[60]. Major pars Italia ruido utitur pilo. Nat. hist., 18. 10.

[61]. Tertulliano ha anche vasit. Il nostro verbo andare, tanto eteroclito, che trarrebbero da ἀντάω vo incontro, ha forse origine dall’adnare, che Papía interpreta per venire, e che derivasi da nare nuotare, come arrivare da riva; e che, in alcuni dialetti e nel provenzale, pronunziasi anare. Potrebbe anche trarsi da ambulare, che nel basso latino usavasi per andare; onde nel Vangelo, tolle grabatum tuum et ambula, e nel Codice longobardo ad maritum ambulare; o meglio da aditare, frequentativo di adire: e che troviamo in Ennio (ad eum aditavere).

[62]. Me me adsum qui feci è di Virgilio: e il milanese anche oggi direbbe Mi mi: son staa mi.

[63]. Mica per negazione, in qualche volgare negot, negotta, doveano certo vivere nel latino; come flocci facere, non pili facere, così non micæ, non guttæ. Il primo è conservato nel valacco nemic, ne mica; l’altro nel romancio ne gutta. Da questo gutta viene il vergotta lombardo, qualche cosa, dove sentesi la radice di veruno.

[64]. Inst. or., I. 5. In un’iscrizione pubblicata dal Marini Gaetano, pag. 193, nº 169 leggiamo Irene defuncta est annorum decedocto.

[65]. Totus pene mutatus est sermo. De inst. or., VIII. 3. Il grammatico Diomede parla di scrittori qui rusticitatis enormitate, incultique sermonis ordine sauciant, imo deformant examussim normatam orationis integritatem, positumque ejus lumen infuscant ex arte prolatum. De oratione, lib. I. prol.

[66].

Tityre, si toga calda tibi est, quo tegmine fagi?...

Dic mihi, Dameta, cujum pecus, anne latinum?

Non, verum Ægonis; nostri sic rure loquuntur.