Come avviene quando la lingua e la letteratura si staccano dal supremo canone del senso comune, si sbizzarrì a segno, che un tal Virgilio Marone a Tolosa insegnava a’ suoi discepoli dodici latinità «per circondare l’eloquenza di un nuovo lustro, e non comunicare ai profani le alte dottrine che devono essere privilegio di pochi». L’una chiamavasi usitata ch’era la lingua comune; poi l’assena o abbreviata, la semedìa tra il parlar volgare e il dotto; la numerìa che alterava il numero dei nomi; la lumbrosa che allungava il discorso, adoprando quattro vocaboli invece di uno; la syncolla che invece ne abbreviava quattro in una; seguivano la metrofia, la belsabia, la bresina, la militena, la spela, la polema; tutte producendo alterazioni, di cui non conosciamo la ragione. E, per un esempio, invece di ignis, il fuoco era chiamato ardor, calax, quoquevihabis, spiridon, rusin, fragon, fumaton, ustrax, vitius, saluseus, ænon; e con questo gergo scriveansi opere di sistematica barbarie.

Un tal fatto, nuovo nella storia della letteratura latina, raccogliamo dai Classicorum auctorum fragmenta, pubblicati dal Maj, e vaglia questo esempio: Bis senos exploro vechros, qui ausonicam lacerant palatham. Ex his gemella astant facinora, quæ verbalem sauciant vipereo tactu struem. Alterum barbarico auctu loquelarem inficit tramitem, ac gemello stabilitat modello, quaternaque nectit specimina: inclytos literaturæ addit assiduæ apices: statutum toxico rapit scripturæ dampno; literales urbanæ movet characteres facundiæ; stabilem picturæ venenoso obice trasmutat tenorem. Alius clarifero ortus est vechrus solo, quo hispericum reguloso ortu violatur eologium, sensibiles partimi num corrodit domescas. Cetera notentur piacula, qua italicum lecti faminis sauciant obrizum, quod ex his propriferum loquelosi in hac assertione affigis facinus[100].

Un singolare documento ci rimane nei comandi, onde i tribuni dirigevano l’esercizio militare: Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque[101]. Quel bandum per vexillum, quel sequite e seque e turbatis, imperativi insoliti, corrispondono alle contorsioni, che in ogni parlare si fanno pel comando delle milizie.

Dell’anno 38 di Giustiniano conservasi un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, come domo quæ est ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, bandilos[102]. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansi in carruccis solito altioribus[103]; e carroccia per carrozza dice oggi il vulgo lombardo. La Storia Miscella riferisce, al 583, che, mentre Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia, Torna, torna, fratre; onde gli altri lo credettero un ordine di tornare indietro, e fuggirono[104]. Ajmonio racconta che Giustiniano ebbe prigioniero il re di certi barbari, e fattoselo sedere a lato, gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli rispose Non dabo, l’imperatore replicò, Daras; forma nostrale del verbo dare al futuro[105]. Il Maj pubblicò una glossa del grammatico Placido, che dice: Mu adhuc consuetudine est; e tuttora usiamo mo. Il De Rossi nel Bullettino Archeologico reca un epitafio anteriore a Costantino, ove è detto Spiritum Maximi refrigeri Januarius, forma ottativa per refrigeret, quale l’usiamo oggi[106].

Nell’Historia Augusta si trova vos ipse: ad fratre suo: ad bellum Parthis inferre: in Cassiodoro abbiamo pretiare per estimare; in Sidonio cassare, cervicositas, papa, serietas.

Dopo altri, il Muratori[107] adduce iscrizioni del 260, e fino del 155 dopo Cristo, cioè del tempo degli Antonini, che potrebbero credersi di età barbara, eppure contengono atti ufficiali. Un istromento ravennate del 540 è poco men rustico che uno dell’800. Per non esser troppo lunghi noi torremo solo dal lib. VI, p. 546 delle Miscellanee del Baluzio una formola del 422, che può stare con qualsivoglia de’ secoli barbari: Ob hoc igitur ego ille, et conjux mea illa, commanens orbe Arvernis in pago illo, in villa illa. Dum non est incognitum, qualiter cartolas nostras, per hostilitatem Francorum, in ipsa villa illa, manso nostro, ubi visi sum manere, ibidem perdimus; et petimus, vel cognitum faciemus, ut qui per ipsas stromentas et tempora habere noscuntur possessio nostra, per hanc occasionem nostrorum pater inter epistolas illas de mansos in ipsa villa illa, de qua ipso atraximus in integrum, ut et vindedit ista omnia superiu conscripta, vel quod memorare minime possimus judicibus brevis nostras spondiis incolcacionibus, vel alias stromentas tam nostris, quam et qui nobis commendatas fuerunt, hoc inter ipsas villas suprascriptas, vel de ipsas turbas ibidem perdimus. Et petimus, ut hanc contestaciuncula, seu planetaria, per hanc cartolas in nostro nomine collegere vel adfirmare deberemus. Quo ita et fecimus ista, principium Honorio et Theodosio consulibus eorum ab hostio sancto illo castro Claremunte per triduum habendi, et custodivimus, seu in mercato publico, in quo ordo curiæ duxerunt, aut regalis, vel manuensis vester, aut personarum ipsius castri, ut cum hanc contestaciuncula seu plancturia, juxta legum consuetudinem, in præsentia vestra relata fuerit, nostris subscriptionibus signaculis subroborare faciatis; ut quocumque perdiciones nostras de supra scripta per vestra adfirmatione justa auctoritas remedia consequatur, ut nostra firmitas legum auctoritas revocent in propinquietas[108]. Il Marini adduce una carta del 564, dove leggesi uno orciolo aureo, uno butte, una cuppa, uno runcilione[109].

A questa età ritroviamo dichiaratamente il nome di lingua italiana; poichè verso il 560, Venanzio Fortunato, poeta trevisano, cantava:

Ast ego sensus inops, italæ quota portio linguæ.

Importerebbe di colmare la lacuna che resta fra il lessico del Forcellini e quello del Ducange. L’uno dà il latino classico, l’altro il latino barbaro: ma realmente nei tempi di decadenza, nel IV, V e VI secolo, si usarono molte voci, che il Ducange non appoggia che ad autorità del IX e X secolo. Il vocabolario dunque di que’ secoli toglierebbe ogni soluzione di continuità. Un buon avviamento vi diede Quicherat (Addenda lexicis latinis investigavit, collegit. Parigi 1862) aggiugnendo al Forcellini circa 7000 articoli, tolti da autori della decadenza.

§ 11º Differenze del latino dall’italiano.