia, attesochè, quando più la coltura scemava, gli scrivani s’attenevano mentosto al letterario che all’uso della pronunzia.

§ 9º La traduzione della Bibbia.

Se dunque si avesse a scrivere un libro, non più per la classe eletta e letterata, ma pel popolo, sarebbe dovuto riuscire pieno di que’ modi, che noi asseriamo correnti fra il vulgo, e inusati alla raffinata letteratura. Or questo libro c’è, non fatto dopo già sfasciato il latino, ma ai tempi di Tacito e di Svetonio, quando appena l’età dell’oro cedeva a quella d’argento, quando Barbari non erano intervenuti ancora a mescolare elementi eterogenei. Alludiamo alla versione della Bibbia, che risale al primo secolo; e fu poi riformata da san Girolamo, il quale pure viveva prima dell’invasione dei Barbari[88]. Ora, in essa abbondano gl’idiotismi, che sono sentenziati per errori e barbarismi, sebbene molti abbiano riscontro nei classici. Quell’in sæculum sæculi ripetuto, è in Plauto: Perpetuo vivunt ab sæculo ad sæculum: (Miles glor., IV. 2). «Viderunt Ægyptii mulierem quod esset pulchra nimis» (Genesi, XII. 14) risponde al plautino Legiones educunt suas nimis pulchris armis præditas (Amphitr., I, 1). Il Servitutem qua servivi tibi (Gen., XXX. 26) all’Amanti hero servitutem servit (Aulul., IV. 4): l’Ignoro vos (Deut. XXXIII. 9) al Ne te ignores (Captiv., II. 3): il Feci omnia verba hæc (III Reg., XVIII. 36) al Feci ego isthæc dicta quæ vos dicitis (Casina, V. 4). Bonum est confidere in Domino quam confidere in homine, dice il Salmo CXII. 8; e Plauto: Tacita bona est semper quam loquens (Rudens, IV. 4). Il Miscui vinum de’ Proverbj, (IX. 5) è sostenuto dal Commisce mustum della Persa, I. 3; il Tibi dico surge di san Marco, V. 41, dall’Heus tu, tibi dico, mulier del Pœnul., V. 5; il Dispersit superbos mente cordis sui di san Luca, I. 51, dal Pavor territat mentem animi dell’Epidic., IV. 1[89]. Anzi io credo che i siffatti fossero forme popolari, già vive al tempo di Nerone, e sopravvissute ne’ vulgari odierni, come tant’altri di cui diamo un saggio:

Mensuram bonam... et supereffluentem dabunt in sinum vestrum. Luca, VII. 38.

Repone in unam partem molestissima tibi cogitamenta. IV Esdra, XIV. 14.

Et nemo mittit vinum novum in utres veteres. Luca, V. 37.

Populus suspensus erat audiens illum, XIX. 48.

Quærebant mittere in illum manus, XX. 19.

Sed meno misit super eum manus. Giov., VII. 44.