Quanto alla forma, alla grammatica, le principali differenze consistono,
1. nell’indicare la relazione con preposizioni, anzichè col variare le desinenze; ossia surrogare le pre-posizioni alle post-posizioni degli idiomi agglomeranti;
2. nel premettere ai nomi l’articolo determinato o indeterminato;
3. nel formare coll’ausiliario molti tempi del verbo attivo e tutti quelli del passivo: smettendo cioè il verbo che esprime la passione in atto (legor), per prendere quello dell’azione in effetto (ho letto)[111].
Lasciam via alcune varietà particolari, come i comparativi, come il neutro[112], come il verbo deponente, che non falsarono l’analogia ma l’estesero, e che del resto sono sporadiche, e derivanti esse pure, per vie indicate dai filologi, da un tipo anteriore e comune[113].
Gli usi grammaticali che accenniamo si riscontrano anche in altri idiomi del ceppo indo-europeo; fra gli altri nel persiano e nel tedesco; il che autorizza a credere esistessero già nella lingua parlata a Roma[114]. Ce lo conferma il vedere come talvolta scivolassero anche nello scritto.
E prima le declinazioni sembra che, col tempo, si riducessero tutte alla II, col plurale in i quale passò nell’italiano; nel quale del resto sopravvive qualche traccia di declinazioni in io e me, egli e lui, che e cui; sicchè non può dirsi un sistema innovato di grammatica[115].
Già anticamente, per esprimere le relazioni, ricorrevasi, oltre le cadenze, spesso alle preposizioni, quando per ragioni di chiarezza, quando di varietà. Quintiliano (I. 4) dice: Noster sermo articulos non desiderat; e Gellio (N. Atticæ, II. 25) che il volgare differisce dal latino perchè manca di declinazioni e della varietà di desinenze; e Nonnio reca molti esempj di preposizioni adoprate per la maggior chiarezza. Ad Augusto, Svetonio appone di scrivere meno colla retta ortografia, che secondo la pronunzia, tralasciando lettere e fin sillabe, errore comune (cap. 88); e facendo prima cura l’esprimersi chiaramente, soggiungeva le preposizioni ai verbi, e iterava le congiunzioni, alla chiarezza sagrificando la grazia (cap. 86). Di fatto nel famoso suo testamento troviamo impendere in aliquam rem, invece di alicui rei; includere in carmen invece di carmine o carmini. Nè questo vezzo è raro ne’ classici:
Plauto. Filius de summo loco — Hunc ad carnificem dabo.
Terenzio. Ne partis expers esset de nostris bonis — Si res de amore secundae essent — Alere canes ad venandum.