§ 10º La lingua latina si sfascia. Età del ferro.
Nell’età che intitolarono del ferro, la crescente adulazione trovò qualificazioni enfatiche a lusingare i fortissimi e felicissimi ed incliti e provvidentissimi e vittoriosissimi monarchi, e quella serie di illustri e magnifici conti, patrizj, maestri ed altri. Gl’imperatori, man mano che scadevano di grandezza e potenza, si puntellavano con titoli ampollosi, parlando in nome della loro serenitas, tranquillitas, lenitudo, clementia, pietas, mansuetudo, magnificentia, sublimitas, perfino æternitas come fece Costanzo. Al greco si ricorse non solo dagli scienziati, ma anche negli uffizj civili e domestici, massime dopo trasferita la capitale a Costantinopoli[90]. Partita allora la gente meglio stante colla Corte, ringhiera e senato a Roma ammutoliti, nè corpo di scrittori o impero di tradizioni conserva l’aristocratica castigatezza; sicchè il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, dovette alterarsi viepiù quanto più sintetico, e perchè non procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.
Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a curarsi d’esattamente articolare la parola o di valersi di tutti gli elementi, lusso grammaticale. Alla finezza di declinazioni e conjugazioni sostituì la generalità delle proposizioni e degli ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua latina non imbarbariva come suol dirsi, ma tornava verso i principj suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra odierna; la lingua scritta accolse in maggior copia voci e forme della parlata, modificate secondo i paesi: donde quel lamento di san Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo[91].
Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non dirigendosi a corrompere ricchi e ingraziante letterati, ma recando al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza e persino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche l’idiota, il quale proferisca inter hominibus; san Girolamo professa voler abusare del parlar comune per facilità di chi legge[92]. Gregorio Magno era uno degli uomini più colti del suo tempo, amava le belle arti, come provano e gli edifizj che procurò e l’innovamento della musica; a’ suoi giorni ancora nel Foro Trajano si tenevano circoli per leggere Omero e Virgilio, come oggi a Napoli e a Roma si legge l’Ariosto. Eppure Gregorio sentenziava di affettazione il voler ridestare le tradizioni della grammatica classica; e guidato dal senso pratico, vide che quei che diceansi barbarismi non erano che trasformazione, e non esitava a dichiarare che non evitava il barbarismo e il solecismo. Or quando esso ed altri santi Padri professavano non volersi attenere alla grammatica, nessuno li supporrà così bizzarri da far errori di proposito; bensì scrivevano come si parlava dal popolo pel quale scrivevano, e farsi capire da questo premeva a loro ben più che l’evitare gli appunti dei grammatici.
A torto però si attribuisce ai soli scrittori ecclesiastici[93] il peggioramento del latino. Anche gli scrittori profani rifuggivano al rancidume, adoprando fortivile, interibi e postibi, obaudire per obedire, penitudo, pigrare e repigrare, prolubium, rancescere, repedere per reddere, rhetoricare, sublimare, usio per usus. Quali abbandonavansi a incondite novità di parole, di composti[94], di desinenze, di significato: crebbero gli astratti[95]; formaronsi nuovi aggettivi[96], nuovi verbi[97].
Di desinenze cambiate offrono esempio i nomi adoptatio, ædifex, agrarium per ager; albedo, altarium, alternamentum, baptismum, cautela, colludium, concinnatio, ecc.[98] e i verbi effigiare, exhereditare, honorificare, magnificare, obviare, significare, resplenduit, ecc.
Diez (Grammatik der romanischen Sprache. Bonn 1836) fa ricche e metodiche comparazioni di tutti gli idiomi romanzi, donde appajono le trasformazioni del latino, sia successive in uno stesso paese, sia contemporanee in paesi diversi. Poi dagli scrittori della bassa latinità Gellio, Palladio, Tertulliano, Petronio, Celio Aureliano, Arnobio, Giulio Firmico Materno, Lampridio e gli altri della Storia Augusta, Ausonio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Sulpicio Severo, i santi Gerolamo e Agostino, Marciano Capella, Macrobio, Sidonio, trae una quantità di voci, inusate dai classici, e passate nelle sei lingue romanze.
Trascegliamone qualcuna, attinente all’italiano:
- acredo (Palladio) acredine.
- æramen (Teod. prisc.) rame.
- acicula e acucula (Cod. Theodos., III. XVI. 1) agucchia.
- albedo (Sulpicio, ecc. ecc.) albedine.
- ambrex (Festo) embrice.
- astur (Firm. Mat.) astore.
- augmentare (Id.) aumentare.
- bacar (Festo) bicchiere, che suol trarsi dal tedesco beker.
- baceolus (s. Agost.) baggeo, che già notammo.
- badius (Varrone) bajo.
- battualia, quae vulgo dicuntur, e
- battalia (Cassiodoro) battaglia.
- bisaccium (Petronio) bisaccia.
- burgus (Vegezio, castellum parvum quem burgum vocant).
- caballarius (Giulio Firmico) cavaliero.
- cambire (Apulejo) cambiare.
- capsa (ploxinum capsam dixerunt. Festo) cassa.
- carricare (s. Girol.) caricare.
- carruca (Sparziano, Vopisco, ecc.) piccol carro, carrozza.
- compassio (Tert., s. Agost., ecc.) compassione.
- confortare (Lattanz., s. Cipriano) confortare.
- coopertorium (Pandette) copertoio.
- coquina (Arnob., ecc. ecc.) cucina.
- falco (F. Materno) falcone.
- falsare (s. Gir.) falsare.
- fanicosus (Festo) fangoso.
- filiaster (in una iscrizione e in Isidoro di Siviglia) figliastro.
- gluto (Festo) ghiottone.
- grossus (Sulp. Severo).
- hereditare (Salviano).
- hortulanus (Macrob.)
- jejunare (Tert.)
- juramentum (Pandette e altrove).
- lanceare (Tert.)
- meliorare (Pandette).
- mensurare (Vegezio).
- minorare (Tert.)
- molestare (Petronio)
- molina (Amm.) mulino.
- papilio (Lampridio) padiglione.
- pausare (Vegez. e altri).
- pejorare (Cel. Aurel.)
- pilare (Ammiano) pigliare e sacheggiare, piller, pillar.
- pipio (Lamprid.) pippione, piccione.
- plagare (s. Agost.) piagare.
- populosus (Apul. e altri) popoloso.
- pullicenus (Lampr.) pulcino.
- rancor (s. Gir.) rancore.
- refrigerium (Tert., ecc.)
- regimentum (Festo) reggimento.
- repatriare (Solin.)
- somnolentus (Apul.)
- species (Macrob., Pallad., ecc.) spezierie.
- strata (Eutrop.)
- summitas (Pallad. e altri) sommità.
- testa (Prud. e altri).
- tribulare (Tert.) tribolare[99].
Contro i solecismi non aveasi più per salvaguardia la schiettezza della favella corrente, onde dicevasi: pacem alicui tribuere; vilissime natum esse; bona opera facere; peccata remittere; homo pleraque haud indulgens, per in plerisque; vita interficere; contemplatione alicujus; affectionem habere per habere in animo; profugere villam per e villa; in pendenti esse; insuper habere; erat in sermone per rumor erat; urinam facere; trahere sanguinem per genus ducere. Nè si schivavano inusati reggimenti de’ verbi; benedicere, fungi, frui, erudire coll’accusativo; incumbere, queri, renunciare, contrahere, petere col dativo; amare in aliquo, privare a re, ambire ad aliquid.