In quel parlare comune, se non ce ne restasse così poco, io penso troveremmo già l’italiano nelle sue maniere e lessiche e grammaticali.
Quanto al fondo, una lingua è l’altra, giacchè quasi tutte le parole nostre son latine. Ma troppo difficile sarebbe l’indovinare perchè, di due parole viventi nel latino, l’una fosse preferita; così:
- propter e per
- magis e plus
- jubere e mandare
- utinam e sic
- coram e in præsentia
- sumo e prehendo
- cogitare e pensare
- nequeo e non possum
- cras e de mane
- vespere e sero
- cogitare e pensare
- intelligere e capere.
Possiamo credere avvenisse così di altre voci che ora usiamo diverse affatto, ma che forse avevano un sinonimo, non mai usato dagli scrittori che possediamo, ma passato nella lingua, come enim, nunquam, etiam, igitur, ergo, ideo.
Abbiamo mora e remora, forse v’era demora, donde il nostro dimora. Potea esservi sucursus, come cursus e recursus. Fatigare ci lascia presumere vi fosse fatica, come litigare, fustigare, navigare, da lis, fustis, navis. Talvolta il nome si formò da un aggettivo, come annales e diarii sottintendendo libri; come ficatum jecur il fegato che mangiavasi coi fichi.
Dedotta una parola dal latino, se ne derivarono altre; come da obblio obbliare, da pettine pettinare, da prezzo prezzare e i suoi figliuoli; da scimia scimiottare. Talvolta la derivazione è diversa da quel che parrebbe: e p. es. posare e riposare derivano il primo da ponere, il secondo da pausare.
In alcune voci variò l’accento, come in ardere, movere, ridere, rilucere, mordere, mungere, nuocere, rispondere, ora abbreviate e più di rado allungate, come in sapere, cadere, e principalmente in nomi, quali filiolus, linteolus, cristallinus.
Il nostro avverbio in mente viene spontaneo da forme latine, avendo in Ovidio celeri mente e insistam forti mente, in Quintiliano bona mente factum, in Claudiano devota mente, e già in Virgilio Manet alta mente repostum[110].
Nella negazione punto, mica, fiore, negotta ci rimase solo la cosa a cui si paragonava; onde Plauto (Pseudolus, I. 4) neque guttam boni consilii: e Festo dice: rem nullius pretii dicimus non hecte te facio. E già nel basso latino troviamo quel vezzo nostro di unire due negative; Petronio ha nemini nihil boni facere; poi nelle formole del Mabillon: nec per meum nullum ingenium nunquam perdedit; e nel Berquigny (Diplomata, t. I. 1086) nullus non praesumat de his speciebus nihil abstraere. Il modo era greco: οὐκ ἐποίησε τοῦτο ὀυδᾶμον ὀυδείς.
Talvolta una parola cambiò senso: ammazzare non significò più uccidere colla mazza; necare fu ristretto all’annegare; tropus del basso latino ci diede troppo; via dovea dirsi per volta, rimastoci in tuttavia, e un via uno.